Chissà se Igor Stravinsky, indicato come uno degli uomini-chiave della svolta Novecentesca, fosse rimasto nella sua Russia… Emigrato negli Usa, nella sua seconda vita, oltre che la sua musica al pubblico offrì il suo “sapere” in maniera verbale. Basta gironzolare per gli scaffali di una grande magazzino musicale ed ecco spuntare una copertina arancione e il seguente titolo stampato: “Poetica della Musica”, firmato Igor Stravinsky (edizioni Curci) Direi da non perdere.

Trattasi del “ciclo di conferenze che Igor Stravinsky tenne nell’anno accademico 1939-40 per gli studenti dell’università di Harvard negli Stati Uniti”. E ancora: “Si tratta dell’esposizione chiara e diretta di riflessioni, concetti e idee frutto della personale esperienza di compositore, protagonista tra i più importanti del Novecento (…)”, recita il retro di copertina. Qualche passaggio per capire.


Colpisce come il compositore parla della modernità (che sembra rappresentare anche un po’ oggi): “Viviamo in un tempo in cui la condizione umana subisce delle profonde scosse. L’uomo sta per perdere la conoscenza dei valori e il senso dei rapporti (…). E ancora sulla musica russa: la si definisce così perché “si dà importanza al pittoresco, ai ritmi rari, alle sonorità dell’orchestra, all’orientalismo (…). E infine una dritta per scrive: “Ogni arte presuppone un lavoro di scelta (…). Procedere per via di eliminazione, saper scartare… (…)”.
In allegato: musiche di Stravinsky