Allora, chi ha avuto la possibilità di assistere alla penultima serata della 61. edizione della Biennale Musica di Venezia 2017, ha avuto la rara occasione – almeno in Italia – di vedere e sentire un concerto “nuovo” per diverse ragioni, a giudicare dall’applausometro e dai commenti uditi tra poltrone, assai gradito pur essendo moderno – per come intendono la modernità dalle parti della Biennale -. Non scontato anzi, originale. Il compositore in questione rimasto di più sotto i riflettori è stato Dai Fujikura, giapponese, classe 1977, che si è aggiudicato il Leone D’Argento, in loco riconoscimento appena sotto al Leone D’oro, che quest’anno è stato assegnato al cinese Tan Dun (https://www.youtube.com/watch?v=r6VIMBMwgxQ), fuoriclasse in Occidente noto soprattutto per aver composto le colonne sonore di diversi film di successo, come “La tigre e il dragone” (il lavoro su quest’ultima pellicola gli ha fatto vincere un Grammy e un Oscar). Ma veniamo al concerto di Fujikra, tra l’altro preceduto da due splendidi pezzi tra cui il “Concerto per koto” della compositrice Malika Kishino (https://www.youtube.com/watch?v=E3j4ugh8kj0) “Shexi” per violino e orchestra di Guo Wenjing.

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Il brano sentito l’altra sera, che si intitola “Horn concerto n.2″ – dunque lavoro per corno francese – ha la caratteristica – come gran parte dei brani scritti a Est – di contenere elementi della cultura musicale del Paese di chi li ha composto. Una mescolanza fra tradizione e modernità. Ma in questo caso anche con rimandi culturali e sonori a tradizioni assai lontane dal punto di partenza sia in termini, storici sia in termini geografici. L’orchestra sinfonica è stata condotta dalla bacchetta del direttore e compositore giapponese Yoichi Sugiyama (http://www.mdiensemble.com/yoichi-sugiyama/). Non a caso tra l’altro l’autore che prima dell’esibizione è salito sul palco per ritirare la statuetta dal direttore artistico del festival Ivan Fedele è stato presentato come qualcuno che utilizza anche sonorità jazz che mescola al sound contemporaneo, non disdegnando anche l’improvvisazione di varie provenienze.


Nel concerto per corno sentito l’altra sera, con una forma narrativamente aperta, quanti momenti suggestivi creati da una sorta di “dialogo” tra il solista e l’orchestra. Un botta e risposta tra il solista e la moltitudine di archi, un lavoro evocativo che portava al mondo della natura, all’ambiente, alla vita brulicante dei sottoboschi, ma forse anche alle piccole creature della cultura cinematografica nipponica, anime. Il “discorso” del solista che verso la fine si è trasformato in  qualcosa di vivo: l’esecutore ha voluto unire la sua voce a quella dello strumento, abbandonando gli usi della tradizione che solitamente in autori dell’area resistono. Davvero suggestivo.

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Secondo le note i sala “Fujikura con Horn Concerto n.2″ ha proseguito “il lavoro intrapreso insieme a Nobuaki Fukulawa con “Poyopoyo” del 2012 sperimentando per il corno modalità espressive e sonore diffuse, vellutate e poetiche in antitesi dell’idioma tradizionale, virile e fragoroso dello strumento, e utilizzando a tale scopo in particolare una speciale sordina wah-wah”. E ancora: “Alla prima parte del concerto segue una cadenza, dove lo strumento suona altro da sé rispetto a come lo conosciamo nella cultura europea e anche in quelle giapponese.