Per rendersene conto basta assistere a una lezione-concerto di un signore che si chiama Stefan Hagel, che di mestiere fa lo studioso, è un classicista – ebbene sì esistono ancora – e lavora presso l’Accademia austriaca delle Scienze. Già, proprio così: il rock, ma non solo, lo hanno inventato i greci. La dimostrazione questa mattina (domenica 6 ottobre), nell’ambito dell’appuntamento “La musica nell’antichità classica”, grazie al ricercatore austriaco che presso Palazzo Marino a Milano è stato protagonista di un incontro che definire “rara occasione” è dir poco. Si è presentato con tutto il “suo” armamentario – strumenti ricostruiti  della Grecia Antica come l’aulos e la lira, per dirne solo due – e il canonico schermino per proiettare le immagini. Alla fine della performance ha lasciato di stucco un po’ tutti.  Il motivo è presto detto: tra una spiegazione e l’altra e l’immancabile sfilata di diap riguardanti strumenti riprodotti osservando antichi disegni su vasellame e brandelli di partiture che risalgono a migliaia di anni fa, il ricercatore ha suonato la strumentazione ricreata. Mostrando chiaramente “cose” della musica sempre usate come il bordone (https://it.wikipedia.org/wiki/Bordone_(musica), qualche tentativo di proto-polifonia contrappuntistica e un certo ritmo dal sapore rock che esisteva anche nel 300 a.C. dalle parti della Grecia, ovviamente in maniera magari inconsapevole. Naturalmente aspetti dedotti durante l’ascolto, condivisi da diverso pubblico però, cose non dette, spiegate in questo modo da Hagel. Che nel giro di un’ora – davanti a una sala Alessi stracolma – è riuscito a polarizzare l’attenzione di tutto il pubblico. Si chiedevano gli occhi e…


Si chiedevano per un istante e sembrava di stare là, in un bosco dell’antichità ellenica con un musico che suonava l’aulos che impugnava con la mano destra assicurandola allo strumento con una cordicella per manovrare meglio, e con l’altra mano arpeggiava sulle corde avvalendosi di un piccolo perno. Risultato: la base di un arpeggio e una linea”proto-melodica” per una sorta di narrazione musicale. Poi, il momento dei flauti, singoli e doppi. Uno spettacolo nello spettacolo sentire percuotere lo strumento a corde come potrebbe fare un chitarrista rock, con sotto un ritmo che potremmo riprodurre noi tutti battendo il piede a terra. Ritmo che faceva pensare al rock, appunto. E ancora il professor Hagel alle prese col canto, con l’improvvisazione, forma del suonar libero fino a un certo punto, anche in questo caso: lo studioso in sala “faceva musica” leggendo passi di testi antichi facendosi guidare dal ritmo delle parole ( si farà nel madrigale). E avanti così. con le diap sull’accordatura – grazie a Tolomeo – su notazioni del primo cristianesimo, strumenti ricostruiti e fotografie di veri e propri pionieri di questo campo. Infine tutti fuori da sala Alessi con in testa Hagel che suonava un “brano” allora eseguito per chiudere le cerimonie. Fine della cronaca, ma ultime considerazioni.


Questo appuntamento era l’ultimo della Stagione 2019 VIII edizione di “Classico-neo classico” (prossimo incontro il 3 novembre dal titolo “Tasso, il poeta-principe della poesia in musica”-Accademia di Arcadia), un incontro della stagione “Palazzo Marino in musica” ( http://www.palazzomarinoinmusica.it/) che ha una direzione artistica colta e originale; i nomi sono quelli di Rachel O’Brien e Davide Santi di EquiVoci Musicali. La lezione-concerto di stamane è stata sostenuta da diverse realtà, tra le quali Intesasanpaolo, il Conservatorio e la rivista Amadeus, ed è stata resa possibile grazie alla collaborazione della professoressa Eleonora Rocconi, docente presso il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia, nel ruolo di traduttrice.