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	<title>il Blog di Nicola Porro</title>
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	<description>Zuppa di Porro</description>
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		<title>Gli affari dei Benetton? Di tutti i colori</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 14:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La zuppa si cucina una storia a cui aveva accennato qualche settimana fa in un suo post scriptum. Che vale evidentemente la pena sviluppare un po’. Riguarda la fusione, tutta in casa Benetton, di due sue nobili controllate: Atlantia, la scatola quotata in Borsa, che controlla le autostrade, e Gemina, un’altra società quotata, che invece ha in pancia gli aeroporti di Roma. La famiglia veneta controlla la prima con circa il 48% delle azioni e la seconda con il 36 per cento. Non discuteremo in questa sede le opportunità industriali di mettere insieme piste di decollo con strade, ma di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La zuppa si cucina una storia a cui aveva accennato qualche settimana fa in un suo post scriptum. Che vale evidentemente la pena sviluppare un po’. Riguarda la fusione, tutta in casa Benetton, di due sue nobili controllate: Atlantia, la scatola quotata in Borsa, che controlla le autostrade, e Gemina, un’altra società quotata, che invece ha in pancia gli aeroporti di Roma. La famiglia veneta controlla la prima con circa il 48% delle azioni e la seconda con il 36 per cento. Non discuteremo in questa sede le opportunità industriali di mettere insieme piste di decollo con strade, ma di alcuni dettagli con cui l’operazione è stata fatta, che fanno riflettere sul ruolo delle minoranze nelle società italiane. Alla fine di un complicato processo di valutazione delle due imprese, si è stabilito di fondere Gemina in Atlantia con un concambio di 9 azioni degli aeroporti per ogni azione delle autostrade.<br />
Il mercato si è molto interrogato su questi valori relativi e soprattutto su una certa supervalutazione di Atlantia (8,9 volte il margine operativo lordo aggiustato) e una decisa sottovalutazione di Gemina (7,5 volte il medesimo margine). Questioni che riguardano i tecnici e in cui è sempre difficile mettere bocca. I più critici sostengono, ad esempio, che recenti affari realizzati su società aeroportuali le hanno valutate il doppio, soprattutto in considerazione del fatto che Gemina si è appena portata a casa una revisione delle tariffe sul suo scalo di Fiumicino. Una cosettina che vale circa 150 milioni di margine in più all’anno (sui 266 oggi realizzati).<br />
Ciò che ci fece saltare sulla sedia però non sono state queste valutazioni, ma il fatto che le holding della famiglia Benetton proprio nel momento in cui si stavano decidendo i concambi si sono affrettate a comprare sul mercato in quindici giorni la bellezza di 8.4 milioni di azioni Atlantia (il 41% dei volumi di quel momento) sostenendo così le quotazioni e di fatto la loro forza relativa rispetto a Gemina. Tutto legale, ma non molto trasparente. Così va la vita a Piazza Affari.<br />
Ma a questo primo campanello di allarme se ne è aggiunto uno, pochi giorni fa, (colto solo da Mf) piuttosto inquietante. Si è infatti scoperto che Atlantia (la società pompata dagli acquisti di Borsa e che ingloberà Gemina) ha «pending» una causa con lo Stato italiano da 800 milioni. Avete letto bene 800 milioni (su un fatturato di 3.4 miliardi): una roba da far tremare i polsi. Nessuno però era stato avvisato. E a quanto risulta al cuoco, neanche la famiglia Benetton, che diventerà proprietaria dell’unica società dopo la fusione, ne era al corrente. Tra poco parleremo di questo macigno, che potrebbe rivelarsi meno pesante del previsto, ma conviene fare un passo indietro.<br />
Se un’azienda, che si deve fondere con un’altra, pagandola con le proprie azioni, è sottoposta a una minaccia legale di questo tipo, non deve forse avvertire tutti i possibili attori del pericolo in cui si trova? I consiglieri di amministrazione di Gemina che hanno votato a favore della fusione (ripetiamo noi: a condizioni certo non favorevoli) come potrebbero rispondere ad un azionista di minoranza che li incalzasse sul loro voto? Si rendono conto gli amministratori di Atlantia che non aver fornito questa informazione in un momento così delicato mette anche i loro azionisti di riferimento in serio imbarazzo? A quanto risulta al cuoco gli stessi dirigenti di Atlantia hanno scritto una lettera, protocollata al ministero, in cui chiedevano lumi sul procedimento legale. Una causa da 800 milioni può anche essere (e poi lo vedremo) fragile o temeraria, ma arriva dallo Stato italiano che si è reso parte civile. Il medesimo Stato che regola tutte le attività sia di Atlantia (autostrade) sia di Gemina (aeroporti). Che so, forse un sms, una letterina, una discussione si poteva affrontare prima di procedere ai concambi per la fusione. Tanto più che tra le condizioni contrattuali che potrebbero far saltare la medesima fusione (oltre alle necessarie autorizzazioni Antitrust ed Enac) è presente proprio «l’assenza&#8230; di ogni atto giudiziario che possa alterare il profilo di rischio o le valutazioni sui quali sono basati i concambi». Alcuni consiglieri di Gemina sono oggi comprensibilmente molto preoccupati.<br />
Parliamoci chiaro: questa dimenticanza più che un illecito, sembra un ulteriore tassello costruito per far sì che l’operazione si concluda velocemente con massima soddisfazione degli azionisti di Atlantia e minore godimento di quelli di Gemina. Gli 800 milioni di cui parliamo sono infatti una delle solite follie della burocrazia italiana. Nascono da una incredibile valutazione del possibile danno ambientale che le Autostrade avrebbero provocato nell’eseguire la Variante di valico.<br />
Secondo un’interpretazione talebana della norma del 2006 (peraltro già applicata ad altre imprese) si richiede non solo il costo del ripristino, ma anche un risarcimento danni. E per di più con la logica del costo massimo del ripristino ambientale. Una roba da pazzi. Ma sequestrare i coils dell’Ilva non lo è altrettanto? Su queste basi il ministero dell’Ambiente non solo si è costituito parte civile contro Atlantia, ma ha richiesto, per l’appunto, accantonamenti per 800 milioni. Come spesso avviene in queste occasioni (su questa materia un po’ ricattatoria abbiamo aperte varie infrazioni europee) si arriverà a una transazione: lo Stato chiede 100 e chiude a 10.<br />
