Essere nel bel mezzo del cammin di nostra vita, e con tutta l’esperienza e il bagaglio relativi, con sogni e fantasie sonore da ventenni. Sì, musicali: anzi per dirla meglio “compositivi”. Antonio Giacometti, 56 anni (http://www.a-giacometti.it/home_ita.htm) – chissà se l’albero genealogico di questo nome porta al quasi omonimo scultore-pittore svizzero del ‘900 – è uno di quei compositori-intellettuali e didatti della musica di ricerca che preferiscono vivere la loro parabola in maniera indipendente, lontano da certe ufficialità e dalle rotte cosiddette principali. E in questa veste, pare logico, i punti di svolta sono tutt’altro che ipotetici. Diverse le sue fasi: da quella strutturalista anni Settanta – allora studiava a Milano arrivando da un mondo di ascolti soprattutto progressive (“Avevo la passione per i King Crimson”, ammette) – ai fari Bela Bartok e Gyorgy Ligeti; poi il periodo dei suoni esotici e ancora dopo l’impegno sul fronte afro-brasiliano. Ma ora parliamo dei profumi d’Oriente. “Shakti-la grande madre” (edizioni: Disgressione music) è l’album del suo sogno “giovanile”, la sua “rivoluzione” che probabilmente lo ha messo in discussione un’altra volta. E’ il viaggio in India che non ha mai fatto, la voglia improvvisativa e jazz che ha fiorato e che ha voluto presente nel disco con la somma tromba di Giovanni Falzone – ospite fisso in quasi tutti i pezzi -; e ancora: è il prog seppellito nell’inconscio ma non troppo (cos’è quel neonato che piange, un disco dei Pink Floyd?), e il Debussy che sveglia il fauno e che scopre Bali e il suo mondo.


Ride al telefono a sentire la parola “fricchettone”, il maestro dall’icona simpaticamente amarcord: lui al pianoforte guarda concentrato una partitura, unica concessione la camicia scura slacciata, l’icona un po’ bulgara contraddetta dall’attuale linguaggio appare sul suo sito. Quel web dove ha trovato il “là” per l’incisione. Racconta: “E’ vero, quella di Shakti è anche la storia di un incontro in Rete; dall’altra parte c’era la poetessa Veronica Vismara (http://veronicavismara.com/formazione.html) che poi ho scoperto essere cantante di grande valore”. Sarà a lei, anche musicoterapeuta e saggista, a scrivere i testi e a interpretare magistralmente le song nell’incisione, in perfetta sintonia con lo spirito del progetto che è anche suo. Al centro c’è La Grande madre, 13 brani in tutto, il maestro risponde: “Le cose migliori? Nel senso della costruzione musicale, penso siano legate alla parte strumentale. Nonostante gli interventi improvvisativi di Falzone, la forma è stabilita con precisione”. L’intenzione, in sintesi, è presto detta: “Partire da un linguaggio di matrice contemporanea colta per approdare, brano dopo brano, gradatamente, a un mondo sonoro e improvvisativo orientale (ndr, non a caso vengono usate le scale indiane raga”). Da uno scenario in cui dominano le complessità della musica occidentale – ovvero contrappunti, armonie stratificate-dense e dissonanze – fino alla semplificazione del linguaggio, alla ricerca e realizzazione di una maggiore unità e udibilità. “L’obbiettivo finale – specifica Giacometti -è anche quello di riscoprire una forma più comunicativa della musica; una comunicazione emozionale”.


Occhio infine al “preludio” (nei titoli chiamato “1.Introduzione”) e al “post-ludio” (13.Sperimentare l’unità), il primo solo flauto dal sapore impressionista scritto per un convegno di psicologi rappresenta il femminile; il secondo punta alla poesia giapponese haiku e vuole far balenare un tardo Liszt. “Il cd – è la sintesi – nasce con l’intenzione di celebrare questo principio femminile sacro (Shakti). Le 12 tappe riflettono un ipotetico viaggio iniziatico interiore alla scoperta proprio di quel principio, spesso celato e trattenuto nella parte più nascosta di noi”.
In allegato: musiche di Antonio Giacometti e Veronica Vismara