18033469_1909694042648049_7985579967842214066_nEcco un estratto del mio libro “Legittima Difesa” in cui spiego qual è l’unico modo per cambiare davvero questa benedetta legge in modo che sia più favorevole alle vere vittime. E conseguentemente perché ogni altro intervento, risulterà essere totalmente inutile. Come quello approvato oggi alla Camera.

[…] L’unico modo per cambiare davvero l’istituto giuridico della legittima difesa, limitando la discrezionalità dei giudici, è quello di legittimare la proprietà come diritto fondamentale della persona. Perché è proprio questa omissione che, sino a oggi, ha impedito il raggiungimento di questo obiettivo. Deve infatti essere ricordato che il codice penale è stato promulgato nel 1930, e che pur essendo ancora in vigore, nella parte che stiamo esaminando, deve comunque confrontarsi con altre leggi, alcune delle quali di rango superiore. Ci si riferisce, intanto, al nucleo di norme fondamentali contenute nella Costituzione. Senza andare a scomodare la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Ebbene, il diritto alla vita, quale diritto inviolabile dell’uomo, trova riconoscimento nell’art. 2 della nostra Carta Costituzionale, cioè in quella parte iniziale che contiene i principi fondamentali del nostro ordinamento. Non vi è traccia però, in questa prima sezione, della proprietà che viene riconosciuta solamente all’art. 42. Per intenderci, il diritto alla vita gioca in serie A, quello alla proprietà in serie B o C. Alla Carta costituzionale si è poi aggiunta, a livello europeo, la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che intitola l’art. 2 “Diritto alla vita”, e che, nella sua originaria formulazione, non fa alcuna menzione del diritto di proprietà. Ancora una volta, dunque, la gerarchia normativa impedisce anche solo di prendere in considerazione l’ipotesi di difendere la proprietà mettendo in pericolo l’incolumità del malvivente. Queste, in estrema sintesi, sono le ragioni per le quali qualunque modifica dell’art. 52 del codice penale che voglia allargare le possibilità di reazione alle aggressioni contro la proprietà, non può trovare concreta applicazione da parte dei giudici. Ed è per questo che la riforma del 2006 si è rivelata totalmente inutile.

 

[…]

In una prospettiva di riforma, allora, è assolutamente necessario che la proprietà sia portata all’interno dei diritti fondamentali della nostra carta costituzionale, intendendola cioè come un’estensione vera e propria dell’individuo. In parole povere, chi attenta ai miei beni attenta di fatto anche alla mia persona e dunque, in quel caso, io mi trovo automaticamente in una situazione di “pericolo attuale” per la mia incolumità. Solamente dopo aver raggiunto questo obiettivo si potrà pensare di allargare il perimetro entro il quale sia legittimo reagire, fissando i limiti che i cittadini devono rispettare per difendere la propria incolumità e i propri beni mediante l’utilizzo di armi. E senza che questa normativa venga, come oggi, di fatto, disattesa.

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