Ma resta un po’ di amaro in bocca. Prima le azioni comprate durante il periodo del concambio, poi nascondere la notizia della causa milionaria con il ministero, non un buon biglietto da visita per fidarsi delle operazioni societarie congegnate a Ponzano Veneto.</p>
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		<title>Perchè l&#8217;economia fallisce al Bar</title>
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		<pubDate>Sun, 05 May 2013 15:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcune considerazioni economiche, degne di un cuoco liberale e liberista, sul funzionamento di un cucina e di un bar. Quando andiamo al bar, da un po&#8217; di anni a questa parte, non troviamo più le vecchie zuccheriere con il prezioso alimento al loro interno. O meglio le vecchie zuccheriere ci sono ancora nella maggior parte dei casi, ma al loro interno ci sono le bustine preconfezionate con lo zucchero. Tutto discende da una serie di norme leislative molto precise che vi riporto qua sotto. Il Ministero delle attività produttive con la risoluzione n. 769422, del 28 maggio 2004, ha fornito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune considerazioni economiche, degne di un cuoco liberale e liberista, sul funzionamento di un cucina e di un bar. Quando andiamo al bar, da un po&#8217; di anni a questa parte, non troviamo più le vecchie zuccheriere con il prezioso alimento al loro interno. O meglio le vecchie zuccheriere ci sono ancora nella maggior parte dei casi, ma al loro interno ci sono le bustine preconfezionate con lo zucchero. Tutto discende da una serie di norme leislative molto precise che vi riporto qua sotto.</p>
<p><strong>Il Ministero delle attività produttive con la risoluzione n. 769422, del 28 maggio 2004, ha fornito alcune precisazioni sull&#8217;applicazione del d.lgs. 20 febbraio 2004, n.51 che, come si ricorderà, ha disposto il divieto di vendita e somministrazione di zucchero sfuso, in attuazione della Direttiva comunitaria n. 2001/111/Ce. Secondo il Ministero, nonostante la validità del divieto che non consente più agli esercizi pubblici di mettere a disposizione dei clienti lo zucchero nelle zuccheriere, è ammesso l&#8217;uso, a fianco delle bustine monodose, dei dosatori di zucchero chiusi, igienicamente adeguati.</strong></p>
<p>Bene. Anzi male. Vorrei paradossalmente sostenere che l&#8217;economia italiana e quella continentale sono destinate a morire proprio per norme di questo tipo. Il motivo per i quali i nostri politici europei ed italiani non vogliono lo zucchero sfuso è il solito: perseguire il nostro bene. Ma lo loro presunzione è di sapere ciò che noi non sappiamo. Per farla breve un illuminato burocrate stabilisce che lo zucchero sfuso possa essere poco igienico e dunque obbbliga all&#8217;imbustamento. Il mercato, cioè la possibilità di milioni di europei di andare nel bar che sembra loro più pulito, più sano, più buono, meglio tenuto, non conta un&#8217;acca. Il principio è che il mercato fallisce, cioè il nostro giudizio fallisce, mentre lo Stato le azzecca tutte.<br />
Per questa strada è necessario normare tutto (è previsto anche il colore e la tenuta del barista per legge). Per il nostro bene si intende. Ovviamente lascio ai cari commensali il gioco di trovare tutte le contraddizioni di questa norma (pensate ad esempio ai costi, ma anche all&#8217;inquinamento aggiuntivo, che pure è considerato dai medesimi burocrati obbiettivo sano e nobile).<br />
Ma ciò che mi tengo è il ragionamento economico. In una società in cui la somministrazione dello zucchero non è lasciata alla libera scelta degli esercenti e al libero giudizio dei clienti, come si può immaginare di fare impresa innovativa? Lo zucchero in bustina blocca l&#8217;innovazione. E non esagero. In un sistema eocnomico sano la libertà di mercato deve essere massima. La regola minuziosa, per proteggerci da noi stessi o dai cattivi imprenditori, non fa altro che bloccare la crescita. La regola minuziosa, con la scusa di proteggerci, protegge lo status quo. In una competizione di mercato concorrenziale io cambio bar perchè ha le zuccheriere inzaccherate, voto con i miei piedi e non mi affido alle previsioni onniscenti di un burocrate. Questo sistema sovietico di considerare l&#8217;economia  e il mercato è ciò che ci sta ammazzando. Esagero? </p>
<p>ps mi sono divertito a parlar di zucchero e zuccheriere, ma ogni tanto, come sanno gli assidui, cito altre stramberie burocratiche. continuerò. Sono fissato: la prima riforma è meno regole</p>
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		<title>La solita battaglia per il Corrierone</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 14:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sintesi più interessante sulla periodica guerra per il controllo del Corriere della Sera l’ha fatta uno dei banchieri che ancora contano in Italia: «Stiamo tenendo su questo palco a caro prezzo. Ma non si capisce per chi. Rcs ha rotto&#8230;». Altro che «rotto»: nel solo 2012 ha bruciato più di 250 milioni di ricavi, con una perdita netta di gruppo di 500 milioni (322 milioni di rosso l’anno precedente). E se i suoi numerosi soci non dovessero, come alcuni azionisti chiedono, approvare l’aumento di capitale da 400 milioni, gli amministratori dovrebbero portare i libri in tribunale. Ieri Diego Della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sintesi più interessante sulla periodica guerra per il controllo del Corriere della Sera l’ha fatta uno dei banchieri che ancora contano in Italia: «Stiamo tenendo su questo palco a caro prezzo. Ma non si capisce per chi. Rcs ha rotto&#8230;». Altro che «rotto»: nel solo 2012 ha bruciato più di 250 milioni di ricavi, con una perdita netta di gruppo di 500 milioni (322 milioni di rosso l’anno precedente). E se i suoi numerosi soci non dovessero, come alcuni azionisti chiedono, approvare l’aumento di capitale da 400 milioni, gli amministratori dovrebbero portare i libri in tribunale. Ieri Diego Della Valle (ha l’8,6 per cento della Rizzoli) ha scritto una terza, dura lettera ai vertici della società: la strada per un’azione di responsabilità è tracciata. È un bel pasticcio. I soci sono in fibrillazione. Ma anche quelli più ostili all’aumento di capitale rischiano di finire in un angolo. E temono che quell’angolo sia stato