Qualche ora fa, all’Auditorium Verdi di Milano, uscivo dalla prima serata dedicata al compositore Luca Francesconi, nell’ambito del Festival Milano-Musica, titolo “Velocità del tempo”. Ho visto parecchie volte questi tipi di “partenze”, a proposito vorrei fare qualche considerazione, così in “libertà”, con leggerezza, due chiacchiere tra amici.

1) Concerto organizzato benissimo con materiale da consultare e leggere di ottimo livello, davvero; anche troppo. Nel senso che programmi e articoli sono scritti per un lettore molto interessato, colto, alcune cose firmate da Francesconi stesso, davvero degne di nota; 2) ho rivisto diverse persone che conosco a vari livelli e a vario titolo, diversi compositori e dirigenti di enti musicali, un discreto numero di colleghi e critici; la fila per gli accrediti e inviti era davvero lunga.  Nella sala solo pochi posti erano liberi, appena prima del concerto. Ho avuto la sensazione che di pubblico “normale” non rappresentasse la maggioranza assoluta, ma va be’ forse solo un’impressione… e poi alle inaugurazioni è sempre un po’ così; 3) i “famosi” giovani, quasi “fantasmi”, ogni volta fino allo sfinimento ci si chiede perché: forse questa musica è e resterà di nicchia? Viene comunicata all’esterno in maniera non abbastanza efficace? Il genere è troppo difficile e lontano dai gusti, in generale, e in particolare appunto dei cosiddetti giovani? E ancora.


Un programma costruito con intelligenza,  Mahler (“Blumine”) per introdurre gli animi a una certa atmosfera, poi le musiche di Francesconi, “dos Ding singt” del 2017 per violoncello e orchestra diretta dal bravo Michele gamba, poi sempre del compositore milanese “Etymo II” per soprano, elettronica e grande orchestra – testi di Baudelaire – e. infine, un “Ich bin der welt abhanden gekommen” mahleriano. Ovazioni e poi tutti a casa.

Sono uscito con una sensazione di benessere, soddisfazione sensoriale e intellettuale. Ho sentito opere che mi hanno dato, in alcuni casi “bellezza ed emozioni” in altri casi mi hanno provocato dell'”interesse”. In particolare mi sono piaciute di più le ultime due proposte. Mi è rimasto “Etymo II” un mondo di cose successe, di richiami e rimandi; la forte mescolanza fino all’impasto di voce ed elettronica, la sensazione di trovarmi in un percorso epico, forse in mezzo a citazioni minimaliste alla Adams, europee alla Ligeti, un pizzico di Stranvinsky e altro; diciamo che come afferma Francesconi riferendosi a se stesso “mi sono confrontato con quel che è successo nel corso di un secolo”. Già, proprio così, tecnicamente: una musica costruita a blocchi che si accostano e si scontrano e si mescolano a vicenda, un massiccio lavoro di orchestrazione che diventa efficace elemento di narrazione.

Una serata intensa al di là di quando si è capito (musica così va ascoltata e riascoltata magari con una partitura in mano se si ha la possibilità di farlo): e alla fine alcune domande che restano: perché questa musica (e per “musica” si intende non pochi suoi operatori) si indigna quando viene definita di nicchia? Perché continuano a dolersi del fatto di non poter fare sold out come le pop star? Perché qualcuno si chiede per quale motivi le risorse non bastano mai o tardano ad arrivare o non arrivano proprio? Questo è un mondo nel mondo, medio-grande-grandissimo non lo so  (certamente all’estero più vasto), splendidamente di “nicchia”. Già, proprio così.


Un mondo per esigenti buongustai (a parte gli addetti ai lavori o quelli che quasi quasi ci si avvicinano, dunque che “giocano in casa”), un pianeta abitato da gente che ha orecchie grandi come radar sviluppate in anni anni di ascolti, o semplicemente molto predisposta, pronta ad affrontare sfide uditive di vario genere, a volte impossibili. Gente “splendidamente di nicchia”.