C’è chi vuole essere precario
In Veneto, secondo un’indagine dell’Osservatorio veneto lavoro, il 40 per cento dei contratti a tempo indeterminato non dura più di un anno. Il motivo è semplice: la maggior parte dei lavoratori che ottiene il posto fisso dopo un anno vuole cambiare impiego, il 64 per cento sono infatti dimissioni volontarie. Nell’arco di tre anni solo il 35 per cento dei veneti ha mantenuto il suo posto fisso. Come la mettiamo con i nostri sindacati? Come la mettiamo con la retorica del precariato? In una regione dinamica, il mercato del lavoro segue logiche completamente diverse e molto più flessibili di quelle contrabbandate dalla triplice.

GENTILE tiziana, giampiero spero le risponda.
Salve sono un medico precario che attualmente lavora nella regione Marche, vorrei sapere se qualcuno ha notizia di un movimento medici precari in zona, o se esiste solo il movimento nato a Padova.
Dal momento in cui la Regione Veneto ha fornito uno strumento legislativo per la risoluzione del problema del precariato in sanità (pubblica!) anche dei “cosiddetti” dirigenti (che come liberi professionisti, con un contratto d’oro vengono anche pagati fino a 8 euro/ora! con le debite distinzioni, naturalmente…), stiamo pazientemente aspettando un passo in avanti, una proposta, un segnale di vita da parte delle organizzazioni sindacali. Per il momento posso solo ringraziare Giampiero che ha promosso azioni concrete e supportato il Comitato dei precari della sanità
Ottime citazioni quelle di Americo che utilizza Tocqueville e ancora più puntuale la risposta di Giampiero ma voglio riportare il discorso all’italia del 2007 e alla nostra quotidiana vita di precari! Per quanto mi riguarda sono precario da anni in qualità di psicologo presso una ulss veneta e credo che questa condizione sia un problema non solo per la mia mancanza di progettualità e per tutto quanto esposto con precisione da Sonia, Laura, Federica e dagli altri colleghi precari ma anche e non di meno per le risonanze sulla qualità del servizio sanitario pubblico. Nel mio caso come in quello di molti altri, stiamo parlando non di precariato “aggiunto” all’organico presente chissà per quale motivazione di garanzia del lavoro attraverso posti e/o servizi inventati ad hoc… ma di precari che vanno a colmare posti organici vacanti che causerebbero interruzioni di pubblico esercizio! Siamo delle specie di “pezze” messe sopra buchi che non sono nostri! Per quanto mi riguarda se dovessero non rinnovarmi più il contratto non morirei certo di fame: sono un professionista stimato e ho accumulato un notevole bagaglio di esperienza e di conoscenze che continuo quotidianamente ad aggiornare e in più convivo con la precarietà da anni, che non favorisce certo il mio desiderio di mettere al mondo figli o di far girare soldi comprando a rate o facendo mutui, ma mi ha abbastanza temprato (poi rispondo a Viganò)… Ma è possibile che nessuno pensa che il problema dei dirigenti sanitari precari medici (medici e veterinari) e non medici (psicologi, biologi, chimici) del sistema sanitario ricade in ultima analisi sulla stabilità del sistema organizzativo stesso e quindi sull’utenza e sulle famiglie? E’ vero che la stabilizzazione del precariato mette in evidenza la condizione lavorativa di lavoratore “pezza… usa e se vuoi getta” ma è altrettanto vero che dietro a questo si nasconde un sistema che per funzionare ha bisogno di “pezze tappa buchi” al posto di integrità strutturali! Vorrei infine rispondere alla domanda di Attilio Viganò: per quanto mi riguarda penso, senza sentirmi idealista, che ci siano professionisti che si dedicano alla loro professione di aiuto con passione e dedizione a prescindere della loro condizione contrattuale perchè considerano importante curare al meglio le persone che chiedono aiuto alle strutture sanitarie pubbliche anche a costo di sacrifici e precarietà! La sanità pubblica è ad oggi un diritto di tutti e credo e spero che la strada che si intende seguire non sia quella di curare bene i ricchi e male i poveri o altre nefandezze del genere… Continuo ad essere precario nonostante tutto perchè nonostante tutto voglio credere che la sanità pubblica deve funzionare, perchè una civiltà senza salute è una civiltà senza diritti che favorisce le sopraffazioni dei più forti sulle personalità più deboli!