studiato proprio per metterli a tacere. Non è un caso che buona parte dei soci privati, chi più chi meno, sia molto irritata: Della Valle in primis, ma anche i Pesenti, Merloni, Rotelli, Benetton. Insomma, chi deve aprire il proprio portafoglio (e non quello dei suoi azionisti) non riesce a capire per quale motivo metà delle nuove risorse debba andare a ridurre il debito delle banche e non a rafforzare la società editoriale. Se il primo socio Giuseppe Rotelli (ma in realtà la trattativa la sta conducendo l’avvocato Lombardi con qualche sfumatura diversa rispetto alle posizioni iniziali tenute dal grande imprenditore della sanità) non aderisse all’aumento di capitale, la sua quota (oggi superiore al 16 per cento) si ridurrebbe a circa il 3 per cento della Rcs ricapitalizzata. Discorso simile per Diego Della Valle, il cui 9 per cento si diluirebbe a meno del 2 per cento. Questo aumento di capitale fortemente diluitivo fa davvero male a chi non lo sottoscrive. È l’angolo da cui si deve scappare. Se i privati aderiscono all’aumento mettono altri quattrini in una società in cui contano poco e a beneficio delle banche finanziatrici. Se non li mettono vedono le proprie partecipazioni al capitale polverizzarsi e chiudere così la loro storia a via Solferino.<br />
Il braccio di ferro è in corso. Della Valle ha certamente rotto il giochetto. Ma è difficile che riesca a condurre alle estreme conseguenze il suo tentativo. La Rizzoli portò già i libri in tribunale e nessuno dei soci ha voglia di giocare alla roulette russa generata da una procedura concorsuale. Ma d’altra parte Mediobanca, il secondo socio dopo Rotelli, sta giocando un ruolo di mediazione. A Piazzetta Cuccia (che non ha prestato un soldo a Rcs e dunque non ha benefici diretti dall’operazione così come ora congeniata) cercano di trovare una via d’uscita. Rendere l’aumento di capitale di Rcs meno penalizzante per i soci è davvero complicato: oggi il gruppo si trova nella stessa situazione di Fonsai prima del salvataggio. I 150 milioni di capitale residuo si bruciano in fretta. Le condizioni piuttosto onerose dei nuovi prestiti concessi dalle banche potranno essere leggermente riviste. Ma la «ciccia» per convincere i privati ad aderire dovrà essere ben altra: tutte le nuove risorse che arriveranno dall’aumento di capitale dovranno essere trattenute effettivamente in azienda. Evidentemente un cambio radicale negli assetti di potere del gruppo: meno banche, più privati. Di fatto una richiesta di questo tipo anticiperebbe uno dei piani già previsti nei salotti buoni della finanza milanese, e cioè lo scioglimento del patto di sindacato che governa il gruppo. E dunque anche un cambio dei consigli di amministrazione e dei vertici. Insomma, una rivoluzione. Materia incandescente per il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, che in questi giorni sta cercando di portare a casa la difficile mediazione. Un primo segnale in effetti lo ha dato rifiutando, nei mesi scorsi, il progetto, molto ben visto dalla Fiat, di fondere il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli con la Stampa. Ma la seconda parte del progetto potrebbe resistere anche in questa nuova ipotesi di appeasement. E cioè il cosiddetto spezzatino: smembrare il gruppo (le ipotesi sul tavolo sono diverse) in più parti, periodici, quotidiani, libri e bad company.<br />
La partita non è ancora finita. È difficile, ma sulla carta non impossibile, che Fiat e soci bancari vadano sotto in assemblea per l’aumento di capitale. È possibile che i soci oggi dissenzienti alla fine siano costretti a fare la loro parte, per non scomparire. È certo che il patto di sindacato che lega gli azionisti sia morto. È scontato che la battaglia per il controllo del Corrierone sia partita. Già da questa estate si ballerà.</p>
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		<title>Europa a due velocità? Draghi supera Merkel</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 10:04:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Banca centrale europea continua a inondare il mercato di liquidità. Non tutto arriva a famiglie e imprese. Si ritiene che il taglio dei tassi adottato ieri non avrà un grande effetto pratico. Ma è un simbolo. Quello di una politica espansiva che non si vuole abbandonare. Dall’altra parte la burocrazia europea e le organizzazioni internazionali (l’Ocse proprio ieri) si comportano in modo esattamente opposto. E continuano a opporsi alle riduzioni fiscali. Nessun giudizio di merito (anche se i commensali sanno bene la nostra posizione per una forte defiscalizzazione), ma una semplice riflessione di metodo. Come si può pensare di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Banca centrale europea continua a inondare il mercato di liquidità. Non tutto arriva a famiglie e imprese. Si ritiene che il taglio dei tassi adottato ieri non avrà un grande effetto pratico. Ma è un simbolo. Quello di una politica espansiva che non si vuole abbandonare. Dall’altra parte la burocrazia europea e le organizzazioni internazionali (l’Ocse proprio ieri) si comportano in modo esattamente opposto. E continuano a opporsi alle riduzioni fiscali. Nessun giudizio di merito (anche se i commensali sanno bene la nostra posizione per una forte defiscalizzazione), ma una semplice riflessione di metodo. Come si può pensare di trovare una soluzione alla grave crisi economica europea, se le forze in campo giocano in squadre contrapposte? Gli sforzi dell’una (i soldi a costo zero) vengono vanificate dall’altra (meno quattrini nelle tasche di famiglie e imprese).<br />
Come insegna bene il caso americano, dove politica e moneta hanno lavorato nella stessa direzione. Proprio due giorni fa la Fed si è detta disponibile ad aumentare di 85 miliardi al mese gli acquisti di bond che sta facendo sul mercato.<br />
<strong>Lasciare mano libera alla politica di spendere a piacimento, potrebbe rappresentare per l’Italia un rischio fatale</strong>. Oggi paghiamo la scelleratezza del passato. Con una reazione uguale ma contraria siamo però arrivati all’assurdo di avere un problema di contabilità internazionale nel pagare subito i 100 miliardi di debiti che la pubblica amministrazione ha contratto con i privati (solo per citare un caso). Siamo passati dai regali a baby pensionati, una bomba atomica sul nostro bilancio, alle rigidità ragionieristiche nel pagare le imprese creditrici.<br />
