L’altro giorno sotto gli occhi è finito un interessante articolo del pianista  Roberto Proseda che parla dei “concerti deserti”  (chttp://www.cremonamusica.com/2017/08/12/concerti-deserti-unopportunita-per-creare-nuovo-pubblico/) che si possono vedere, considerare anche come un’opportunità per creare, cercare un  nuovo pubblico. Naturalmente dipende dai punti di visita, come la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Proseda nello scritto racconta la sua esperienza al festival finlandese di Kuhmo, dove una serie di scelte ha fatto sì che il medesimo diventasse un punto di riferimento assai frequentato. Lo stesso autore ammette che di rassegne così ne esistono anche in Italia. Proprio così, ma non sono certamente abbastanza. E tra i motivi forse c’è anche il fattore-giovani.

Già, loro i giovani. A loro bisognerebbe cedere un po’ di “posti” chiave, dare loro più fiducia e soldi per portare avanti nuove idee con l’obiettivo di dare uno scossone a un ambiente artistico che fatica a frenare la fuga dalle sale (insomma, basta andarci, per vedere: poltrone vuote e qualche volta “solo” un pubblico di affezionati di sempre che si assottiglia). Eccezione fanno certi festival di dimensioni ciclopiche, magari nati con grandi sogni di qualità e gloria e via via sempre più cedevoli sul piano della facilità e del consumo. Tra i piccoli e grandi esempi di progetti virtuosi portati avanti da rappresentati delle nuove generazioni o da emergenti o da maestri che ancora non hanno toccato i quaranta c’è quello di Highscore. Un corso per compositori oltreconfine con annesso mini-festival che in quel di Pavia continua a vivere e portare sulla scena musica e autori che in  altro modo in Italia non si potrebbero sentire. Musica di giovani autori stranieri. L’ideatore in prima linea di questo progetto che dura da 0tto anni è il compositore pavese Giovanni Albini.


Qualche sera fa chi scrive ha avuto la possibilità di assistere alla prima data del mini-festival di quest’anno, al centro di una bellissima chiesa della cittadina lombarda il Quartetto Indaco, arruolato per l’occasione – tra l’altro una delle formazioni che sulla scena contemporanea si sta facendo notare -. Risultato: un concerto davvero vario, dove si è avuta la possibilità di ascoltare i linguaggi di ora, attualissimi. Tredici autori eseguiti uno dopo l’altro, con momenti davvero coinvolgenti sul piano emotivo ma anche concettuale. Tutti graditissimi, tra i degni di nota Ali Afshari con il suo brano “Nightmares”,  Mei Ling Melisha Tsui con “Sting Quartet no.2″,  Jeff Schaller” con “Pyrolatria Midwestia”. E ancora, nella seconda parte: Tomàs Peire Serraye col prezzo ben scritto “Hourglass” e Hannah Beatrice Lipton autrice di “Wildflower”. Che dire, a proposito di modi per riempire le sale, di festival così ce ne vorebbero di più. Kermesse dove non si sentono i soliti noti che suonano i soliti seppur illustri noti…