Ci sono in giro più candidati che scalpitano per i salotti che contano che posti di lavoro disponibili

Banche, Confindustria e Generali: ci sono in giro più candidati che scalpitano per i salotti che contano che posti di lavoro disponibili. Ma andiamo con ordine e partiamo da Viale dell’Astronomia, il palazzone dell’Eur che contiene gli industriali.
Se fossimo dei matematici, potremmo tracciare un grafico e mettere in relazione il peso degli industriali nella politica economica italiana e il numero di aspiranti candidati alla guida dell’organizzazione datoriale. La relazione sarebbe inversa, e cioè tanti più industriali aspirano al posto di Giorgio Squinzi, tanto meno conta la Confindustria.Il punto vero è che gli unici due industriali che avrebbero potuto, almeno formalmente, sbaragliare la concorrenza, per la loro riconosciuta autorevolezza, si sono tirati indietro.
Carlo Pesenti, l’uomo che ha tracciato il nuovo statuto, ha venduto l’azienda di famiglia e, con molta eleganza, si è autoescluso anche dal minimo pettegolezzo. Per carità, non era dovuto. Basti pensare all’autocandidatura di Edoardo Garrone che, pur avendo ceduto il suo petrolio, è ancora lì che spera. Sia chiaro, entrambi hanno ancora molti interessi, ma è il segnale che conta. Garrone, forse proprio per questa capacità familiare di vendere all’estero, si occupa, pensate un po’ voi, ancora di internazionalizzazione. La seconda icona che avrebbe messo tutti d’accordo è Gian Felice Rocca. Ma proprio grazie al nuovo statuto il rischio è che un parvenue si candidi contro l’attuale numero uno di Assolombarda. Rocca, che ha una super azienda e molte buone idee, non si mette a trafficare per un voto in più: difficile immaginare Rocca a braccetto con le abilità manovriere della coppia Arpisella-Marcegaglia.
Il Sud ha in mente di portare avanti, Vincenzo Boccia, salernitano, presidente del comitato credito, conosce bene la macchina ed è piuttosto stimato dall’attuale vertice confindustriale. Con il nuovo Statuto, il Sud da solo non va da nessuna parte: sì e no può racimolare il 20% di voti necessari per iniziare la partita. L’Emilia Romagna si è messa in testa di essere la Toscana renziana. Ha in corsa quattro candidati: Vacchi, by Luca di Montezemolo, che ha il difettuccio, dicono a Confindustria, di non avere applicato nella sua miniera d’oro (l’Ima) il jobs act renziano (vai a sapere se è vero…), e poi Guido Ottolenghi, da Ravenna, Fabio Storchi, da Federmeccanica, e, udite udite, Gaetano Maccaferri. Un bel casino. Il vero padrone del sigaro toscano se la dovrebbe vedere con il suo azionista di minoranza, Aurelio Regina da Roma, anch’egli candidato forte. Resta lo spazio per un lombardo: il bresciano Marco Bonometti. I veneti, come da migliore tradizione, sono divisi. Un pensierino dicono lo avesse fatto il presidente della Piccola, Baban.
È un imprenditore con i fiocchi e basta parlarci un attimo per rendersi conto che viaggia su un altro pianeta rispetto alla media. Ma in Confindustria, dove i coltelli girano da mesi, continuano a far girare la voce che il suo rinnovo alla Piccola non è stato così plebiscitario come sarebbe stato necessario per portarlo a Roma. Tutto qua? Chissà quanti ne abbiamo tralasciati. D’altronde in Confindustria è un «libera tutti». Manca un attore non insignificante: il governo. Matteo Renzi ha sempre snobbato le rappresentanze sindacali. Ma Finmeccanica, Ferrovie dello Stato, Eni, Enel, Poste, Fincantieri con chi concorderanno il loro voto? Ovviamente in perfetta autonomia. Seee. In fondo per il governo Confindustria conta nulla, ma ha ancora quella piacevole appendice che si chiama Sole 24 ore. È la stampa, bellezza. Verrebbe da dire che il posto di Roberto Napoletano interessa più di quello di Giorgio Squinzi.Sulle aggregazioni bancarie la bagarre, se si vuole, è anche peggiore. Come in quei vecchi balli, tocca vedere chi resta senza partner alla fine della musica. Tutti d’accordo a scansare la zitella Mps. In queste ore si è letto di tutto: persino aggregazioni a tre. Prendete gli ingredienti e mischiateli a piacimento: Ubi, Bipiemme, Banco Popolare, Veneto Banca, Mps e via andando. Un tempo il traffico lo dirigeva Antonio Fazio e gli dissero che aveva esagerato. Oggi ci pensa una mezza dozzina di parlamentari di Tosi, sindaco di Verona, che è fondamentale per la maggioranza di Governo. Quando si dice che il territorio conta. Volete mettere Verona e Milano insieme? «Make sense» poi verrà scritto in un colto e ben pagato report di uno degli advisor delle banche coinvolte. Così va la finanza: Tosi (diciamo così a caso) dispone e Jp Morgan o Merrill Lynch (diciamo così a caso) certificano. Volete mettere con Alvito?
Nella finanza italiana esiste un solo mito. Prendiamone atto: Leonardo Del Vecchio, il boss della Luxottica. Avete presente quello straordinario sketch dei Nuovi mostri in cui Gassman è un cardinale che si trova in una parrocchia di provincia e progressista nei caldi anni ’70? E che avvicinandosi ad un parrocchiano, dice: «Ho sentito nei vostri discorsi, annamo, famo, menano» e poi gli molla uno sganassone e commenta: «Mo’ che t’ho menato, caro confratello, ho forse risolto qualcosa?». Ecco, Del Vecchio, come il cardinale Gassman, è favoloso e ogni tanto molla ceffoni. L’ad delle Generali, Mario Greco, fa filtrare sui giornali che la sua uscita deriverebbe da contrasti con alcuni soci, e Del Vecchio, che è uno dei soci, molla un cazzottone, dicendo più o meno così: Greco aveva un contratto di rinnovo pronto e in mano da un paio di mesi, è uscito da Zurich come numero due e ora ci torna come numero uno, e quando parla di contrasti con i soci dice «sciocchezze». Roba forte per la paludata finanza italiana. Del Vecchio porta bene. Quando un bel casotto avvenne nei suoi palazzi, e cioè quando sbattè la porta il suo storico amministratore, Andrea Guerra, i giornali gridarono (nei modi dovuti rispetto a Luxottica, si intende) al familismo di casa Del Vecchio e al rischio di Borsa. Il mercato in due giorni vendette i titoli Luxottica per circa il 20 per cento. Chi avesse comprato in quelle ore, oggi sarebbe ricco. Il titolo, dopo due giorni di tracollo, salì su vertici che all’epoca Guerra si sognava. Se il tocco di Del Vecchio si dovesse ripetere lo scopriremo nelle prossime settimane. Per ora Generali, dall’uscita di Greco, ha perso l’8% in pochi giorni, nei quattro anni sotto la sua gestione aveva guadagnato il 20%.

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