<strong>Mentre la Bce, grazie a Mario Draghi, ha messo in piedi delle armi non convenzionali (si pensi al prestito da mille miliardi), la politica eurotedesca si attiene ai codici di un trattato ormai superato.</strong> L’esempio dei tassi di interesse è istruttivo. Se Draghi avesse dovuto rispondere solo alle sollecitazioni di Berlino, ieri non avrebbe dovuto ridurre allo 0,5% il tasso di rifinanziamento Bce. A differenza nostra infatti, in Germania iniziano a manifestarsi le prime tensioni sul lavoro. I sindacati, grazie alla piena occupazione di fatto, pretendono per i loro associati aumenti retributivi importanti. È il primo sintomo di una ripresa inflattiva, che chiama tassi più alti e non più bassi. Eppure Draghi è andato avanti per la sua strada.</p>
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		<title>Primi giudizi sull&#8217;EcoLetta</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 10:23:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Letta fa bene a farsi un giro per le cancellerie europee. Il programma economico che ha abbozzato ieri in Parlamento non è assolutamente compatibile con i nostri vincoli di bilancio. Se possiamo dare un titolo al suo libro degli impegni è «Il patto di stabilità è morto». Il programma si sviluppa essenzialmente in tre campi. 1. Il lavoro. Sembra chiaro che il governo Letta voglia mettere mano alla riforma della Fornero. Riportando un po’ di flessibilità nei contratti in entrata e nell’apprendistato. Ci sono inoltre una serie di proposte di defiscalizzazione del costo del lavoro. Ma qui entriamo nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Enrico Letta fa bene a farsi un giro per le cancellerie europee. Il programma economico che ha abbozzato ieri in Parlamento non è assolutamente compatibile con i nostri vincoli di bilancio.<br />
Se possiamo dare un titolo al suo libro degli impegni è «Il patto di stabilità è morto».<br />
Il programma si sviluppa essenzialmente in tre campi.<br />
1. <strong>Il lavoro.</strong> Sembra chiaro che il governo Letta voglia mettere mano alla riforma della Fornero. Riportando un po’ di flessibilità nei contratti in entrata e nell’apprendistato. Ci sono inoltre una serie di proposte di defiscalizzazione del costo del lavoro. Ma qui entriamo nel secondo punto.<br />
2.<strong> Riduzione delle imposte.</strong> Si parte dalla cancellazione della rata Imu di giugno. Non è chiaro cosa comporti a fine anno. Difficile pensare che sia solo uno spostamento della tassa a dicembre. Ma sul fronte della casa il governo ha promesso molto. Una rivisitazione dell’imposta sui servizi-rifiuti (la Tares), incentivi alle ristrutturazioni edilizie (già aumentate dal decreto Passera) e sgravi su affitti (per cui Confedilizia plaude) e alle giovani coppie. Si cercherà di sterilizzare l’aumento di un punto dell’Iva. E, come detto, c’è un corposo pacchetto di riduzione del costo del lavoro per via tributaria: non solo per giovani e neo assunti, ma anche per dipendenti stabili. Difficile quantificare il totale, ma solo Tares, Imu e Iva valgono (per i prossimi sei mesi) 6 miliardi. Nel complesso non è una misura choc di riduzione fiscale. Sono aggiustamenti e correzioni rispetto alle nuove imposte introdotte dal governo Monti.<br />
3. <strong>Aumento della spesa.</strong> Sul fronte delle uscite gli annunci del governo sono, sulla carta, molto più corposi. Il rifinanziamento della Cassa integrazione, delle missioni militari, la stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione e il fondo di garanzia delle piccole e medie imprese valgono complessivamente sei miliardi. Ma si tratta di peanuts. Il costo degli esodati è difficile da quantificare. L’accenno al reddito minimo per le famiglie bisognose può aprire varchi di spesa pubblica devastanti. Basti pensare che 800 euro per un milione di persone (nel solo 2012 sono tanti i nuovi disoccupati, non necessariamente indigenti) ha un costo annuo di 10 miliardi. E poi c’è l’estensione degli ammortizzatori sociali per i precari, il piano dell’edilizia scolastica (36mila edifici) e il piano pluriennale per la ricerca e sviluppo (che però potrebbe essere finanziato con project bond). Insomma, sulla spesa c’è un forte sapore keynesiano di intervento in parte di sostegno e in parte di investimento.<br />
Ovviamente il nostro è un esercizio puramente teorico. Ma ci porta ad alcune conclusioni chiare. Dalle parole di Letta si vede un acceleratore premuto più sulla spesa che sulla riduzione delle imposte (a parte la concessione simbolo, ed evidentemente politica, sull’Imu). Il presidente del Consiglio ha inoltre detto che la riduzione fiscale deve avvenire senza indebitamento. Difficile capire come. Poco si è detto, al contrario, su come si dovrebbe invece finanziare la nuova spesa. Anche se la cornice, dice Letta, è quella di mantenere il percorso di risanamento, senza il quale l’Italia muore.<br />
<strong>È del tutto mancata (a parte il taglio simbolico dei doppi stipendi ai ministri che vale 672mila euro l&#8217;anno) una previsione di riduzione di spesa pubblica</strong>, che è pari (esclusi gli interessi sul debito) a 700 miliardi di euro l’anno.</p>
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		<title>Letta e la fortuna sugli spread</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Apr 2013 14:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Governo Letta]]></category>

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		<description><![CDATA[Nelle sale operative della nostra miniCity finanziaria ci si interroga sulle conseguenze di mercato per l’arrivo di Letta&#38;Co al governo. Il presidente incaricato conosce bene il mondo degli affari e una delle sue sentinelle, il deputato Francesco Boccia, ha le idee molto chiare. Fu il giovane parlamentare pugliese, ad esempio, a fare fuoco e fiamme, anche contro il parere del suo partito, contro l’introduzione della Tobin tax &#62;all’italiana. Un’imposta che non dà gettito e che contribuisce a distruggere quel poco di finanza che ancora resiste a Milano. Nelle settimane scorse Magnus Wilberg (economista al ministero delle Finanze svedese) sul Financial [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle sale operative della nostra miniCity finanziaria ci si interroga sulle conseguenze di mercato per l’arrivo di Letta&amp;Co al governo. Il presidente incaricato conosce bene il mondo degli affari e una delle sue sentinelle, il deputato Francesco Boccia, ha le idee molto chiare. Fu il giovane parlamentare pugliese, ad esempio, a fare fuoco e fiamme, anche contro il parere del suo partito, contro l’introduzione della Tobin tax &gt;all’italiana. Un’imposta che non dà gettito e che contribuisce a distruggere quel poco di finanza che ancora resiste a Milano. Nelle settimane scorse Magnus Wilberg (economista al ministero delle Finanze svedese) sul Financial Times ammoniva: «Noi la Tobin tax l’abbiamo provata. E non funziona».<br />