Americo, la nostra Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, che più che un diritto è una necessità, visto che moltissimi italiani proprio per poter lavorare sono dovuti immigrare nel triangolo industriale o emigrare nel nord europa e in America…non dimentico ancora i cartelli nei bar della Svizzera:accesso vietato ai cani e agli Italiani! Le famiglie spendono moltissimo per quello che si chiama il diritto allo studio e lo stato spende moltissimo per la formazione universitaria e post-universitaria. Il risultato oggi è che mentre negli anni passati emigravava la povera gente, oggi emigra la gente che ha una formazione universitaria, ricercatori in particolare…gli USA sono quello che sono proprio perchè continuano a raccogliere i migliori cervelli da qualsiasi parte provengano:anche in epoca nazista fecero ponti d’oro a Von Braun, inventore delle V1 e V2 (Londra ne sa qualcosa!)…e con lui vinsero la Luna! Noi siamo ricchissimi, possiamo permetterci di esiliare i giovani, i cervelli, il nostro futuro e a differenza del tempo che fu, ci permettiamo di esiliarli dopo aver investito moltissimo su di loro!
Caro Americo, grazie per Tocqueville. Prima o poi in qualche pezzo gliela rubo. Come peraltro uso fare con le suggestioni che mi danno gli amici del blog. Riguardo Tocquville ci sono tanti amici liberali che proprio in suo onore hanno fatto la nostra casetta telematica.
Vorrei aggiungere una cosiderazione alla mia del 22 Settembre. L’Italia ha avuto un flusso di emigrazione enorme, circa 350.000 anime per anno tra il 1875 ed il 1915 con una punta di circa 700.000 nel 1908. In piu c’é il gran flusso di questo dopoguerra con il quale ho piu familiaritá. Crede che vociferassimo di avere diritto al lavoro, alla casa, alla sanitá? Non ci avrebbe accolto nessuno. Eppure la grande maggioranza si é fatta una famiglia, una casa ed ha costruito il futuro dei figli. É stata una magnifica avventura che non ci ha mai dato il tempo di avere il lusso delle lamentele e pretese assurde. Caro signor Porro noi avemmo il coraggio, furono i paurosi che rimasero in Italia.
In tutta questa gazzarra confusa sul precariato c’é una premessa tacita, peró assoluta, che ogni cittadino abbia un “diritto generale, assoluto e irresistibile al lavoro.” Allora c’é la possibilitá che ” lo stato si piglierá il carico di dare un lavoro a tutti i lavoratori che si presentino per l’impiego che gli manca e a questo modo é trascinato poco apoco a fare l’industriale; pero visto che é l’industriale che sta dapertutto e l’unico che non puo rifiutarsi di dar lavoro, e quello che impone il minor sforzo,e sará ineluttabilmente condotto a farsi l’unico imprendtore dell’industria. Una volta arrivato a questo punto le tasse non saranno piu il mezzo per far marciare la macchina del governo ma solo il gran mezzo per alimentare l’industria. Accumulando cosí nelle sue mani tutti i capitali dei privati, lo Stato diventa al fine l’unico propietario di tutte le cose. Questo é al fine il Comunismo.
Se lo stato vuole scappare dalla fatale necessitá prima descritta, e vuole dar lavoro a tutti i lavoratori che si presentino non piu con le sue risorse ma assicurando che lo trovino sempre con gli imprenditori privati é costrtto fatalment a cercare di regolamentare l’industria. In qualche maniera deve impedire gli scioperi, e questo conduce forzsamnte a distribuire i lavoratori di manera che non ci sia concorrenza, a regolre i salari, a moderare o accelerare la produzione quando necessario, in una parola a fare il grande e unico organizzatore del lavoro. La prima soluzione porta alla estensione della caritá pubblica e al fondo della seconda che vediamo? Il Socialismo.”
Questa analisi mostra che questo diritto non puo esistere come assoluto, porta o al comunismo o al socialismo.
Il lavoro ha sempre fatto parte della vita dei popoli, é una conquista della volontá di ognuno e, secondo Mazzini, é un dovere che una volta compiuto risultará in diritti.
Per vostra referenza tutto lo scritto tra virgolette fa parte di un discorso di Alexis de Tocqueville pronunziato nella Assemblea Costituente francese il 12 Settembre del 1848.(Estratto dal Moniteur del 15 Settembre del 1848)
Conclusione: quando si parli di precariato é necessario tener una visione piu amplia del problema e sopratutto meno ignoranza.
Attilio, non so se Laura ti risponderà…spero di sì, ma intanto provo a farlo io: nella sanità del Veneto il 95% delle prestazioni è pubblico (statale). Questo vuol dire che per lavorare non esiste alternativa al pubblico (ripeto statale). Magari ci fosse un sistema in cui il cittadino possa scegliersi il proprio medico o specialista o ospedale, indipendentemente se privato e/o convenzionato e pagare come se fosse statale (cioè con l’impegnativa)…allora sì ci sarebbe una sana concorrenza, non ci sarebbe il monopolio statale e ci sarebbe la libera scelta del cittadino e non la finta scelta che oggi purtroppo esiste! Anche nel privato, almeno in Veneto ma penso lo sia dappertutto, il privato o è convenzionato…oppure non lavori (eccezioni: odontoiatria, medicina estetica, chirurgia plastica…ma questa è tutta un’altra storia!)
