Se il jazz nel suo procedere ha avuto sbandate, è diventato sbilenco, ha deviato per assumere stili insoliti e stupefacenti, se è diventato un’altra cosa, se ha suscitato l’interesse dei compositori con la “C” maiuscola – almeno per loro – tutto questo lo si deve anche e molto a lui, al pianista Thelonius Monk. L’occasione per ri-parlarne la offre una data: 30 anni or sono moriva per un malore, Ictus. Era il 17 febbraio del 1982. Da qualche anno aveva smesso di suonare, ma con i suoi settanta pezzi composti aveva fatto tutto quel che doveva fare. Ancora oggi la sua musica non smette di suscitare interesse, fascinazione, incantamento. Un jazz altro, oggetti misteriosi, altro che simmetrie…

Il santone del jazz – come tanti lo hanno considerato e chiamato – con la sua formazione da autodidatta e con le sue fasi iniziate con una militanza stride, vantava un fraseggio frastagliato, pieno di cluster, armonie tanto strane quanto ricercate e un virtuosismo ritmico fatto di anticipi e ritardi. Praticamente una miniera d’oro per i pianisti delle epoche successive. Un mondo di trovate, con l’obiettivo – non si sa quanto studiato – di spiazzare l’ascoltatore, di non farlo mai sentire a casa, di sorprenderlo, choccarlo.

Con suo hard pop ha rivoltato il mondo musicale del suo periodo, lui che era amico di Bud Powell, altro gigante del jazz di tutt’altro segno però, praticamente l’altra faccia. Musica buffa quella di Thelonius, come un inno alla libertà che non ha smesso mai di esistere. Il suo pezzo più famoso? Il più conosciuto senz’altro Round Midnight, che è poi diventata anche una cover cantata da Amy Winehouse nel 2003.
In allegato: musiche di Thelenius Monk