Il tema fondamentale è ovviamente quello che riguarda il rinnovo del nostro debito pubblico, gli spread sui titoli tedeschi e l’atteggiamento da tenere in Europa.<br />
L’idea di fondo è che l’Italia oggi si trovi finanziariamente meno isolata. È di tutta evidenza, nelle sale operative, che il vero guaio d’Europa siano oggi i conti della Francia e le pulizie delle banche tedesche. Il conflitto tra falchi e colombe da sotterraneo è diventato palese. E un’attività di lobbying antiausterità a Bruxelles oggi è ben più facile di ieri. Il prossimo governo sa bene di poter godere di una luna di miele con i mercati che non dipende da esso, ma dalla congiuntura internazionale. Ci sono tre elementi positivi che non si possono perdere:<br />
1. Siamo in una situazione di risk ON mondiale. È aumentato l’appetito per attività a rischio. Quest’anno i titoli spazzatura americani (quelli a breve rendono intorno al 6 per cento) garantiscono tassi inferiori rispetto a cinque anni fa. Il mondo dei risparmiatori è alla disperata ricerca di rendimenti, che oggi non riescono a trovare sul mercato.<br />
2. La liquidità mondiale è salita a livelli inimmaginabili solo pochi mesi fa. Le recenti mosse espansive della Banca del Giappone (che seguono quelle della Fed) hanno creato (direttamente e indirettamente) una bolla di cash che si sta riversando in Europa. Hsbc la calcola vicina ai mille miliardi di dollari.<br />
3. Il combinato disposto delle prime due situazioni sta comportando un rimescolamento mondiale degli investimenti. Se fino a pochi mesi fa i tedeschi compravano solo carta tedesca e così per le grandi nazioni, oggi si inizia a diversificare geograficamente, alla ricerca di affari.<br />
Si tratta di una tempesta perfetta. O meglio, di una bonaccia perfetta per l’Italia. Le sue basi sono economicamente fragili (stampare moneta non è la soluzione reale del problema), ma gli operatori ragionano sull’oggi. Nel lungo periodo saremo tutti morti diceva quell’economista.<br />
A ciò si aggiunga che anche le aspettative non sono pessime. Parliamo di attese finanziarie e non di crescita reale (che è un altro discorso). Prendiamo ad esempio i nostri titolucci di Stato. E dividiamo il discorso in due.<br />
Un tedesco oggi si porta a casa un rendimento pari a zero sulle scadenze brevi. Ma se mettesse un po’ di liquidità nei Bot a sei mesi, avrebbe una cedola di circa lo 0,5 per cento. Con la certezza che la Banca centrale europea e il suo programma varato da Draghi pongono un ombrello di protezione su questo genere di titoli pubblici.<br />
Ma c’è un secondo elemento che tiene il rendimento dei nostri titoli di Stato più alto dei suoi concorrenti, ma tutto sommato calmierato, e cioè l’impegno diretto del bilancio della Bce sul nostro debito pubblico. Semplificando, e di molto, si può dire che circa un quarto della nostra carta è in mano a Francoforte. E se saltiamo noi, salta dunque l’euro. Il conto è presto fatto. Dal bilancio della Bce si vede come nei suoi conti ci siano già circa 105 miliardi di euro di Btp. A questi si possono, con un po’ di disinvoltura, sommare i 270 miliardi di euro che la Banca centrale europea ha fatto arrivare ai nostri istituti di credito e che questi hanno investito in titoli pubblici. È una ragnatela per la quale se prima l’Italia era too big to fail (come si diceva per salvare le banche a stelle e strisce durante la crisi di mutui) ora lo è ancora di più.<br />
Questa congiuntura economica fatta di enorme liquidità ed Europa compromessa con il nostro debito rappresenta un’arma negoziale fenomenale per il prossimo governo. Non sarà facile sprecarla. Anche se non impossibile.</p>
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		<title>La dittatura della Rete ha sostituito quella del proletariato</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Apr 2013 16:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>

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		<description><![CDATA[La sinistra è passata dalla dittatura del proletariato a quella dei follower. Dalla definizione di coloro che seguono un qualsiasi leader su Twitter, la nuova piazza urlante della politica italiana. E la novità non è affatto positiva. Abbiamo sostituito la «gente», il «popolo», le «piazze» con Twitter. La cosa, significativa dal punto di vista del costume, sarebbe comunque irrilevante se tutto filasse per il verso giusto. Il leader si apre un account (un profilo) sulla bacheca elettronica. Scrive le sue frasette da massimo 140 caratteri. E un gruppo di persone più o meno interessate lo segue, gli scrive, lo incalza. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La sinistra è passata dalla dittatura del proletariato a quella dei follower. Dalla definizione di coloro che seguono un qualsiasi leader su Twitter, la nuova piazza urlante della politica italiana. E la novità non è affatto positiva.<br />
Abbiamo sostituito la «gente», il «popolo», le «piazze» con Twitter. La cosa, significativa dal punto di vista del costume, sarebbe comunque irrilevante se tutto filasse per il verso giusto. Il leader si apre un account (un profilo) sulla bacheca elettronica. Scrive le sue frasette da massimo 140 caratteri. E un gruppo di persone più o meno interessate lo segue, gli scrive, lo incalza. Ma qua si è ribaltato tutto. <strong>Come ha dimostrato lo psicodramma del Pd per l’elezione del presidente della Repubblica, i leader sono diventati follower e i follower sono diventati leader</strong>. Un ribaltamento completo dei ruoli. Che ha la sgradevole conseguenza di autoalimentarsi. Più i seguaci (chiamiamoli così all’italiana) diventano dominus della politica, più i leader diventano marionette in balia dell’onda del momento. C’è una pericolosa, pericolosissima tendenza (si chiama così anche nella rete) a formare un’equazione: pensiero dei follower, urla della rete uguale democrazia. Dobbiamo cambiare tutti pusher: inteso come spacciatore di sostanze psicotrope. La rete, Twitter, non ha nulla a che vedere con la democrazia e non ne è neanche una sua pallida approssimazione. Ciò non vuol dire che essa non sia importante, che non si debba ascoltare, farsene dominare però è da fuori di testa. «Ma avete visto cosa scrivono su Twitter?» diceva un parlamentare di peso nei giorni scorsi in occasione del tentativo Marini. Sono forse suoi iscritti, o elettori? No, solo follower che sono lì, in alcuni casi, proprio per condizionarlo senza pagare alcun prezzo di iscrizione al club. <strong>Non sono uomini in carne e ossa: sono Avatar di un mondo perfetto in cui non esiste un second best, ma solo l’ottimo. Alcune volte sono perfetti idioti che spiegano a Bersani come Marini sia un vecchio arnese della politica, mentre Prodi o Rodotà siano due volti nuovi.