Un’altra estate se n’è, quasi, andata e ci ritroviamo ancora qui, noi precari, a pensare come sarà il prossimo Natale, il prossimo Capodanno…quale sarà la mia fine, ci sarà ancora il mio contratto? e se si, quando mi sarà comunicato? Lo scorso anno: contratto scaduto in Dicembre, nuovo contratto firmato in Maggio 2007, nel frattempo continua a lavorare precario, non preoccuparti perchè in ogni caso non perdi nessuna tutela! Non puoi perdere ciò che non hai! Nel frattempo lavora più che puoi e nel miglior modo possibile (purtroppo mi piace anche il mio lavoro e mi ci impegno pure, povera ingenua) cosi’ contribuisci anche a dare gli incentivi (che tu non avrai) ai dipendenti, tutti, anche i fannulloni che se la godono e se la ridono, chi mai li potrà licenziare…chi mai potra’ far loro una “predica” (con il rischio di mobbing!!!). Non mi sembra che ci sia contraddizione in termini tra l’auspicare, finalmente, un sistema di controllo per l’efficacia e l’efficienza nel mondo dei dipendenti e l’auspicare una soluzione per un “sistema” del precariato in cui la merce umana ha tanto da invidiare ai servi della gleba!
chiedo a Lura, senza nessun spirito polemico, ma come è possibile rimanere precari per sette lunghi anni…….
Cosa spinge una persona a rimanere in questa situazione per anni decenni….
Chi sa darmi una risposta?
Mi piacerebbe conoscere la situazione dei precari della sanità a livello nazionale….non credo che interessi solo la regione Veneto, che come ripeto ha approntato da poco uno strumento legislativo per risolvere questa anomalia del sistema pubblico: cosa si sta facendo nelle altre regioni? Non esiste il fenomeno? Oppure c’è un omertoso silenzio? O ancora peggio è solo indifferenza?
gentile giornalista sono una precaria da 7 anni nella sanità e le assicuro che il mio posto di lavoro mi piace e mi piace quello che faccio. per me non cambierei infatti lotto tutti gli anni per ottenere il rinnovo sempre nello stesso posto! sa quando ci si trova bene si iniziano progetti nuovi 8sempre con l’incubo: ma ci sarò l’anno prossimo? riuscirò a portare avanti quanto con fatica sto iniziando ora?), si affinano le competenze professionali sembra uno spreco il turn over imposto, in qualche modo, da questi contratti a tempo.
non tutti iprecari sono delle persone che cercano non si sa cosa come sembra lasciare intuire il suo commento! molti hanno professionalità specifiche e una seria “identità professionale”.
la ringrazio e buon lavoro perchè, comunque sia, le polemiche fanno conoscere questa realtà dimenticata e trascurata, perchè noi… lavoriamo lo stesso.
Pierluigi ha ragione. Converrà con me che i precari e i garantiti sono le due facce della stessa medaglia e che – come ha detto lui – le P.A. (ma vale anche nel privato) recuperano dai precari le dis-economie prodotte dagli stabilizzati (non è solo un problema di efficienza dei singoli lavoratori)
Credo si stia facendo confusione: cosa sacrosanta è pretendere l’efficienza della cosa pubblica, che i 3,5 milioni di dipendenti pubblici lavorino con efficienza ed efficacia e senza alcun sconto rispetto ai colleghi del mondo privato e tutt’altra cosa è pensare che il precariato sia la soluzione. Sono perciò d’accordo con l’idea di Gianpiero che l’efficienza dei dipendenti pubblici e delle PA va costruita dal basso, dalla famiglia, dalla scuola, dallo studio dell’educazione civica… Ma come fare oggi? La mia situazione pluriennale di psicologo precario della sanità veneta mi ha portato a considerare che le forme di precariato semestrale o annuale possono essere anche auspicabili come periodo di prova per valutare l’efficacia e l’efficienza lavorativa, per valutare l’affezione e lo spirito di abnegazione alla cosa pubblica; ma prolungare le varie forme di contratto a tempo determinato di anno in anno o addirittura di sei mesi in sei mesi al fine di evitare interruzioni di pubblico esercizio è a mio parere a dir poco indecente! Il precariato pluriennale appare semplicemente un sotterfugio più o meno legale e/o costituzionalmente accettabile per far ricadere le inadempienze di “altri” e le lacune organizzative istituzionali sulle spalle di lavoratori ricattabili, senza i minimi diritti contrattuali (ferie, malattia, TFR, preavviso di licenziamento, ecc..), che si impegnano comunque con la stessa deontologia professionale dei colleghi con contratti a tempo indeterminato ad adempiere con responsabilità al proprio mandato. A mio parere è fondamentale che le PA escano da quest’ottica del ricatto al precariato con la scusa riparativa del blocco delle assunzioni: è come se si fosse entrati in simmetria con i tanti dipendenti pubblici inadempienti… è come se si dica loro: “continuate a non far bene il vostro lavoro tanto possiamo assumere lavoratori precari che possiamo licenziare senza preavviso quando vogliamo e li paghiamo pure la metà!”. Fortunatamente con apposita legge regionale ispirata in parte alla finanziaria 2007, il veneto sembra aver recepito questo disagio e mi auguro che al più presto possa iniziare il processo di stabilizzazione del precariato della sanità. Mi auguro al contempo che possano parallelamente svilupparsi criteri di valutazione del personale dipendente dello Stato efficaci, che non si limitino a delle semplici “pagelle” e che possano riaprire la strada allo sviluppo della qualità dei servizi e al rispetto della cosa pubblica.
