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	<title>il Blog di Luca Pavanel</title>
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	<description>Fuori Tono</description>
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		<title>Incontri / Sotto il segno di Fluxus: Chiari sospeso tra musica, poesia e pittura</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 15:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fluxus è Chiari, nome Giuseppe. Una mostra a Milano – presso gli spazi Tornabuoni Arte &#8211; sul compositore-pittore che per la sua espressione ha usato musica, parole, musica e gesto.  Artista e compositore, scomparso nel 2007, l’esposizione illumina il suo sodalizio con il gallerista Roberto Casamonti. La sua esplosione creativa si manifesta a doppio/triplo/quadruplo binario sin dalla giovinezza, quando parallelamente agli studi universitari in matematica e in ingegneria, inizia a dedicarsi con passione alla musica e, in particolare, allo studio del pianoforte e della composizione: presto viene attratto dalle esperienze di John Cage e dalle ricerche sperimentali di musica viva. Fondamentale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/05/12/incontri-sotto-il-segno-di-fluxus-chiari-sospeso-tra-musica-poesia-e-pittura/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Fluxus è <strong>Chiari</strong>, nome Giuseppe. Una mostra a Milano – presso gli spazi <em>Tornabuoni Arte</em> &#8211; sul compositore-pittore che per la sua espressione ha usato musica, parole, musica e gesto.  Artista e compositore, scomparso nel 2007, l’esposizione illumina il suo sodalizio con il gallerista<strong> Roberto Casamonti</strong>.</p>
<p>La sua esplosione creativa si manifesta a doppio/triplo/quadruplo binario sin dalla giovinezza, quando parallelamente agli studi universitari in matematica e in ingegneria, inizia a dedicarsi con passione alla musica e, in particolare, allo studio del pianoforte e della composizione: presto viene attratto dalle esperienze di <strong>John Cage</strong> e dalle ricerche sperimentali di musica viva.</p>
[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/05/12/incontri-sotto-il-segno-di-fluxus-chiari-sospeso-tra-musica-poesia-e-pittura/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Fondamentale l’incontro con compositore e artista poliedrico<strong> Sylvano Bussotti</strong>, poi il confronto con le ricerche di poesia visiva del Gruppo 70 e i contatti con gli esponenti newyorkesi di <em>Fluxus</em>. Il percorso espositivo della mostra milanese, grazie alle opere della Collezione Casamonti, è in grado di ricostruire l’intera attività dell’artista fiorentino, dagli esordi alla maturità.</p>
<p>Tra le opere allestite, figurano due installazioni di pianoforte, artisticamente manipolati e denaturati dal suo intervento, mentre alle pareti si può ammirare una selezione delle famose partiture degli anni ’60, ma anche quelle dei decenni successivi. Dal loro insieme emerge la complessa evoluzione del lavoro, anche pittorico, di Chiari, in cui i segni delle note o le rappresentazioni grafiche dei gesti da compiere assumono un’evidenza visiva tale da imporsi anche quali immagini autonome, puri prodotti visuali.<br />
In allegato: materiali su <strong>Giuseppe Chiari</strong></p>
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		<title>Pillole amare / Ma quanto sono buone certe pagelle</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 15:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SE MICHAEL PIACE A ENRICO IL PUBBLICO RADDOPPIA Ogni tanto qualcuno si sveglia e dice: ora faccio un tributo a Michael Jackson. Anche dall&#8217;aldilà il grande showman quanti ne fa prosperare&#8230; Chiaramente non è il caso del jazzista-trombettista Enrico Rava, uno che può vivere tranquillamente di luce propria. Anche lui però ne ha subito il fascino, perché insomma diciamolo Michael era uno di talento che difficilmente passarà in soffitta. E chi lo tocca comunque, un po’ più di fortuna se la porta a casa, si sa. Nel caso di Rava magari finirà così: chi ama il jazz resterà stuzzicato dalla sua passione, che sicuramente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/05/09/pillole-amare-ma-quanto-sono-buoni-questi-critici/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p><strong>SE MICHAEL PIACE A ENRICO IL PUBBLICO RADDOPPIA</strong><br />
Ogni tanto qualcuno si sveglia e dice: ora faccio un tributo a <strong>Michael Jackson</strong>. Anche dall&#8217;aldilà il grande showman quanti ne fa prosperare&#8230; Chiaramente non è il caso del jazzista-trombettista<strong> Enrico Rava</strong>, uno che può vivere tranquillamente di luce propria. Anche lui però ne ha subito il fascino, perché insomma diciamolo Michael era uno di talento che difficilmente passarà in soffitta. E chi lo tocca comunque, un po’ più di fortuna se la porta a casa, si sa. Nel caso di Rava magari finirà così: chi ama il jazz resterà stuzzicato dalla sua passione, che sicuramente traduce in qualcosa di interessante, come sempre c’è da aggiungere; chi ama la musica pop allunga il collo per sentire/vedere che cosa fa quel signore del jazz. Scherzandoci sù si può dire: con una fava due piccioni.</p>
<p><strong>WAGNER, LA SCENA NAZI FA PARLARE IL MONDO</strong><br />
Metti le Ss in scena e la pubblicità è garantita. Come diceva qualcuno “a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca&#8230;”. Qualcosa deve essere andato storto della parti tedesche di Duesseldorf (oppure doveva andare così). Dove, nel locale teatro d’opera hanno avuto la pensata di mandare in scena un “Tannhaeuser” wagneriano in chiave nazi, con camere a gas e uccisioni brutali. La rappresentazione ha provocato la rivolta del pubblico. Risultato: la direzione, che aveva pensato alla versione nazionalsocialista dell’opera per tematizzare il controverso antisemitismo di Wagner, ha dovuto fare marcia indietro. E proporre lo spettacolo solo in versione orchestrale. Comunque, un autogol.</p>
