In quel di Pavia c’è un festival che ogni anno da nove, ad agosto, torna puntale come il Solleone. Si chiama Highscore, è stato fondato da due giovani che dopo quasi un decennio ora sono delle persone affermate nei loro campi: il compositore Giovanni Albini, che si occupa della direzione artistica, e il collega informatico Paolo Fosso impegnato sulla produzione. Ebbene i “live” dell’iniziativa, che nel suo insieme per l’edizione 2018 è finita ieri sera, fanno parte di un “pacchetto” (6-18 agosto) che comprende una masterclass durante la quale i partecipanti – perlopiù arrivati oltreoceano o dalla Corea del Sud – studiano e scrivono brani che poi nell’arco dei tre giorni di concerti vengono eseguiti da ensemble specializzati. Passare una sera dentro questa realtà è come trovarsi all’improvviso in un campus internazionale, nel bel mezzo di una città storica. Una serata molto italiana, se si vuole; che poi per certi versi può diventare assai global, in un ambiente dove conta soprattutto e solo la musica, tutti sembrano un po’ amici anche se magari si conoscono da poco – ma le note uniscono – e dove parlare inglese è quasi obbligatorio. Ecco allora un piccolo diario per raccontare l’esperienza in uno dei concerti di questa rassegna, nel suo genere unica. L’avventura parte dai sapori.

Dopo una cena a base di tigelle e salumi – tra le ghiottonerie locali che si possono gustare innaffiate da buon vino – quattro passi nella Pavia del centro, antica e suggestiva passando davanti alle chiese, all’università a monumenti che a mano mano si colorano di scuro della sera: è quasi l’ora del concerto fissato per le ore 21.30 al conservatorio della città, “Vittadini”. Si arriva e il cortile dell’istituto musicale è già affollato, la maggior parte ragazzi stranieri, studenti, appassionati; di pubblico “generico” esterno ce n’è ma la maggioranza a prima vista sembrerebbe composta di iscritti ai corsi, addetti ai lavori e appassionati. Del resto è martedì 14 agosto, la cittadina non è andata in ferie ma il “grosso” è in vacanza e sperare in folla davanti all’auditorium sarebbe assurdo. Nella moltitudine che attende di entrare si scova Toivo Tulev, uno dei maggiori compositori estoni che invitato dal festival ha partecipato come professore-docente. Si chiede in giro dell’altro prof arruolato, considerato ospite d’onore, ovvero il compositore tedesco Helmut Lachenmann; arrivato al mattino ha fatto lezione e poi è subito ripartito, è stato spiegato dai più informati. Si è fatta l’ora della musica. Si va.


La serata si intitola “Hammered and bowed”, un “live” con il Trio Mythos ovvero Giuliano Cavaliere (violino), Rina You (violoncello) e Marios Panteliadis (pianoforte). L’auditorium dove tutto si svolge è uno spazio debitamente attrezzato, con un piccolo palco. La maggior parte del pubblico siede su cuscini bianchi, due file di sedie vengono disposte in fondo, ottimo punto per ascoltare e osservare quanto accade. Il programma cartaceo distribuito all’ingresso annuncia una decina di brani per altrettanti autori. Sono pezzi che certamente non si possono valutare al primo ascolto, scritture spesso complesse, qualche volta ai limiti della eseguibilità, musica contemporanea di stampo occidentale. La metà dei giovani compositori (età media 30 anni) ha un cognome orientale; gli altri varie nazionalità oltreoceano. Musicisti giovani, agguerriti, impegnati in una ricerca personale che magari vorrebbe allontanarsi dagli stilemi del Novecento, secolo che continua a influenzare anche troppo. Si ascoltano echi di Cage, echi jazz, rumorismo, esplorazione del silenzio, ritmi indiavolati, c’è chi strizza l’occhio persino al rock. In pochissimi casi la “melodia” sembra sopravvivere, netta in alcuni brevi passaggi, altrimenti sminuzzata, manipolata come pongo, fatta sparire tra le suggestioni della scrittura. Ogni testa uno stile, c’è voglia di fare ricerca, libera, allo stato brado in alcuni momenti, i più vagano all’interno di un territorio, di una tradizione che però molto poco viene adottata sul versante delle tecniche di base (armonie a volte pazze, canoni accennati, impianti armonici spericolati). Un bel lavoro per gli interpreti che in pochi giorni hanno dovuto mettere in piedi un programma non facile.

I trio è generoso, si dà molto, con grinta e coraggio viste appunto le partiture. Ad assistere in fondo alla sala la compositrice Amy Beth Kirsten, giovane astro americano. Gli applausi esplodono dopo ogni brano, il compositore di turno esce, stringe la mano ai musicisti, prende la sua fetta di ovazioni. Deve essere una bella sensazione per questi ragazzi che iniziano o continuano la loro avventura reale, coi loro pezzi che vengono eseguiti, dopo gli studi accademici magari appena terminati o ancora da concludere o da perfezionare. Lo spettacolo va avanti così, non c’è spazio per le parole, la musica prende piede e non si ferma a parte qualche pausa tecnica. Del resto è tanta la curiosità, perché ogni pezzo è una prima assoluta (già, Highscore da quando ha aperto i battenti ne ha collezionate 250 di prime, un record nazionale). L’ultimo pezzo libera tutti anche se resta la sensazione che “insomma poteva continuare per un po’, anche se è una musica non facile da accogliere in pochi momenti”. Il gran finale.


Il concerto è finito. E con un gruppo di musicisti e gli organizzatori – visibilmente stanchi ma soddisfatti – si va al bar nel centro di Pavia a rilassarsi: ci si raccontano storie di musica e personali, si beve una birra e tutto diventa ancora più leggero ed etereo di certe note suonate da un violino che esplora i registri più alti. Per noi visitatori di una sera lo show è finito e si torna felici, una bella notte di musica e un messaggio da portare a casa: per fortuna in questo mondo di commerci, like e facili notorietà che volano come bollicine, c’è qualcuno che ancora si occupa di musica come un’avventura artistica, intellettuale, dello spirito e della ricerca senza per forza stare alla cassa come metà ultima, punto e basta. Dopo il tempo passato insieme per Highscore e i suoi abitanti la “storia” continua tra altre lezioni, prove e lavoro individuale. Che dire, grazie per questa avventura e all’anno prossimo, quando si festeggerà il primo decennio di questa rassegna. Visti gli ideatori, Albini e Fosso, c’è da starne certi: la sorprese non mancheranno. Come non mancherà la sensazione di stare a Pavia girando allo stesso tempo e in poche ore il mondo.