Capisco il problema ormai trito e ritrito che affligge l’Italia…gli anticorpi intanto fanno parte del corredo genetico e in questo caso il corredo è quello culturale dell’individuo e quindi della collettività: ad esempio l’amministrazione pubblica nordeuropea è sicuramente più efficiente della nostra: cultura e civiltà diverse;non solo: l’amministrazione pubblica nel nord del paese (leggi ad esempio sanità) è più efficiente di quella del centro-sud (vedi policlinico Umberto I…). L’immondizia di Napoli o la dispersione dell’acqua (ben l’80%!!!) che si ha a Cosenza da più di 50 anni per la vetustà della rete idrica e la conseguente mancanza di acqua nelle case, non si ha nel nord del Paese: a scanso di equivoci voglio sottolineare la mia orgogliosa origine calabrese, così non posso essere tacciato di razzismo! Se c’è Cultura: ovvero fuori casa mia è come dentro casa mia, allora gli anticorpi si trovano…la verità è che ormai cronicamente si è formata nel tempo una forte antibiotico-resistenza…E certe cose, per essere corrette, devono iniziare dal basso, dall’educazione, dall’individuo, dalla famiglia, dalla scuola, dall’asilo…e per trasmettere qualcosa dobbiamo prima averla!!!
Devo una precisazione a Federica che con signorilità e garbo mi rimprovera un’insinuazione: è disonesto, dice Federica più sù, pensare che i precari una volta regolarizzati si deresponsabilizzino. Federica ha ragione. Non sta scritto da nessuna parte che un lavoratore stabilizzato lavori male. perbacco se ha ragione. Quello che voglio dire e non sono evidentemente riuscito a spiegare è che il nostro apparato pubblico non ha gli anticorpi per espellere o migliorare le sacche di inefficienza. Anzi il sistema scarsamente premiante della nostra PA livella verso il basso il nostro entusiasmo lavorativo. Io capisco la situazione dei precari della sanità veneta e come ho scritto sopra la rispetto.
Ma vorrei rivolgere a loro tutti una domanda: pensate che il sistema di posto fisso, inattacabile, senza meritocrazia al quale comprensibilmente ambite di far parte in pianta stabile sia la soluzione? Come si può immettere all’interno del sistema pubblico una dose di efficienza e meritocrazia? Federica, quando Lei si troverà tra i piedi un incompetente, uno scansafatiche o peggio un deliquente e si troverà impotente come reagirà? I precari oggi sono i più deboli e ci sono pochi dubbi. Ma i cittadini che debono subire 3,5 milioni di dipendenti pubblici inamovibili sono l’altra faccia della debolezza italiana. E mi scusi ancora per le insinuazioni ingenerose.
sul tema della precarietà la mia idea è molto semplice: sulla scala dei diritti dei lavoratori, i c.d. precari (che di solito, purtroppo, sono i più giovani E con i maggiori curricula di studi) debbano salire uno scalone e tutti gli altri scendere in modo da incontrarsi nel mezzo; questo mezzo è un puro e semplice contratto di lavoro a tempo indeterminato, liberamente risolubile dal datore di lavoro, salvo un congruo periodo di preavviso di 12 mesi con retribuzione assicurata. E BASTA. Soprattutto, basta con gli sconti contributivi a tutte le altre forme contrattuali. Piuttosto, se necessario (e lo è) si deve diminuire il cosiddetto cuneo contributivo a carico del contratto di lavoro ordinario, altrimenti continuerà questa concorrenza sleale
complimenti per il sito web,e un caro ringraziamento al dr. avruscio per avermi dato questa opportunità.cerdo che la nostra situazione di cronico precariato ormai sia nota a tutti ma chiaramente interessa a pochi.. intendo sistemarla. noi tutti e sai bene siamo centinaia confidiamo sulla buona volontà che hai dimostrato interessandoti del nostro problema. un caro saluto anche dei colleghi quì presenti.