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<p><strong>IL GUANTO DI VELLUTO DEGLI OSSERVATORI</strong><br />
Ah, a proposito di pagelle. Quando capita di sfogliare i giornali – per lavoro o per diletto – ci si accorge che osservatori, professori, critici e via dicendo, spesso sono di manica larga. S’usa scrivere la recensione e sotto dare il voto; difficilmente si scende sono il 7. Allora: o in giro c’è solo roba meravigliosa da ascoltare o chi deve giudicare i materiali è abbastanza onnivoro per farsi piacere quasi tutte le portate oppure, ancora, è difficile dare torto a qualcuno, per il timore di procurarsi qualche fastidio di troppo. Il dibattito è aperto.<br />
In allegato: musiche di <strong>Enrico Rava</strong> e di<strong> Richard Wagner</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Biennale Musica / Gubajdulina, Leone d&#8217;oro alla carriera</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 14:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sofija Gubajdulina, Leone d’oro alla Carriera. Cronache dalla Biennale Musica. La proposta è arrivata dal direttore-compositore Ivan Fedele. “Il Leone d’oro alla carriera attribuito a Sofija Gubajdulina – afferma il direttore Ivan Fedele &#8211; è un riconoscimento all’alto valore artistico e umano di una donna che, per le sue scelte estetiche anticonformiste, ha dovuto continuamente lottare con il potere politico dell’Urss che non esitò a definire la sua musica irresponsabile. Ciò nonostante fu sostenuta ed appoggiata  da Dmitrij Šostakovic che la incoraggiò a proseguire su quella che era stata definita una cattiva strada&#8221;. E ancora: &#8220;Nel 1979 il VI Congresso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/05/06/biennale-musica-gubajdulina-leone-doro-alla-carriera/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p><strong>Sofija Gubajdulina</strong>, Leone d’oro alla Carriera. Cronache dalla Biennale Musica. La proposta è arrivata dal direttore-compositore Ivan Fedele. “Il Leone d’oro alla carriera attribuito a Sofija Gubajdulina – afferma il direttore Ivan Fedele &#8211; è un riconoscimento all’alto valore artistico e umano di una donna che, per le sue scelte estetiche anticonformiste, ha dovuto continuamente lottare con il potere politico dell’Urss che non esitò a definire la sua musica irresponsabile. Ciò nonostante fu sostenuta ed appoggiata  da <strong>Dmitrij Šostakovic</strong> che la incoraggiò a proseguire su quella che era stata definita una cattiva strada&#8221;.</p>
<p>E ancora: &#8220;Nel 1979 il VI Congresso dei compositori dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche la mise nella lista nera perché appartenente ad un cartello di musicisti dissidenti e per aver partecipato ad alcuni festival disapprovati dal regime. Malgrado queste enormi difficoltà Sofija Gubajdulina ha continuato ad esprimersi con estrema coerenza e libertà offrendo al mondo intero pagine di musica ispiratissime permeate di una spiritualità al tempo stesso delicata e incandescente che l’hanno fatta conoscere ed amare in tutto il mondo”.</p>
<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/05/Biennale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4077" src="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/05/Biennale-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
<p>Al Festival di Musica della Biennale di Venezia la Gubajdulina è stata eseguita a partire dalla fine degli anni Settanta, quando ha inizio la sua carriera internazionale: il primo brano eseguito è<strong> </strong><em>Rumore e silenzio</em> per clavicembalo e percussioni (1977, la Biennale del dissenso), cui seguono sempre in prima italiana <em>Cinque studi</em> per arpa, contrabbasso e percussioni (1979, Festival Internazionale di Musica Contemporanea), <em>Und: Das Fest ist in vollem Gang</em> per violoncello e orchestra (1995, 46. Festival Internazionale di Musica Contemporanea), <em>Fachwerk</em> per bayan, orchestra d’archi e percussioni, presentato allo scorso Festival.<br />
In allegato: musiche<br />
di <strong>Sofija Gubajdulina </strong>(nella foto)</p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>La stagione Rondò / Luciano Berio e la &#8220;IV Sequenza&#8221;: occhio alla Bellocchio</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 12:48:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua l&#8217;esecuzione integrale della musica del compositore Luciano Berio a cura di Divertimento Ensemble. Per il ciclo delle Sequenze, domenica 5 maggio alle ore 11, presso la sala Fontana del Museo del Novecento di Milano, si potrà ascoltare Sequenza IV per pianoforte, eseguita da Maria Grazia Bellocchio, e Sequenza X per tromba e risonanze di pianoforte eseguita da Jonathan Pia. Come scrive Berio: Sequenza IV per pianoforte può essere considerata come un viaggio di esplorazione attraverso le regioni sconosciute e conosciute del colore e dell’articolazione strumentali. Due sequenze armoniche indipendenti si sviluppano simultaneamente e a volte si interpenetrano: una reale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/05/04/la-stagione-rondo-luciano-berio-e-la-iv-sequenza-occhio-alla-bellocchio/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Continua l&#8217;esecuzione integrale della musica del compositore Luciano Berio a cura di Divertimento Ensemble. Per il ciclo delle <em>Sequenze</em>, domenica 5 maggio alle ore 11, presso la sala Fontana del Museo del Novecento di Milano, si potrà ascoltare<em> Sequenza IV </em>per pianoforte, eseguita da<strong> Maria Grazia Bellocchio</strong><em>, </em>e<em> Sequenza X per tromba e risonanze di pianoforte</em> eseguita da <strong>Jonathan Pia</strong>.</p>