</strong> Non è importante la ragionevolezza del loro pensiero, ma i retwitt (rilanci) che ottengono; l’onda sulla rete che trasfigura un leader debole in un vinto follower.<br />
Ci stiamo facendo condizionare (il discorso vale per tutti) dall’umore mutevole e immediato che si riscontra sui social network. È come se la politica degli anni ’70 si fosse fatta dettare la linea solo (una parte per la verità lo ha fatto) dai Boia chi molla o dai Kossiga scritti sui muri. Con il piccolo particolare che i graffiti elettronici avvengono in tempo reale. Non sono punibili (grazie al cielo, anche se la libertà d’insulto non si capisce perché sia lecita se intermediata da un pc) e danno l’impressione di essere numerosi. I numerosi gradassi dei social network sono simili a quegli automobilisti incazzosi che vi insultano da lontano. Sono tutti leoni quando sono protetti e chiusi al calduccio dell’involucro di metallo e vetro: un tempo facevano gestacci, oggi urlano e insultano. E anche la rete dà quella tiepida e vigliacca sensazione di poter insultare liberamente un terzo con la certezza di non guardarlo mai dritto negli occhi, senza alcuna possibilità di replica. Con il pensierino irresistibile per il quale la rete è democratica, disinteressata, numerosa, giusta e sempre libera.<br />
Ma fateci il piacere. Se ci fosse stato Twitter la Thatcher sarebbe stata sommersa di pernacchie. Così come la Signora di ferro se ne sarebbe bellamente infischiata. I nostri leader che diventano follower sono l’incubo di una democrazia. È il grande fratello degli eterodiretti.<br />
<em>ps In italia ci sono 20 milioni di cittadini che non hanno una connessione internet e ce ne sono 29 milioni che si collegano una volta al mese. In Italia ci sono 4 milioni di utenti twitter (comprese duplicazioni e falsi). <a href="http://www.istat.it/it/archivio/48388" title="Statistiche Istat su Italia digitale" target="_blank">Il 96 per cento delle famiglie italiane dispone di una Tv, il 92 per cento un cellulare, il 67 per cento un decoder, un 63 per cento un dvd e solo il 58 per cento un computer</a>. </em></p>
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		<title>Telecom for sale. Il rischio truffa</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 10:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Bernabè]]></category>
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		<category><![CDATA[Telecom Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;offerta cinese su Telecom rischia di diventare la più brutta operazione di Borsa degli ultimi anni. E non certo per questioni nazionalistiche, che qua contano poco. No. Per lo sfregio che arreca ai cosiddetti azionisti di minoranza, che in Telecom si possono definire così solo per convenzione. Sarebbe uno schiaffo o un furto, a seconda del vostro umore. Da quando sono uscite le prime indiscrezioni sull’interesse dei cinesi (4 aprile) Telecom italia ha guadagnato il 15 per cento. Aspettate a gioire: le quotazioni di queste ore sono ai minimi dall’agosto del 2007. Vediamo con un po’ di freddezza, cosa però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;offerta cinese su Telecom rischia di diventare la più brutta operazione di Borsa degli ultimi anni. E non certo per questioni nazionalistiche, che qua contano poco. No. Per lo sfregio che arreca ai cosiddetti azionisti di minoranza, che in Telecom si possono definire così solo per convenzione. Sarebbe uno schiaffo o un furto, a seconda del vostro umore. Da quando sono uscite le prime indiscrezioni sull’interesse dei cinesi (4 aprile) Telecom italia ha guadagnato il 15 per cento. Aspettate a gioire: le quotazioni di queste ore sono ai minimi dall’agosto del 2007. Vediamo con un po’ di freddezza, cosa però c’è davvero sul piatto.<br />
Secondo il comunicato della società, sono allo studio due ipotesi: la cessione della rete fissa e l’ingresso di un nuovo socio, Hutchinson Whampoa, con l’apporto del suo business di telefonia mobile. Solo l’abilità di un giocoliere da circo può tenere entrambe le palle in aria.<br />
È difficile pensare di iniziare una trattativa per cedere il controllo di una società, quando la medesima sta trattando per vendere la sua anima: cioè la rete. Oggi, in Borsa, Telecom vale circa 12 miliardi (9 le azioni ordinarie e 3 le risparmio) e ha un debito di 23. La sua rete, anche se i numeri sono ballerini, dovrebbe valere tra i 6 e i 7 miliardi, a cui sommare altrettanta quota parte debito. Come si faccia a comprare Telecom, senza sapere cosa e quanto essa effettivamente controlli è un mistero.<br />
Arriviamo così a bomba ai cinesi. L’offerta è per la quota di controllo. Sono sufficienti 3 miliardi, cioè il 30% della sua capitalizzazione di Borsa: non un’azione di più. Altrimenti si sarebbe costretti a fare un’Opa su tutte le azioni, anche quelle degli azionisti di minoranza. La porta di ingresso è una scatoletta non quotata che si chiama Telco e che ha in pancia il 22,5% della Telecom. All’interno della quale si leccano le ferite tre soci italiani (Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca) e gli spagnoli di Telefonica. Questi signori hanno in carico i titoli della Telecom a 1,2 euro (il doppio circa delle quotazioni di Borsa). Fino all’autunno sono legati da un patto di sindacato. Dopo, liberi tutti. Nel frattempo questi azionisti, forti del loro 22,5%, possono decidere le sorti del gruppo. E il piano che i cinesi tentatori e l’abilissimo Daffina di Rothschild hanno messo in piedi è niente male (per i grandi soci) e pessimo per il parco buoi, cioè per il restante 75% degli azionisti. Lo sveliamo senza grandi giri di parole.<br />