Concordo con quanto espresso da Giampiero e dai colleghi che come me convivono ormai da anni con il precariato. Sono una farmacista ospedaliera, precaria da diversi anni, il cui contratto è stato rinnovato con il razionale del rischio di interruzione di pubblico servizio. Uno “iato”: precariato e continuità del pubblico servizio!
Non è onesto nè rispettoso, però, insinuare che l’eventuale regolarizzazione di noi precari potrebbe trasformarci da lavoratori assidui a lavoratori poco responsabili dei propri doveri, perchè non più soggiogati dal sottile ricatto psicologico. Penso piuttosto che la forza di volontà che stiamo dimostrando, nonostante le poche tutele e garanzie, sia segno tangibile della passione per il nostro lavoro che ogni giorno affrontiamo in modo responsabile. Conosciamo il sacrificio che comporta la conquista di una posizione professionale e rappresentiamo la possibilità di una futura(mi auguro non troppo!)classe dirigente in Sanità Pubblica nuova e motivata, che nulla ha a che vedere con gli scandali del lassismo e della disonestà dei recenti episodi di cronaca.
Abbiamo scritto con la nostra esperienza una pagina di storia sociale e stiamo lottando perchè non solo non si protragga troppo, ma soprattutto perchè non si ripeta più.
A chi sostiene che la stabilità blocchi il progresso dico che la pigrizia intellettuale non è un fatto di stabilità tantomeno di schieramento politico; è un fatto di carattere, dipendendo dal singolo soggetto nel lavoro e nella vita privata. Voglio essere più esplicita: noi precari chiediamo stabilità di garanzie (stare a casa se ho la febbre a 38, avere diritto alla maternità se sono in gravidanza, avere diritto all’infortunio se andando a lavoro mi investono sulle strisce); se non ho tali garanzie di diritto e, per uno dei casi espressi devo assentarmi dal lavoro, non garantisco il pubblico servizio e vengo sostituita.Inoltre se non ho uno stipendio certo non posso comprare casa, perchè nessuna banca mi concede un mutuo.
Ecco dunque che la stabilità è ben altro dalla pigrizia e dalla stasi intellettuale. Saluti.
A proposito di “casta universitaria” ovvero lo stato nello stato, visto che molti ministri sono professori universitari, il sistema universitario italiano purtroppo vive ormai da tempo una situazione di degrado e cosa ancora più grave, il tutto avviene nell’indifferenza generale. I ricercatori sono pochi e vecchi e i dottorati di ricerca vengono istituiti ‘per partenogenesi’, ovvero per sistemare i figli dei docenti, secondo quanto pubblicato di recente su “Doctornews”. Solo poco tempo fa abbiamo assistito allo “scoop” di “striscia la notizia” con le immagini e le interviste di un’intera famiglia che aveva colonizzato una Facoltà dell’Università di Bari. Tutto fatto passare nella legittimità dei titoli e dei concorsi! L’etica e l’opportunità nel nostro Paese sono poco considerate: così in tutte le Isituzioni, dal Governo di Roma alla Periferia. Una ‘vecchiaia’, quella degli Atenei, testimoniata anche dalla carta di identità dei suoi docenti: il 40 per cento dei professori ordinari ha più di 60 anni e l’80 per cento ha superato i 50, mentre solo il 4,6 per cento ha meno di 35 anni.
Non lo dico io, ma Fabio Pammolli, Direttore dell’Imt-Alti Studi di Lucca, durante un convegno dedicato proprio all’”attrazione dei giovani ricercatori in Italia”, dove parla addirittura di “uno Tsunami che rischia di travolgere il sistema”. Dopo la Turchia e il Messico, l’Italia è il Paese con il minor numero di dottorati di ricerca: 60 per milione di abitanti, contro i 400 della Svezia, i 250 del Regno Unito, i 290 della Germania e i 170 della Francia.E Padova?
Al 31 dicembre 2005 a Padova su 2.274 docenti universitari di 13 facoltà, il 65% sono professori ordinari e associati, il 35% ricercatori, i quali hanno un’età media di 43,7 anni. A fronte di tutto ciò ci sono circa 5 immatricolazioni per docente negli ultimi 5 anni e quasi lo stesso numero di laureati. Dal 1222 anno della Fondazione dell’Università in poi, Padova era meta di studenti e professori provenienti da tutto il mondo allora conosciuto. E oggi? Le Università italiane sono incapaci di attirare studenti dall’estero: gli stranieri iscritti a dottorati sono appena l’1 per cento contro il 32 per cento del Belgio e il 28 per cento del Regno Unito. Secondo il Direttore del prestigioso Istituto, la ricetta per ringiovanire e rafforzare l’università passa per alcuni ‘nodi’ semplici ma fondamentali: “selezioni internazionali trasparenti e rigorose, in linea con i principi, gli standard e le regole del mercato del lavoro internazionale e della comunità scientifica”. Tutto ciò per attirare giovani dall’estero… ma per non far scappare all’estero i nostri giovani e meno giovani? Quale la ricetta per una Università che ritorni ad essere Medioevale, cioè attrattiva? Ai posteri l’ardua sentenza!