<p>Come scrive Berio: <em>Sequenza IV per pianoforte può essere considerata come un viaggio di esplorazione attraverso le regioni sconosciute e conosciute del colore e dell’articolazione strumentali. Due sequenze armoniche indipendenti si sviluppano simultaneamente e a volte si interpenetrano: una reale, affidata alla tastiera, e l’altra in un certo senso virtuale, affidata al pedale tonale. In Sequenza IV, come nelle altre Sequenze, ho voluto elaborare una polifonia di azioni, intesa come esposizione e sovrapposizione di caratteri strumentali e gestuali differenti. </em>Sequenza IV è stata scritta nel 1966 per Jocy de Carvalho. E ancora: <em>la trasformazione e il superamento di aspetti strumentali (o vocali) idiomatici sono spesso intrinseci allo sviluppo musicale delle mie precedenti Sequenze. In Sequenza X, per tromba e risonanze di pianoforte non ci sono invece né trasformazioni timbriche né cosmesi la tromba è usata in modo “naturale” e diretto. Forse è esattamente questa nudità che fa di Sequenza X la più ambiziosa di tutte le Sequenze. </em>Sequenza X è stata scritta nel 1984 per Thomas Stevens.</p>
<p>Al termine del concerto, il pubblico potrà sperimentare l&#8217;uso degli oscillatori per produrre suoni elettronici, cimentandosi con le macchine dello Studio di Fonologia della Rai che sono state ricostruite e istallate al Museo del Novecento in occasione del ciclo <em>Per Luciano Berio. </em>Posti disponibili limitati (max. 20 persone in 2 turni da 10), per prenotarsi basterà ritirare e compilare l&#8217;apposito modulo prima dell&#8217;inizio del concerto. Biglietti d&#8217;ingresso in vendita a 5 euro, compresa la visita al Museo del Novecento.<br />
In allegato: musiche di <strong>Luciano Berio</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Racconto 8 / Ultimo atto: Belfagor alla Scala</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 12:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il racconto (si sa) ha avuto un calo di popolarità – e non parliamo di quello musicale che praticamente è sempre stato un fanalino di coda -. La musica, i suoi strumenti, i suoi protagonisti hanno ispirato poco quanti per necessità o professione o semplicamente per passare il tempo si sono cimentati e si cimentano con le parole. Eppure i soggetti non mancano. Dal pianoforte al flauto traverso, dalle arie barocche ai tempi irregolari di una sonata del Novecento, fino ad arrivare ai giorni nostri, con l’elettronica, la computer music e la rivisitazione in chiave moderna delle antiche polifonie. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/30/racconto-8-ultimo-atto-belfagor-alla-scala/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p><em>Il racconto (si sa) ha avuto un calo di popolarità – e non parliamo di quello musicale che praticamente è sempre stato un fanalino di coda -. La musica, i suoi strumenti, i suoi protagonisti hanno ispirato poco quanti per necessità o professione o semplicamente per passare il tempo si sono cimentati e si cimentano con le parole. Eppure i soggetti non mancano. Dal pianoforte al flauto traverso, dalle arie barocche ai tempi irregolari di una sonata del Novecento, fino ad arrivare ai giorni nostri, con l’elettronica, la computer music e la rivisitazione in chiave moderna delle antiche polifonie. Un mondo coi suoi “abitanti” col quale si possono inventare delle storie. “<strong>Fuori Tono</strong>” continua – muovendosi non solo nell’era moderna di cui per sua scelta si occupa – a proporre periodicamente un racconto musicale, accompagnato da una colonna sonora e da un video che possono rappresentare il soggetto. Dopo “Una Rimini da sogno” (29/03/2011), ”Uno Stabat Mater che consola” (29/04/2011) e “Le paure di Rumolandia” (30/05/2011), “Suono I, Suono II, Suono III</em>“ (30/12/2012), <em>“Non entrate in quell’auditorium…” (28/01/2013) e “Il mistero di San Crispino” </em>(27/02/2013) e &#8220;<em>Le sorelle Lucerna&#8221; (29/04/2013) e &#8220;Belfagor alla Scala&#8221;.</em></p>
<p>Dal palazzo di fronte arrivava un’Ave Maria del Seicento con la voce lirica di Ewa Izykowska. Qualcuno in strada ignaro della tragedia si domandava: «Questo struggimento in note non sarà del Caccini?». Da un’altra parte ma molto vicino c’era una finestra spalancata; dentro a un alloggio degli uccelli serrati sul trespolo, e cinque piani più sotto un corpo di donna sdraiato nel sangue. «A che ora è precipitata questa bellezza dotto’?», fece l’agente al medico ritornato in casa dopo esser stato giù. «Venerdì 23 marzo 1990 via Circo. Ora del decesso quasi le 23. Causa, sospetto omicidio». Il frontespizio del rapporto di polizia diceva, ma non tutto: prima di morire la ragazza forse aveva pregato&#8230;Sicuramente rapida.</p>
<p>Di Iasmina,venticinquenne ungherese, le donne anziane del luogo ricordarono le evoluzioni da soprano, gli occhi, la grazia del passo; i giovani maschi più l’anima e la risata&#8230; «Dotto’, dottore, è la solita storia. Questo qua dice che non c’entra niente. Ha sui quarant’anni, dotto’ l’abbiamo fermato&#8230;». Così il poliziotto al commissario il giorno della cattura. Il dirimpettaio della vittima, un vetraio malato di nervi di nome Duilio, fu accusato del delitto e portato via in manette tra le urla disperate. «Ecco il movente, dotto’&#8230;», sciorinò il gendarme. Con lei litigava ormai troppo spesso per avversione; «un sentimento pazzo!», non aveva dubbi la portinaia. Agli inquirenti l’aveva spiegato dicendo tutto per filo e per segno: «Con quei gorgheggi, disgraziata! Quei maledetti con i loro cantici sciancati, <em>que horror</em>; l’opera dei “Pagliacci”, mio Dio, cinguettano per ore!». Leoncavallo, che barba!</p>