Fino a quando Telco comanda in Telecom, Hutchison può sperare di fare una fusione con Telecom e riconoscere alla pattuglia di soci forti un premio di maggioranza. Quello che perde con una mano (pagare agli azionisti nobili 1,2 euro un azione che sul mercato vale 0,6) lo guadagna con l’altra (prendendosi una quota sostanziosa della Telecom in cambio della loro controllata in Italia H3G). Cerchiamo di essere ancora più chiari. H3g da quando è nata ha fatto segnare perdite cumulate per 8,7 miliardi. È il quarto operatore mobile, molto aggressivo sulle tariffe, piuttosto innovativo. I suoi margini lordi sono pari ad un terzo (in termini percentuali) a quelli che realizzano Telecom e Vodafone in Italia. Come si possa valutare questa società 1,5/2 miliardi è un compitino che i banchieri d’affari possono risolvere con abilità, ma che gli azionisti di minoranza di Telecom non capiranno mai. H3G a questi folli valori rappresenta il 20% del capitale ordinario Telecom. Insomma fondersi con l’operatore cinese supervalutandolo, nel momento in cui i titoli Telecom sono ai minimi, rappresenta un regalo. Certo poi ci spiegheranno le sinergie industriali. I cassetti di Telecom sono pieni di questi sogni.<br />
Un regalo-delitto di questo tipo (deve essere stato il retro pensiero di chi si è studiato l’operazione) ha bisogno di un maggiordomo complice: chi oggi comanda in Telecom potrebbe essere tentato a cedere le proprie quote a un livello superiore a quello di mercato, giustificandolo con un fantomatico premio di maggioranza. Magari non tutte, una parte. Risultato finale: l’ultimo degli operatori mobili si porta a casa il nostro ex monopolista; buona parte dell’acquisizione la compie con la propria carta azionaria ipervalutata; gli attuali azionisti di maggioranza escono gradualmente a prezzi ragionevolmente superiori a quelli di Borsa; e i soci di minoranza stanno a guardare.<br />
Fantafinanza? Riteniamo di sì. Ma la tentazione, per motivi diversi, c’è. Greco, da quando è arrivato in Generali, ha detto che non ne vuole più sapere dei salottini, quale migliore occasione di cedere a un buon prezzo la propria partecipazione. Intesa e Mediobanca, irritate con l’attuale management, possono così trovare una via d’uscita. Restano gli spagnoli. Che, insieme agli azionisti di minoranza rimarrebbero con i cerino in mano. Se l’operazione si dovesse davvero fare, un prezzo si dovrà pagare anche a loro. E il costo dell’operazione sarebbe così tutto a carico agli azionisti di minoranza. Così è (se vi pare).</p>
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		<title>Thatcher, è morta una grande</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 14:05:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Thatcher]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando nel 1979 gli inglesi sceglievano Margaret Thatcher l’Urss iniziava la sua occupazione dell’Afghanistan. La Fiat licenziava 61 operai per violenze in fabbrica e i sindacati confederali, cioè tutti, proclamarono uno sciopero di protesta. Khomeini cacciava, nel consenso generale, lo Scià di Persia. In Italia scoppiavano gli scandali dell’Eni Petromin e Mario Tanassi si faceva quattro mesi in gattabuia. La chimica privata dei Rovelli e dei Monti saltava e a Milano veniva ucciso Giorgio Ambrosoli. Sembra di parlare di un secolo fa. Pensate un po’, in quei mesi veniva inaugurata la sede del Giornale, dove è oggi e, al terzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/porro/files/2013/04/thatcher.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-957" src="http://blog.ilgiornale.it/porro/files/2013/04/thatcher.jpg" alt="" width="198" height="254" /></a>Quando nel 1979 gli inglesi sceglievano Margaret Thatcher l’Urss iniziava la sua occupazione dell’Afghanistan. La Fiat licenziava 61 operai per violenze in fabbrica e i sindacati confederali, cioè tutti, proclamarono uno sciopero di protesta. Khomeini cacciava, nel consenso generale, lo Scià di Persia. In Italia scoppiavano gli scandali dell’Eni Petromin e Mario Tanassi si faceva quattro mesi in gattabuia. La chimica privata dei Rovelli e dei Monti saltava e a Milano veniva ucciso Giorgio Ambrosoli. Sembra di parlare di un secolo fa. Pensate un po’, in quei mesi veniva inaugurata la sede del Giornale, dove è oggi e, al terzo piano, uno accanto all’altro, celebravano l’evento Silvio Berlusconi e Indro Montanelli.<br />
Quando muore una grande personalità si cerca sempre di dimostrare l’attualità del suo pensiero, delle sue gesta. Ma davvero si può credere che oggi il thatcherismo sia ancora attuale? In effetti lo è più che mai.<br />
<strong>Se c’è una lezione che ancora non abbiamo imparato e da cui discende gran parte della politica della Lady di ferro è il cosiddetto individualismo metodologico.</strong> Non vi spaventate, è una cosa seria, ma non così pallosa. «Non esiste una cosa come la società. La vita è un arazzo di uomini e donne, la gente e la bellezza di questo arazzo e la qualità della nostra vita dipendono da quanta responsabilità ognuno di noi è disposto ad assumersi su noi stessi e quanto ognuno di noi è pronto a voltarsi e aiutare con i nostri sforzi coloro che sono sfortunati». Non esistono i sindacati, non esiste la politica, non esiste la società. Ci sono gli individui, che alimentano questi universali. È la forza del pensiero politico liberale. Lo Stato è necessario, ma attenzione a divinizzarlo. Diceva la signora: «Chi scala l’Everest lo fa per suo sommo ed egoistico piacere ed orgoglio, anche se arrivato in cima è la bandiera inglese che issa». Rispetto degli individui e senso dello Stato. Le sue epiche e coraggiose battaglie contro i sindacati dei minatori sono solo la più eclatante testimonianza di questo modo di pensare e agire. Il bene supremo del suo popolo in contrapposizione alle organizzazioni sclerotizzate che presumevano di rappresentarlo. Pensate forse che sia passata l’idea? Basta vedere le consultazioni del quasi premier Bersani e l’incredibile peso che continua ad avere in Italia il cosiddetto metodo concertativo, per intendere la portata della rivoluzione liberale che è del tutto mancata da queste parti. È per il sano interesse del macellaio che la vostra fetta di carne è di buona qualità, ci diceva Smith, e più o meno pensava la Thatcher. Qua invece siamo ancora alla rincorsa di concetti alti e ben portati, che poi alla fine nascondono il nulla. <strong>Hayek ebbe il coraggio di raccontare il «miraggio della giustizia sociale», la Lady di ferro ebbe la forza di farne una pratica politica.</strong><br />