Mi sembra che il dato veneto sulla tendenza a cambiare lavoro sia coerente con una modernizzazione della società che richiede la modulazione tra i diritti al lavoro ed il bisogno delle persone di poter esprimere le proprie competenze e capacità anche in contesti diversi. In fondo i lavoratori dell’induatria, anche quando avevano contratti di lavoro a tempo indeterminato, hanno concretamente sperimentato la necessità di tutelare il posto, preoccupandosi della qualità del prodotto dell’impresa. Ritengo che l’attuale dibattito sulla precarietà sia inevitabilmente e pregiudizialmente condizionato da una deriva autoreferenziale ed irresponsabile resa possibile dalle dinamiche della pubblica amministrazione. E’ necessario conciliare le giuste garanzie del lavoro, superando ogni forma di precariato, con un meccanismo anche contrattuale che rispetti gli aspetti meritocratici, introducnedo in tal modo stimoli reali al cambiamento ed all’impegno di migliorare la qualità del proprio agire. Il dibattito mi sembra interessante ed ha la necessità di essere autenticamente bipartisan per il bene del paese, ma soprattutto perchè forti spinte conservatrici in entrambi gli schieramenti impediscono le radicali riforme che le giovani generazioni ed i meritevoli, ancora precari, devono vedere realizzate per non asssitere all’ingiustizia di avere la propria strada ingiustamente sbarrata dalle rendite di posizioni dei privilegiati, le garanzie sono altra cosa.
Franco Marcomini
Confermo tutto quello che ha evidenziato Giampiero. Sono uno dei tanti medici precari con contratto libero professionale, con qualificazioni adeguat(specializzioni, master, perfezionamenti, dottorati di ricerca, …) e notevoli competenze acquisite negli anni, con famiglia a carico, ma con nessun riconoscimento nè garanzia sociale. Io e i miei colleghi precari svolgiamo un servizio fondamentale nell’economia delle aziende sanitarie, la maggior parte delle volte con grandissimo impegno e altissima professionalità, con orari di lavoro sicuramente superiori alla norma; ma non abbiamo diritto alle normali tutele che ogni lavoratore dovrebbe avere (malattia, pensione, tutela della maternità, assicurazione, ferie, mensa, ….; tutto é a nostro carico, con compensi lordi risibili per professionisti con la nostra esperienza e anzianità di servizio a cui vengono affidate responsabilità pari ai colleghi di ruolo. Si desidera una minima stabilità non per adagiarsi sugli allori e non fare nulla o quasi, ma per affrontare con maggior energia i compiti che ci vengono affidati, senza dovere essere continuamente assillati e a volte angosciati dal pensiero di essere o meno in grado di far fronte a tutti gli impegni e i problemi (affitto, mutuo, assicurazioni, malattia,…..)che strutturano e “complicano” la vita di ciascuno (mi rinnoveranno il contratto?).
Il sistema pubblico non dovrebbe mortificare e appiattire i propri professionisti (penso anche ad altre categorie), ma dovrebbe valorizzarli anche economicamente ed essere geloso della loro competenza, trattandoli come una importante ricchezza, un patrimonio insostituibile a cui é legata la sua stessa esistenza, in un’ottica di servizio essenziale per i sui cittadini.
Grazie Giampiero, per quanto conta, sono d’accordo con Lei. E comunque ci stà dando un’utile mano per rendere qeusta discussione più approfondita.
In Veneto abbiamo una sanità tra le migliori d’Italia e non solo, quindi vuol dire che anche nell’ambito del Servizio Pubblico (statale) a parità di condizioni, garanzie, stipendio…c’è una diversa efficienza ed efficacia della risposta (in questo caso sanitaria) ai bisogni del cittadino. Personalmente penso che lo Stato dovrebbe essere più controllore che gestore diretto dei servizi pubblici…ma così non è e non penso che i “poteri forti” lo consentano. Faccio notare che due delle cariche più alte dello stato, sono occupate da due sindacalisti!Ma qui il problema è un altro: o siamo tutti precari, a parità di responsabilità, funzioni, rischi…o siamo dipendenti con una seria programmazione del fabbisogno di infermieri, medici, farmacisti, ecc…altrimenti si crea una ulteriore discriminazione alle discriminazioni già esistenti!!! A partire dalle nostre università: Le è mai successo di vedere licenziato un professore universitario? Fino ad 80 anni restano in cattedra (lavoro sicuramente non usurante!) e non c’è nessuno che possa verificare il loro lavoro…l’Italia delle varie “Caste”…Le manderò alcuni dati! Sui precari della sanità comunque c’è fin troppo silenzio…forse proprio per il fatto che si scontrano con quelli che si considerano “privilegi” più che diritti!!!