<p>Nel pomeriggio in cui i pennuti-compagni di Iasmina venivano assegnati nel caseggiato dell’assassinio, qualcuno ascoltava uno «Stabat mater». Il giorno dopo un tizio si presentò nella caserma in zona Ticinese, dove gli uccelli erano stati rinchiusi. Sulla trentina, oboista di provincia, arrivato in città in cerca di qualcosa tipo ingaggi e fortuna, Fausto confessò al funzionario di avere avuto un legame con Iasmina; dicasi «affettuoso», era stato il vicino di casa ma poi&#8230;, la frequentava; aveva conosciuto anche i suoi lassù a Budapest: «Mi-solsi-re-fa lipossotenereio&#8230;». Chiiiiiii??? Checosaaaaaaa??? Quasi gli agenti non credevano, poi si convinsero che poteva essere vero e lo accontentarono pur di «liberarsi di quelle bestie». I volatili erano rimasti per un giorno dietro alle sbarre accanto agli uffici e avevano sporcato e dato grattacapi un po’ a tutti. «Dotto’ quella dama era strana, no dotto’?», ancora l’agente.</p>
<p>Già, eccentrica. Più che altro Iasmina del bel canto e della sinfonia era patita. Tanto che aveva chiamato i suoi amici con le note musicali che occupano le righe del pentagramma: mi-sol-si-re-fa per l’appunto. Per divertirsi la giovane ne avrebbe voluti prendere altri, di piumati, e a Fausto aveva confidato che avrebbero avuto i nomi delle note collocate negli spazi tra i righi: si sarebbero chiamati fa-la-domi; è vero, a cose fatte ci sarebbero stati due «fa», ma c’era già una soluzione&#8230; magari i due esseri li avrebbe potuti distinguere proprio col canto, prolungando la durata della sua voce: «Faa!» oppure «faaaaa!». Fausto prese le gabbie con i pennuti e scappò verso casa. No, non sapeva se aveva fatto la cosa giusta oppure no, perché quegli esseri non gli erano piaciuti, mai andati; «simpatici come cicisbei». Teste frenetiche, viste gelide, becchi acuminati, fare da cospiratori, aggruppati&#8230; Sì, era stato un errore prenderseli a carico in quel periodo. Meglio dire un azzardo. L’oboista si alleggerì di questi pesi in un caffé snack. A un amico confidò di quel che stava attraversando davanti a un bicchiere e mitragliava previsioni senza luce, riferendosi a un provino che doveva sostenere da lì a poco: «Quelli neanche mi staranno a sentire perché i giochi sai, son fatti; con i raccomandati, i fortunati, i parenti, i malefici, i furbi. Guarda e pensa che hanno bocciato anche “quello là!” che sta appeso». Dalle pareti del locale dominava con i suoi baffi l’uomo delle campagne di Roncole e delle «ali dorate». Non sarà stato Verdi? Fausto, che per il suo volto mal concepito dalla natura veniva sbeffeggiato dagli amici con un «sei Belfagor della Scala&#8230;», trenta ore più tardi si presentò nel Teatro per la prova. Un collega che curiosò, che vide e che sentì più tardi gli confidò di una commissione fulminata dal suo «maglione color “giallo polentone”, una lana grezza spessa così&#8230;». Qualche trombone-giudice sentenziò che «aspirare a un contratto in quello stato beh, insomma&#8230;». L’esecuzione fu un fiasco a partire dalla scelta dello strumento; l’oboe barocco sbagliato per il genere! Musica da banda, non un granché per le somme orecchie di quel tempio. Conclusione, dissero i direttori: «Avanti un altro!».</p>
<p>Fausto, con poca pecunia in tasca raccattata suonando ai matrimoni poverelli e nei pub di quart’ordine, trasformò la sua quotidianità in un’acrobazia etilica; spesso lui stava sui Navigli, dove per andar via dalla dimora vicina a quella di Iasmina aveva trovato un monolocale, più che altro un giaciglio. Con il passare dei giorni però più che fuori stava all’intero delle mura in compagnia degli animali piombatigli addosso; bottiglie da corteggiare, barattoli da violentare, sigarette da sbranare. I pennuti mi-sol-si-re-fa allineati, bellicosi sul trespolo; facevano baccano tra loro, isolati dal creato e bastardi verso il prossimo. Il novello padrone li interpellava e in risposta riceveva il più compatto dei silenzi. Lo scrutavano&#8230; Fausto metteva a fuoco l’inimicizia. E già provato dalla sfortuna i brividi lo assalivano come insetti; e in quei giorni poi, scarseggiava di forze e la sua testa sembrava avere le ali e volar via. Un anziano passò nel suo alloggio per vedere se quelli erano vivi o morti e prima di andarsene si fermò per ammonirli, col batti cuore però: «Voi bestiacce, uccelli del male augurio, buoni buoni&#8230;».</p>
<p>L’oboista, l’ultima notte nel suo quartiere, dopo aver bevuto e bisticciato e non pagato un oste sparì in una strada che bazzicava a cercar un po’ di spiritualità. «A dotto’, non è quello della cantante del melodramma, la pischella ammazzata dal matto&#8230;». Gli uomini in divisa non sapevano che cosa riferire alla pia Adele, sorella di Fausto, che il giorno dopo la misteriosa eclisse del fratello, sapendo dei suoi improvvisi smarrimenti di memoria, aveva fatto denunzia subito, per una volta senza ricorrere a invocazioni. Delle indagini erano state fatte ma di lui, il «Belfagor della Scala», soltanto qualche rada segnalazione al telefono dei familiari. Come quella di una veggente forse più che altro a caccia di tributi. La maga dei tarocchi sosteneva di avere visto a Torino l’oboista in stato confusionale, all’incirca ormai demente e per stracci, errare in via Barbaroux, diceva prossimo alla chiesa della Misericordia, dove una leggenda riferisce di un cimitero per le salme dei giustiziati.</p>
