Libri / Il giro del mondo in 88 tasti jazz
Il pianoforte è tra gli strumenti più amati dal pubblico. Non c’è scaffale domestico – nelle case di chi ascolta musica - in cui non si trovi almeno un’incisione in cui la tastiera “non dica la sua”, in termini solistici oppure orchestrali. La musica chiamata Classica in testa, a ruota l’arte dell’improvvisazione, chiudono le opere scritte da autori di avanguardia-sperimentale-contemporanea. Per gli amanti del genere, ma anche per chi ne vuole sapere di più sull’argomento – in particolare per i cultori del jazz - c’è in circolazione un libriccino (non per il contenuto ma proprio per il formato).
Si tratta di “Non sparate sul pianista” (Effequ.it, pagine 155), autore uno che di queste cose se ne intende: Paolo Corradori, attualmente anche docente di Storia del Jazz presso la Libera Università del Comune di Scandicci, articolista per il “Giornale della musica” e già autore di diverse pubblicazioni sul genere, tra le quali “Giancarlo Cardini: la musica, il novecento“.
Il libro è un’”indagine sul ruolo centrale del pianoforte nella storia del jazz” viene spiegato. E oltre al contributo del succitato (nel titolo) di Cardini, si trovano tre gustose interviste a pianisti di primo piano: Stefano Bollani, Franco D’Andrea e Fabrizio Puglisi. Ma il viaggio comincia da molto lontano, ovvero dalle origini dello strumento.
Periodo dopo periodo, nei diversi capitoli si incontrano i pianisti che hanno fatto e fanno ancora la storia del genere e dello strumento: da Morton a Monk a Powell, fino a Evans e andando su per Blay. E ancora: Taylor, McCoy Tyner fino a Hancock e Corea. Per chiudere col grande incantatore Jarrett. A completare la mini-opera una discografia selezionata di Enzo Bondi.
In allegato: musiche di Cecil Taylor

Libro sicuramente interessante per chi ama lo strumento forse più completo e comunque più suonato anche nelle “famiglie borghesi” dalla fine del 1800 in avanti. Vorrei sottolineare qui come questo “amore”, fosse spesso una coercizione per le giovani fanciulle, non casuale. A differenza di altri strumenti maneggevoli e trasportabili, il pianoforte, vero fulcro del salotto, era anche un occasione di controllo sociale per le figlie femmine, piegate alla tastiera per ore e ore di studio, senza possibilità di “evadere”. Le cose cominciarono ad evolvere verso il XX secolo.
A differenza di quanto si era verificato durante il secolo XIX, in cui ogni compositore aveva dedicato, chi più chi meno, molta parte delle proprie produzioni al pianoforte, nel XX secolo solo Ravel, Bartók e Prokofiev mostrarono una predilezione per l’opera pianistica che si mantenne costante per tutto il loro periodo creativo. Questo perché il pianoforte aveva perso il ruolo predominante che aveva avuto durante il Romanticismo e per tutto l’Ottocento. Nell’epoca moderna il pianoforte sembra avere suscitato minore interesse verso i compositori e questo può essere spiegato con motivazioni di varia natura, non ultimi i profondi cambiamenti psicosociologici.
Dall’altra, l’attenzione posta ai problemi timbrici di tutti gli strumenti e possibilità di aggregarli ha spostato l’interesse di molti compositori contemporanei.