Vede Giampiero Lei ci racconta di una situazione allucinante. I numeri che lei fornisce sono impressionanti. Mi chiedo se però non convenga rendere tutto il sistema più flessibile: cosa faranno i precari, non più tali, una volta assunti in pianta stabile? Non saranno più sottoposti al ricatto della riassunzione, questo è certo. Ma a parte coloro fortemente motivati (per quanto si può resistere?) il nostro sistema pubblico non rischia di appiattire tutti all’esecuzione del minimo indispensabile per sopravvivere. mi chiedo quale tipo di incentivi si possano inserire in un sistema pubblico per obbligare i propri dipendenti a tenersi in forma.
3.437 precari della sanità veneta, dei quali 1.389 medici, gli altri amministrativi, operatori del comparto, veterinari,biologi,farmacisti,psicologi…In ospedale infatti esiste un mondo sommerso di precari, assunti prevalentemente con contratti libero professionali. Si tratta di professionisti sui quali pende una spada di Damocle sulla testa per quel che riguarda la prosecuzione del loro rapporto di lavoro. Non godono di permessi, ferie, malattie, maternità, TFR.E non si tratta di qualche caso sporadico, isolato. Solo a Padova, su 1000 medici, 300 sono contratti libero-professionali. Nella maggior parte dei casi si tratta di incarichi finalizzati a evitare l’interruzione di pubblico servizio. Questi contratti venivano siglati per arginare il blocco delle assunzioni. Il risultato è che ora ci troviamo con la categoria dei medici assunti che ha una età media maggiore di 50 anni.E con medici giovani che hanno contratti libero-professionali pur occupando posti in pianta organica. Nelle assunzioni si è saltata una generazione. I medici precari non hanno alcuna tutela a livello contrattuale, non godono di assicurazioni contro incidenti e danni provocati a terzi e guadagnano circa 30.000 euro lordi l’anno per 36-45 ore a settimana. Si devono pagare tutto, dall’aggiornamento obbligatorio alla mensa.Eppure hanno pari responsabilità e mansioni dei loro colleghi dipendenti …Non sono contratti che durano solo due o tre anni, alcuni da 10-15 anni, molti sposati con figli…e sono professionisti capaci, altrimenti non avrebbero rinnovato il contratto, a differenza dei dipendenti in cui il merito passa spesso in secondo piano! Non solo il contratto, ma così si rende la vita stessa precaria!Da un mese in Veneto si è avuto il coraggio di cambiare registro con una apposita legge regionale: grazie al fatto che una situazione sommersa è stata portata all’attenzione generale…sì perchè questi laureati, specializzati, che operano nelle nostre strutture sanitarie, non hanno neanche un sindacato…tutti zitti altrimenti non si rinnova il contratto…più precari e “clandestini” di cosi?
Sulla reale mobilità delle aziende sono totalmente d’accordo con Lei. In un’economia di mercato fallire non è un’infamia come da noi, e perdere il lavoro non è una tragedia, come da noi. Resta il fatto che se la mobilità sociale sia in alto (le aziende) sia in basso ( i lavoratori) fosse superiore la soluzione sociale di maggiore libertà di assumere e licenziare non creerebbe grossi problemi.
La Triplice ha le sue colpe, che anche il settimanale ufficiale della sinistra, il tetro Espresso, ha condannato proprio di recente.
Resta il fatto che il precariato è una buona soluzione economica, ma una pessima soluzione sociale. Soprattutto se ad una mobilità dei lavoratori non corrisponde una reale mobilità delle aziende – si vedano i vari monopoli garantiti da questo Governo e da quello precedente.
Ma oltre a questo, torno al problema dei diritti dei lavoratori: un popolo di lavoratori a termine non ha alcun potere contrattuale. Ed è triste che a parlare di questo debba essere solo quell’idiota di Caruso.
Giampiero, ho visto i suoi siti. Quando avrà voglia e tempo ci può dare qualche elemento in più per capire cosa intende per abuso dei contratti flessibili: magari qualche dato, numeri, situazioni. Grazie.