<p>Né femminile né maschile, l’esecuzione dell’aria barocca «Lascia che io pianga» che Adele ascoltava nel focolare sorseggiando un infuso. Ispezionava con lo sguardo i tetti di Porta Romana e vedeva i raggi e le ombre delle antenne cadere sulle tegole come zampe. E pensava che gli uccelli del musicista scomparso erano passati di mano un’altra volta, un male? Certo ora erano pronti per le sue «amorevoli» cure di sorella. Lei se ne stava seduta accanto a loro, che erano immobili &#8211; animali insensibili &#8211; quegli esseri che avevano un punto interrogativo sulle zucche, probabilmente scombinati per l’ennesimo avvicendamento di «padrone».</p>
<p>«Siete voi, siete voi&#8230;», per un attimo la donna ebbe un moto d’accusa che si disciolse in un baleno mistico e riparatorio: «Chi vuol sentire la voce di Dio si ritiri». Non più giovane era un’ex arpista e contralto, e ora con la disgrazia del fratello tra allucinazione e realtà concluse che la sua vita doveva valer poco. «Prenda queste», il medico diceva. «Con noi c’è nostro Signore&#8230;», il parroco. «A dotto’ le dica qualcosa», invitava l’agente durante le sue incursioni in caserma. La risoluzione per una frazione di tempo arrivò da una sorpresa legata all’accudimento e allo stupore per un miracolo: Mi-sol-si-re-fa andavano al di là delle loro possibilità naturali e in certi momenti si sfidavano esibendosi in frammenti d’opera.</p>
<p>Non i Puccini, i Bellini e i Rossini. «Li avrà addestrati lei, Iasmina!?», concluse la pia donna che, con un gesto non voluto si strappò una ciocca di capelli facendo sanguinare la cute. Di questa scoperta non ne parlò con nessuno, salvo un giorno lasciarsi andare con il negoziante da cui andava a comprare il mangime per loro, le bestiacce. La cosa incuriosì, tanto che il venditore di animali la raggirò e le chiese di portarli lì; «insomma quella scoperta non poteva essere tenuta nascosta, doveva diventare pubblica», si sentì rimproverare Adele. Per la scienza, per la curiosità e perché no, per guadagnarci semplicemente il giusto.</p>
<p>La donna, risvegliata da quella combriccola «ereditata» dal povero fratello Fausto e ospitata per poco tempo, si fece convincere e una mattina, afferrata la gabbia, andò dritta per la consegna. «Su per le scale si fa fatica», sussurrava ansante; ma il proprietario del negozio aveva voluto così. Gli uccelli preferiva riceverli nella casa-laboratorio anziché in bottega tra la confusione dei clienti magari indiscreti. «Metti che quelli si mettono a cinguettare “Nessun Dorma&#8230;”», ripeteva. All’ultimo gradino della rampa il miracolo degli uccelli canterini fu tragedia. L’arpista canuta fece solo a tempo a poggiar la gabbietta sul pianerottolo poi scivolò all’indietro&#8230; Pochi secondi e la sua sagoma diventò un pupazzo a gambe all’aria, bulbi oculari stravolti, il capo ruotato. I pennuti furono tirati dentro l’abitazione dove le urla della malcapitata s’erano confuse con i virtuosismi melodici di un violino alle prese con il «Trillo del diavolo». Non fu del Tartini? Eppoi tutti fuori, dal mercante alla polizia. La folla, i folli, i vicini, i passanti, i curiosi, i becchini, i dispiaciuti, gli indifferenti. Disgrazie, brutture, accidenti, avversità, fatalità&#8230; «Faremo, faremo soldi con voi ragazzi&#8230; – sussurrò ai pennuti il negoziante passata la giornata infernale -. Quella povera vi ha lasciati a me, “uccellacci benedetti”!». La gabbietta e i loro sinistri abitanti vennero esposti in vetrina con sotto il cartellino «sono buoni, cantano tutto, costano poco». Qualche giorno dopo entrò un giovane uomo che teneva per mano una bambina capricciosa: «Papà papà voglio quelli, voglio quelli&#8230;», indicandoli insisteva. «Chiamiamo a casa e sentiamo mamma che cosa pensa&#8230;», la risposta. La forza del destino &#8211; forse con lo zampino del Verdi &#8211; portò da un’altra parte la piccola e il suo genitore e l’acquisto saltò. Ora i pennuti non sono più dietro a una vetrina, perché il negoziante, dopo essere stato investito da un’auto, ha chiuso i commerci. Prima di togliere il disturbo non ha voluto rinunciare all’ultima scommessa. Mi-sol-si-re-fa, affidati a un conoscente, sono di nuovo in vendita e cercano un padrone. Spiega un’inserzione apparsa sulle pagine dei giornali: «Portano fortuna&#8230; sono un vero affare!». (Pubblicato il 26 ottobre 2008 sul<em> Giornale</em>)<br />
In allegato: l&#8217;&#8221;Ave Maria&#8221; di <strong>Giulio Caccini</strong></p>
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		<title>Libri / Da Taylor a McLean, le vite in jazz secondo Spellman</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 13:38:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esce la prima edizione italiana di &#8220;Quattro vite jazz&#8221; (Taylor, Coleman, Nichols, McLean) del critico Alfred Spellman, opera in circolazione negli anni Sessanta, quando negli Stati Uniti essere nero e musicista sembrava una categoria definita a priori: povero, emarginato, tossicodipendente. È il caso di Herbie Nichols, scomparso nel 1963: pianista mitico, riscoperto negli anni Ottanta da audaci sperimentatori come Misha Mengelberg e Steve Lacy. Spellman pone il quesito centrale: i beneficiari dell’opera di un jazzista morto, critici o tardi epigoni, si riempiono le tasche ex post mentre il compositore ha fatto una vita d’inferno. Perché, a differenza del musicista classico, le cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/28/libri-da-taylor-a-mclean-le-vite-in-jazz-secondo-spellman/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Esce la prima edizione italiana di &#8220;<em>Quattro vite jazz</em>&#8221; (<strong>Taylor</strong>, <strong>Coleman</strong>, <strong>Nichols</strong>, <strong>McLean</strong>) del critico <strong>Alfred</strong> <strong>Spellman</strong>, opera in circolazione negli anni Sessanta, quando negli Stati Uniti essere nero e musicista sembrava una categoria definita a priori: povero, emarginato, tossicodipendente.</p>