Quando nel 1990 gli inglesi decisero di cacciare la Thatcher una parte del mondo era cambiata grazie a lei e Ronald Reagan. Certo l’Europa aveva guardato da un’altra parte. Basti pensare che pochi mesi dopo l’elezione della coppia liberale, i francesi pensarono bene di scegliere il primo presidente della Repubblica socialista, Mitterrand. La Russia, l’impero del male era stato sconfitto. Gli americani avevano lanciato l’operazione «Tempesta nel deserto» in risposta all’occupazione irachena del Kuwait. La liretta era rientrata, per poco, nello Sme e il presidente della Bundesbank (allora era Karl Otto Poehl) propose, pensando a noi, l’Europa monetaria a due velocità. Ci offendemmo e definimmo il governatore «l’ultima espressione del militarismo prussiano». Ci sono i Mondiali di calcio, e la chimica, la solita chimica, passa dai Gardini-Ferruzzi all’Eni (poi si intuirà a quale prezzo). Occhetto molla il Pci per il Pds, nelle università arriva la Pantera e dal Quirinale Cossiga inizia a picconare. Mentre l’Italietta teneva il broncio a Karl Otto, la Lady di ferro si presentava ai Comuni con un tailleur blu, capelli in ordine, filo di perle discrete, sostenendo: «Il presidente della Commissione, Mr. Delors, ha detto in una conferenza stampa l’altro giorno che vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico della Comunità, ha voluto che la Commissione sia l’esecutivo e vorrebbe che il Consiglio dei ministri fosse il Senato. No! No! No!». Il triplo no all’Europa dei burocrati, della moneta unica. Un no a subordinare le scelte nazionali a quelle di funzionari europei non eletti. Un no a Maastricht e alla costruzione dell’euro. Difficile non trovare qualche spunto di attualità negli argomenti della Signora Thatcher di quindici anni fa.<br />
Prendete un buon argomento da salotto di Via Cappuccio (Milano) o downtown (New York) e vedrete come la figlia del droghiere diventata Baronessa l’abbia smontato con lucidità. Dal femminismo all’ambientalismo; dal comunismo al fascismo. <strong>È stata straordinaria non tanto per quello che ha fatto, ma per il coraggio di dire ciò che non andava detto.</strong></p>
<p><em>pS Oggi il Sole24 ore ha affidato uno striminzito e unico commento sulla morte della Thatcher a Romano Prodi. Che senza tante ipocrisie (bisogna dargliene atto) ha criticato duramente la lady di ferro. Il giornale della Confindustria è favoloso a spiegarci come le ricette da adottare siano quelle liberali: liberalizzazioni, meno spesa pubblica, meno tasse. Ma dobbiamo dire la verità, sembra non crederci molto. é normale dunque che la signora non appartenga al pantheon del Sole e della Confinidustria.</em></p>
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		<title>Fate presto? Sì, ma cosa</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 11:40:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Elezioni 2013]]></category>
		<category><![CDATA[affamare la bestia]]></category>
		<category><![CDATA[Burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Imposte]]></category>
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		<description><![CDATA[Un milione di licenziamenti nel 2012. Pressione fiscale salita al 52%. Consumi crollati, Pil sceso più del 2%. Nel medesimo sciagurato anno, 80mila italiani sono scappati all’estero: la metà di loro sono giovani. Il traffico autostradale è sceso e abbiamo iniziato a consumare anche meno energia elettrica. Il debito pubblico è cresciuto di 80miliardi e le sofferenze bancarie sono salite a 130miliardi. Vi basta? Per carità di patria e rispetto del lunedì ci fermiamo. Attribuire tutta la responsabilità al governo Monti è scorretto, così come scorretti sono i tecnici che sostengono di aver salvato il Paese. La parola d’ordine della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un milione di licenziamenti nel 2012. Pressione fiscale salita al 52%. Consumi crollati, Pil sceso più del 2%. Nel medesimo sciagurato anno, 80mila italiani sono scappati all’estero: la metà di loro sono giovani. Il traffico autostradale è sceso e abbiamo iniziato a consumare anche meno energia elettrica. Il debito pubblico è cresciuto di 80miliardi e le sofferenze bancarie sono salite a 130miliardi. Vi basta? Per carità di patria e rispetto del lunedì ci fermiamo. Attribuire tutta la responsabilità al governo Monti è scorretto, così come scorretti sono i tecnici che sostengono di aver salvato il Paese. La parola d’ordine della politica che piace è oggi: «fate presto». Sì ma cosa? Si resta sempre nel generico o nell’apodittico. Tagliare è diventato un mantra su cui tutti concordano: per poi un secondo dopo bisticciare su dove andare a muovere le forbici.<br />
La situazione in cui ci troviamo non è figlia di un singolo governo, di un singolo errore. All’inferno si scende a piccoli passi. Ci siamo impaludati in un paradigma economico sbagliato, in un «matrix» fuori dal quale non vediamo altro. Riteniamo che il pubblico, il regolato, la norma, la tassa sia buona e bella; mentre il privato sia sempre avido, predatorio, truffaldino. Ci siamo occupati solo dei fallimenti del mercato, ignorando quanto spesso sia lo Stato a fallire. Due esempi per tutti.<br />
1. Profondiamo energie, dibattiti e norme per combattere l’evasione fiscale. Non comprendendo come essa sia figlia dell’eccesso di fiscalità. Il problema non è l’evasione fiscale, ma l’esproprio fiscale, per il quale i privati non hanno alcun incentivo a produrre, a competere in settori non protetti.<br />
2. Ci occupiamo ossessivamente (a tutti i livelli) di coloro che violano le regole. Cerchiamo di prevenire i comportamenti con una legislazione minuziosa e ossessiva. Il problema oggi è l’eccesso di regole e dei loro sacerdoti (burocrazie e legali) e non di coloro che le trasgrediscono.<br />
Costruire un nuovo paradigma economico basato su meno regole (sopportando così che qualcuno possa esagerare, il che, peraltro, avviene anche oggi) e meno tasse agevolerebbe l’unica rivoluzione utile: ridare ai cittadini la loro libertà di intraprendere e di sbagliare. Togliendo ai burocrati il loro obbligo di controllare e vessare.</p>
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