Non è proprio cosi sul precariato… c’è un abuso dei contratti “flessibili”, soprattutto nel servizio pubblico o meglio “statale” come per esempio nella sanità per medici, biologi, farmacisti…! La Regione Veneto è la prima Regione in Italia ad aver approvato una legge (31 luglio 2007)che porterà alla stabilizzazione di questi precari… e non per merito della “triplice” ma grazie ad un movimento spontaneo che ha portato a far conoscere all’opinione pubblica questi “fantasmi” o “clandestini della sanità”. Spiace che ci sia stato molto silenzio su questo argomento. Sul sito http://www.avruscio.it e http://www.precarius.com tutti gli articoli e i particolari!!!
Americo Lei ha 81 anni? é un onore averla nel nostro blog. Ci frequenti spesso e ci tenga svegli quando ci vede un po’ remissivi. Grazie
Se qualcosa é sicuro, é che la vita é precaria, infatti si possono avere accidenti, disgrazie, imprevisti disastrosi in qualsiasi momento. Una situazione di vita stabile a priori, forzata da leggi povere di intelletto ma ricche in demagogia, é contro natura e solo promuove la autoindulgenza, la infingardaggine e la pigrizia. A 81 anni mi posso permettere questa affermazione. La mancanza di stimolo tanto materiale come intellettuale(tipico della nostra sinistra)é la morte del progresso tanto personale come della societá. Andare contro natura é un sicuro suicidio.(Sobran ejemplos).
Caro Roberto, il tema che lei pone è fondamentale. Oggi Walter nella sua lunga intervista alla Repubblica, si è permesso (ognuno è libero di farlo ovviamente) di partire con una citazione di Luigi Einaudi. Dico Luigi Einaudi, il principe di tutti i liberali. Anzi sà che le dico? Adesso apro una discussione. Grazie per il suggerimento.
Come è possibile che in Italia ci si possa vantare quando si fanno leggi dannose (vedi con quanta fanfara gli opinion leaders sinistri accompagnavano le lotte che hanno portato l’Italia sull’orlo della bancarotta), e poi, con una incredibile faccia tosta, vantarsi di cancellare quelle stesse leggi?
E ritorna , senza essere affrontato, il problema che sta a monte , e che forse, mi perdoni il sig. Porro il suggerimento, meriterebbe una discussione dedicata:
che ruolo, che responsabilità abbiano avuto gli intellettuali, la stampa e in genere i mass media, per questo clima di irresponsabilità, per il quale si possono dire sciocchezze clamorose, come quelle sostenute dalla sinistra fino al crollo dell’impero comunista russo, e poi , dopo il terremoto, far finta di niente e continuare con la stessa boria a raccontare altre idiozie.
In effetti è così, anche in campo non economico, come per esempio nelle scuole : dopo aver introdotto un clima di lassismo, dal ’68 in poi, ora la sinistra si vanta di aver reso l’esame di maturità più selettivo.
Ma non è altro che un ritorno, un riavvicinarsi all’antico rigore, cioè un disfare quanto aveva fatto prima.
E’ curioso che l’Italia, grazie alla nefasta influenza della sinistra nei decenni passati, per andare avanti con le riforme debba ingranare la marcia indietro!
Si può dire che se vogliamo andare avanti, dobbiamo farlo al grido di “Indietro tutta!”
Se ci si bada, la strada delle riforme, ultimamente invocate da tutti, è costituita in gran parte dal disfare le leggi e le regole che trent’anni di governi succubi della sinistra e dei sindacati avevano imposto all’economia italiana, che ne è risultata azzoppata e soffocata (si pensi alla rigidità del lavoro, all’età pensionabile insostenibilmente bassa, all’indipendenza tra gli importi versati e la pensione cui si avrà diritto , agli aumenti salariali del pubblico impiego slegati da ogni considerazione di merito, ecc.)
E la rigidità nella quale è costretto il mercato del lavoro, oggetto di questa discussione, è una di quelle sovrastrutture che più ingessano le aziende, e, contemporaneamente, danneggiano chi cerca un impiego, essendo la sua offerta di lavoro resa meno appetibile dalla indissolubilità del rapporto.
Eppure viene difesa a denti stretti dai sindacati.
Ma dietro questa apparentemente ottusa opposizione, forse si nasconde la preoccupazione che i loro iscritti si accorgano, alla luce dei fatti, che le ‘conquiste’ , da loro sbandierate, ‘conquiste’ non erano affatto, anzi, che più ci si disfa di queste ‘conquiste’ più il paese progredisce e si porta al passo dei paesi più civili.
E , ma questo è pensare male, viene il sospetto che le lotte e gli scioperi fatti per imporre questi lacci e laccioli, non fossero finalizzati all’aumento del benessere del lavoratore, ma strategie dettate da calcoli elettorali, dal “tanto peggio tanto meglio”, dalla nascosta intenzione di frenare l’economia, forse al fine di avvicinarla (leggi rallentarla) al passo di quella ( fallimentare) sovietica.