<p>È il caso di<strong> Herbie Nichols</strong>, scomparso nel 1963: pianista mitico, riscoperto negli anni Ottanta da audaci sperimentatori come <strong>Misha Mengelberg</strong> e <strong>Steve</strong> <strong>Lacy</strong>. Spellman pone il quesito centrale: i beneficiari dell’opera di un jazzista morto, critici o tardi epigoni, si riempiono le tasche ex post mentre il compositore ha fatto una vita d’inferno. Perché, a differenza del musicista classico, le cui opere mai eseguite in vita (<strong>Webern</strong>) o che non hanno dato il giusto compenso (<strong>Mozart</strong>) rimangono comunque sugli spartiti per la gloria postuma degli autori, la situazione del jazzista è più delicata: il massimo cui possa aspirare è la registrazione, che non può catturare però il workshop continuo che ha portato a quella singola esecuzione cristallizzata su disco. </p>
[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/28/libri-da-taylor-a-mclean-le-vite-in-jazz-secondo-spellman/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Drammaturgo, compositore, direttore e solista in uno, se lavora in condizioni penalizzanti non produce niente: deve creare un gruppo affiatato, i suoi musicisti imparano soltanto eseguendo e sperimentando le composizioni e l’esecuzione delle stesse sollecita cambiamenti ad ogni concerto (e questo vale soprattutto per improvvisatori radicali come Cecil Taylor, che infatti ha spesso optato per l’esibizione solitaria). La notazione jazzistica è parziale, aleatoria: l’opera si fa viva solo nella comunicazione con il pubblico. Nichols non riuscì mai a vivere della musica e fu costretto a innumerevoli lavori saltuari e malpagati: come Taylor e Coleman, che pure oggi godono di fama planetaria, da energici ottuagenari ancora sul palco, ma non disdegnarono l’insegnamento e attività più prosaiche come il lavapiatti.<br />
In allegato: musiche di <strong>McLean</strong> e <strong>Mengelberg</strong></p>
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		<title>Storie di partiture / Colombo Taccani: bastano otto note dei Genesis per prendere il volo</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 14:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Accanto all’ospite straniero,  ovvero il clarinettista di Bang A Can, Evan Ziporyn, alla serata del 23 aprile targata Sentieri  Selvaggi (ore 21 al teatro Elfo Puccini a Milano), c’è una pattuglia di compositori italiani coi loro lavori, una serie di prima assolute: Flavio Testi (Jubilus II), Giorgio Colombo Taccani (Watcher), Matteo Manzitti (Kokoro, il cuore invisibile) e Anthony Fiumara (Novità). Fuori Tono prende in esame uno dei lavori che verranno eseguiti – cioè “Watcher” – attraverso il racconto del suo autore, Colombo Taccani, che subito spiega: “Di solito parto da una sequenza melodica, un inciso, più raramente da una situazione armonica. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/22/storie-di-partiture-colombo-taccani-bastano-otto-note-dei-genesis-per-prendere-il-volo/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Accanto all’ospite straniero,  ovvero il clarinettista di Bang A Can, <strong>Evan</strong> <strong>Ziporyn</strong>, alla serata del 23 aprile targata <em>Sentieri </em> <em>Selvaggi</em> (ore 21 al teatro Elfo Puccini a Milano), c’è una pattuglia di compositori italiani coi loro lavori, una serie di prima assolute: <strong>Flavio Testi</strong> (Jubilus II),<strong> Giorgio Colombo</strong> <strong>Taccani</strong> (Watcher), <strong>Matteo Manzitti</strong> (Kokoro, il cuore invisibile) e <strong>Anthony</strong> <strong>Fiumara</strong> (Novità).</p>
<p><em>Fuori Tono</em> prende in esame uno dei lavori che verranno eseguiti – cioè “<em>Watcher</em>” – attraverso il racconto del suo autore, Colombo Taccani, che subito spiega: “Di solito parto da una sequenza melodica, un inciso, più raramente da una situazione armonica. Mi è capitato di attingere materiali da autori quali <strong>Schumann</strong> e <strong>Schubert</strong>”, ovviamente non solo.</p>
<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/taccani2.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-4034" src="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/taccani2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Sulla sua composizione che viene diretta da<strong> Carlo Boccadoro</strong> dice  di aver preso in considerazione le “prime otto note di <em>Watcher of the Skies</em> dei Genesis (primo brano del lato A dell’album <em>Foxtrot</em> firmato dallo storico gruppo del ’72), versione cantata da <strong>Peter</strong> <strong>Gabriel</strong>”. Una scelta basata sui propri riferimenti culturali, gusto, col risultato di confezionare, “un pezzo molto concreto, diretto, dove la cellula di partenza dà la proporzione generale dell’intera partitura”.  In pratica, gli intervalli determinano la durata di ogni singola sezione; l’effetto “è un enorme rallentamento del frammento iniziale”. Guai a pensare che il brano porti, sul piano dello stile, a un adeguamento ai Genesis. A parte l&#8217;incipit, che non vuole per forza essere una citazione, la composizione è l&#8217;eslusivo mondo di Giorgio Colombo Taccani.</p>
[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/22/storie-di-partiture-colombo-taccani-bastano-otto-note-dei-genesis-per-prendere-il-volo/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Il pezzo, nato su commissione, è stato scritto per l’organico del <em>Sentieri Selvaggi</em>: il sestetto flauto-clarinetto-vibrafono-pianoforte-violino-violoncello.  Durata dieci minuti in tutto “circa 350 battute – chiude il compositore – è energico, aggressivo, difficile da eseguire”. Lo stile? Inutile cercare di dare un’etichetta, questo compositore si muove in una terra dove prevale l&#8217;invenzione personale, non avanguardia spinta genere &#8220;duri e puri&#8221; e nemmeno i voli dell’insostenibile leggerezza dell’essere di certi neotonali fin troppo soft.<br />
In allegato: musiche di <strong>Colombo Taccani</strong>, il brano <em>Watcher of the Skies </em>e la foto dell’autore</p>
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		<title>Pittori e musica / Materi: &#8220;L&#8217;elettronica senza genialità è una spina staccata dalla corrente&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 15:40:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giornalista e pittore, Nino Materi è nato a Potenza e vive da molti anni a Milano: i legami musica e arte lo affascinano. La sua idea di pittura è sintetizzabile in una frase di Victor Vasarely: &#8220;L’artista non ha che una scelta giusta: annullarsi come persona a favore della sua opera e offrirla con amore all’umanità astratta&#8221;. Anche per questo ama abbandonare i suoi quadri in strada, osservando da lontano chi decide di raccoglierli portandoli via con sé. La musica e la (tua) pittura: quali i legami&#8230; &#8220;Note sincopate per una pittura gestuale, istintiva, Materi(ca). Nelle orecchie un brano dei Depeche Mode, nella testa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/materiuno.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4017" src="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/materiuno-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a></p>
<p>Giornalista e pittore, <strong>Nino Materi</strong> è nato a Potenza e vive da molti anni a Milano: i legami musica e arte lo affascinano. La sua idea di pittura è sintetizzabile in una frase di Victor Vasarely: &#8220;L’artista non ha che una scelta giusta: annullarsi come persona a favore della sua opera e offrirla con amore all’umanità astratta&#8221;. Anche per questo ama abbandonare i suoi quadri in strada, osservando da lontano chi decide di raccoglierli portandoli via con sé.</p>
<p><strong>La musica e la (tua) pittura: quali i legami&#8230;<br />
&#8220;</strong>Note sincopate per una pittura gestuale, istintiva, Materi(ca). Nelle orecchie un brano dei Depeche Mode, nella testa una tela di Emilio Vedova&#8221;.</p>
<p><strong>Tra gli elementi della modernità sonora c&#8217;è sicuramente l&#8217;elettronica. Che è suono non più necessariamente melodie e ritmi. Nelle arti visive?<br />
&#8220;</strong>Anche l&#8217;elettronica può essere &#8220;melodia e ritmo&#8221;. Se vivesse oggi, Chopin userebbe il sintetizzatore. Realizzando un Valzer ancora più palpitante. Nel campo delle arti visive l&#8217;elettronica senza genialità è solo una spina staccata dalla presa di corrente&#8221;.</p>
[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/19/pittori-e-musica-materi-lelettronica-senza-genialita-e-una-spina-staccata-dalla-corrente/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p><strong>Quale musica (non pop e rock, ma tra classica, contemporanea e jazz) rappresenta meglio il tuo mondo artistico? E perché?<br />
&#8220;</strong>Un pittore che si chiama Moiso realizza spesso le sue tele &#8220;guidato&#8221; da una jazz band che suona al suo fianco. Un giorno gli chiesi se era una vera fonte di ispirazione o una semplice paraculata. Sono ancora in attesa della risposta. Per quanto mi riguarda, realizzare qualcosa di artistico significa ascoltare, silenziosamente,  una &#8220;musica&#8221; interna che non so da dove parta e ignoro dove voglia arrivare&#8221;.</p>
<p> <strong>Per quale motivo il pubblico parrebbe più disponibile a incontrare le avanguardie e la contemporaneità delle espressioni plastiche più che le astrazioni della musica contemporanea?<br />
&#8220;</strong>E&#8217; vero. La correlazione tra avanguardie e &#8220;contemporaneità delle espressioni plastiche&#8221; &#8211; come le definisci tu &#8211; è percepito dal pubblico come un qualcosa di fisiologico. In campo musicale la stessa contaminazione è avvertita come un virus patogeno. Il Futurismo cercò di avvicinare questi due mondi. Fallì. Ma fu un tentativo coraggioso&#8221;. </p>
<p><strong><a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/materidue.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-4021" src="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/files/2013/04/materidue-247x300.jpg" alt="" width="247" height="300" /></a></strong></p>
<p><strong>Tra le tue opere ce ne è qualcuna che in qualche modo affronta direttamente o indirettamente la questione musica? Se sì, spiegala.</strong><br />
&#8220;Ho dedicato un ciclo ai dischi in vinile. Mi sono limitato a imprigionare in teche di vetro vecchi 33 giri, senza fare interventi pittorici. Volevo solo mettere &#8220;sotto vuoto&#8221; la colonna sonora di un tempo passato. A volte, la notte, mi sembra che da quelle teche esca della musica&#8230; &#8221;.   <br />
<a href="http://www.artonline.it/info.php?vvu=50&amp;pud=3656">http://www.artonline.it/info.php?vvu=50&amp;pud=3656</a></p>
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		<title>Pillole amare / Che noia i &#8220;piccoli&#8221; intoppi della giornata</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Apr 2013 15:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[ETICHETTE, CHE QUALCUNO CE LE TOLGA DI TORNO… Vi è mai capitato, ma si che vi è capitato almeno una volta: di prendere tra le mani un cd in un negozio, aver voglia di saperne di più magari per un eventuale acquisito, dopo aver visto la copertina girarlo per scoprire alcuni titoli dell’opera o dei brani jazz o quel che si voglia, e scoprire che un’etichetta impedisce di leggere. Ecco, se vi è capitato, una volta: be’ che dire sfortuna? Probabilmente no. L’altro giorno a chi scrive, durante una conferenza stampa in un palazzo storico a Milano, per il lancio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/13/pillole-amare-che-noia-i-piccoli-intoppi-della-giornata/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p><strong>ETICHETTE, CHE QUALCUNO CE LE TOLGA DI TORNO…<br />
</strong>Vi è mai capitato, ma si che vi è capitato almeno una volta: di prendere tra le mani un cd in un negozio, aver voglia di saperne di più magari per un eventuale acquisito, dopo aver visto la copertina girarlo per scoprire alcuni titoli dell’opera o dei brani jazz o quel che si voglia, e scoprire che un’etichetta impedisce di leggere. Ecco, se vi è capitato, una volta: be’ che dire sfortuna? Probabilmente no. L’altro giorno a chi scrive, durante una conferenza stampa in un palazzo storico a Milano, per il lancio di una nuova incisione, è accaduta la stessa cosa, un’altra volta, l’ennesima: girato l’involucro ecco l’”inconveniente”, la brutta etichetta messa lì, apposta si può dire, perché lo scherzetto c’è nove casi su dieci. Che fare? Forse, dopo tanti mugugni e delusioni (della serie: “Chissà come s’intitolava quell’ultimo brano?), sarebbe anche arrivata l’epoca di scrivere a qualcuno, a una casa discografica, a un imballatore, all’esperto di turno. Magari qualcuno lo ha già fatto: una voce nel deserto…</p>
<p><strong>IL TERRORE DEL VUOTO ANCHE QUANDO IL VUOTO NON C’</strong><strong>E’</strong><br />
Sabato 13 aprile, praticamente il vuoto pneumatico: si sfogliano i giornali e le notizie sulla musica, tanto meno quella contemporanea, non ci sono. O quasi. Forse nessuno ha parlato, ha suonato, suonerà, niente commenti. Qualcosa sicuramente è scappato nella lettura. Ultimamente però non si sa se peggio o meglio, fatto sta che anche quando ci sono, appartengono alle seguenti categorie: presentazioni di concerti, presentazioni di concerti, presentazioni di concerti…. <em>Pardon</em>, meglio fermarsi: la tastiera del pc si è incantata.</p>
<p><strong>L’AUTOBIOGRAFIA, QUANDO LA STORIA SI “RIPETE”…</strong><br />
Ultimamente vanno forte le autobiografie dei musicisti. Spesso vite interessanti,<br />
della serie ricordi di gioventù, del proprio maestro, gli studi, le difficoltà esistenziali, se stranieri in Paese ostile la fuga, il momento della svolta, le ovazioni, il rapporto con lo strumento, con le donne, con la musica. Qua e là pillole di saggezza. A volte autobiografie scritte troppe presto rispetto alla tabella di marcia e l’anagrafe. Ma così gli editori vogliono: del resto il successo c’è. A volte sono gradevoli. Hanno un piccolo grande problema, si può dire spesso: a parte qualche variazione sul tema, letta una lette tutte. E non ci si può consolare con lo stile.</p>
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		<title>Compositori / Rota, ora è un po&#8217; meno dimenticato</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 18:34:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca.pavanel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un concerto per musica e immagini e un doppio cd, prima uscita di una serie di sei album: è l&#8217;omaggio a Nino Rota dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. Protagonisti della serata del 13 aprile all’Auditorium di Milano i brani di &#8220;Nino Rota: Orchestral Works&#8220;, dischi prodotti dalla prestigiosa etichetta Decca, primo estratto di un progetto discografico che si propone di raccogliere l’opera omnia del grande compositore milanese, scomparso nel 1979. Non solo dunque le celebri musiche da film, con cui Rota vinse anche un Oscar, ma anche le sue composizioni sinfoniche, comprese le opere giovanili, la prima delle quali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/11/compositori-rota-ora-e-un-po-meno-dimenticato/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Un concerto per musica e immagini e un doppio cd, prima uscita di una serie di sei album: è l&#8217;omaggio a <strong>Nino Rota</strong> dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe<br />
Verdi. Protagonisti della serata del 13 aprile all’Auditorium di Milano i brani di &#8220;<em>Nino Rota: Orchestral Works</em>&#8220;, dischi prodotti dalla prestigiosa etichetta Decca, primo estratto di un progetto discografico che si propone di raccogliere l’opera omnia del grande compositore milanese, scomparso nel 1979.</p>
<p>Non solo dunque le celebri musiche da film, con cui Rota vinse anche un Oscar, ma anche le sue composizioni sinfoniche, comprese le opere giovanili, la prima delle quali, &#8220;Fuga per quartetto d’archi, organo e orchestra d’archi&#8221;, fu composta nel<br />
1923 a nemmeno 12 anni.</p>
[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://blog.ilgiornale.it/pavanel/2013/04/11/compositori-rota-ora-e-un-po-meno-dimenticato/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a>
<p>Le incisioni risalgono all’agosto del 2011 quando, sulla scorta del convegno organizzato per  i 100 anni dalla nascita (3 dicembre 1911), la Verdi registrò all’Auditorium di Milano tutte le composizioni di Rota sotto la direzione dal Maestro<strong> Giuseppe Grazioli</strong>.</p>
<p>Per festeggiare la prima uscita dell’opera omnia del compositore prediletto da Fellini, laVerdi ha organizzato un evento speciale e a ingresso libero in cui, all’esecuzione di alcuni brani contenuti nel primo Cd, tra cui il<em> Padrino</em>, <em>The </em><em>legend of the Glass Mountain</em> e <em>Satyricon</em>, sarà affiancata la proiezione di video rari o inediti.<br />
In allegato: musiche di <strong>Nino Rota</strong></p>
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