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	<title>Il Blog di Nicola Porro</title>
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		<title>Le corporazioni e Siciliotti</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 11:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siciliotti è quel signore biondo, con i capelli quasi più ridicoli di quelli del cuoco, che guida i commercialisti italiani. Perchè ci occupiamo di lui? Semplice, perchè il governo nel decreto sulle semplificazioni ha deciso una cosa molto semplice. Per le società per azioni che hanno il bilancio abbreviato non è più necessario avere un collegio sindacale, è sufficiente un solo sindaco. Uno al posto di tre. Apriti cielo. Siamo in un paese talmente legato agli inutili formalismi che nessuno denuncia la ridicola situazione italiana per la quale i controllati si nominano i controllori. Ci si lamenta percò che vengano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siciliotti è quel signore biondo, con i capelli quasi più ridicoli di quelli del cuoco, che guida i commercialisti italiani. Perchè ci occupiamo di lui? Semplice, perchè il governo nel decreto sulle semplificazioni ha deciso una cosa molto semplice. Per le società per azioni che hanno il bilancio abbreviato non è più necessario avere un collegio sindacale, è sufficiente un solo sindaco. Uno al posto di tre. Apriti cielo. Siamo in un paese talmente legato agli inutili formalismi che nessuno denuncia la ridicola situazione italiana per la quale i controllati si nominano i controllori. Ci si lamenta percò che vengano ridotti da tre ad uno: solo perchè si perdono occasioni di lavoro per i professioni. Noi che siamo di grana grossa diciamo: bene al sindaco unico. Riduciamo i costi e gli inutili orpelli legislativi-burocratici per le piccole e medie imprese. Non è ciò che sempre chiediamo? O il discorso vale solo per lo Stato, caro Siciliotti? E non per le mille corporazioni con cui le piccole imprese debbono combattere ogni giorno, compresa la sua? Ma Siciliotti che è inflessibile sulle smagliature della burocrazia fiscale è molto indulgente con il suo ordine (di cui per un soffio il cuoco stava per far parte) e sentite che dice: questa norma rischia di mettere in ginocchio l&#8217;intero sistema delle imprese. Avete capito bene non dei commercialisti che campano anche di collegi sindacali, pagati dalle aziende. Semplificate, semplificate. Ma non a casa mia. Evviva i commercialisti.</p>
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		<title>Mi son rotto le Valvole</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 16:03:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un bel libro di J.C. Ballard che racconta la rivolta della classe media a Londra (se mi ricordo bene si chiama Millennium People). la rivoluzione nasce da piccole cose di tutti i giorni. Inizio a capire Ballard. Chi ha la fortuna di avere una casa di proprietà a Milano è fottuto. Un&#8217;ordinanza della Moratti ci obbliga alla disinfestazione annuale dalle zanzare tigre, ovviamente fatta da ditta specializzata. Basta avere un&#8217;aiuola condominiale che partono i primi mille euro annui. Le zanzare più sveglie, fanno due passi, e si piazzano nel tombino della strada. I sacchi dell&#8217;immondizia debbono essere trattati come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un bel libro di J.C. Ballard che racconta la rivolta della classe media a Londra (se mi ricordo bene si chiama Millennium People). la rivoluzione nasce da piccole cose di tutti i giorni. Inizio a capire Ballard. Chi ha la fortuna di avere una casa di proprietà a Milano è fottuto. Un&#8217;ordinanza della Moratti ci obbliga alla disinfestazione annuale dalle zanzare tigre, ovviamente fatta da ditta specializzata. Basta avere un&#8217;aiuola condominiale che partono i primi mille euro annui. Le zanzare più sveglie, fanno due passi, e si piazzano nel tombino della strada. I sacchi dell&#8217;immondizia debbono essere trattati come la nitroglicerina: se ti azzardi a mettere qualcosa di sbagliato nel sacco sbagliato ti becchi fior di multe: per di più condominiali, e dunque disincentivanti alla correttezza. Detti sacchi poi debbono essere messi per strada verso le 5 del mattino. Se non hai un custode e qualche condomino volenteroso, sono un altro migliaio di euro. Si chiaro non per la tassa sui rifiuti: quella è un&#8217;altra storia. Se per caso hai un custode per un due- tre ore al giorno il poveretto si becca in busta paga circa 500 euro al mese, ma al condominio costa altrettanto in quota liquidazione, contributi, ed elaborazioni di busta paga, denunce di vario tipo e cud. Se in quella casa vuoi fare un lavoretto o un trasloco abbiamo già detto quanto ti costa l&#8217;occupazione del suolo pubblico. Ma si tratta di spese straordinarie, lasciamole perdere: basta con queste frivolezze. Obbligatorio invece è essere ecologici: per certificare che la tua casa fa schifo energeticamente devi pagare un perito che ti dica ciò che già sai. Se ti azzardi a chiedere la certificazione energetica per un infisso che hai cambiato a casa, tra le altre mille cose, deve dire l&#8217;anno preciso di costruzione della stessa. Devi trattare la tua caldaia, se autonoma, come un reattore nucleare: ditte ovviamente specializzate tengono i libretto per fumi e manutenzione. Se sei così pazzo di aver ereditato una caldaia centralizzata o ti suicidi, o paghi una multa da 3000 euro, o chiami una ditta che ti faccia la contabilizzazione del calore usato da ogni appartamento. Un delirio di costi che, non vi preoccupate, non vengono fatti solo il primo anno per mettere le valvole termostatiche, ma per tutta la vita poichè ci si lega ad una ditta, ovviamente specializzata certificata e quant&#8217;altro, che calcola il consumo per singolo appartamento (il 70 per cento del totale, poichè il 30 si basa sempre sui millesimi). Ueeeeee non abbiamo ancora iniziato. Se vuoi fare un lavoro sei da manicomio. Le norme prevedono anche la dimensione minima dei bagni e l&#8217;altezza delle prese elettriche. E poi asseverazioni, certificazioni, progetti, piante, assicurazioni obbligatorie. Pratiche al comune, alla sopraintendenza e se c&#8217;è alla circoscrizione.<br />
Io voglio vivere in un paese libero. Mi alzo la mattina dal letto e già so che sono fottuto: c&#8217;è qualcuno che sta pensando al mio bene.</p>
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		<title>Gli psicologi, il lusso, e il mio fondo</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 17:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cuoco quando ha visto ciò che è successo agli psicologi si è messo paura. Ricapitolo la pietanza. Il presidente del fondo degli psicologi ha pensato bene di comprare circa 4mila metri quadri ad un passo del Quirinale, per farci la sede dei propri uffici. Un quartierino di 100 metri quadri per ogni suo dipendente (sono circa una trentina). L&#8217;ha comprato da un senatore del Pdl alla modica cifra di 44 milioni di euro. Lo stesso senatore in un giorno ha fatto un margine di 18 milioni. Ma ciò che mi interessa non è il guadagno del senatore (i pm [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cuoco quando ha visto ciò che è successo agli psicologi si è messo paura. Ricapitolo la pietanza. Il presidente del fondo degli psicologi ha pensato bene di comprare circa 4mila metri quadri ad un passo del Quirinale, per farci la sede dei propri uffici. Un quartierino di 100 metri quadri per ogni suo dipendente (sono circa una trentina). L&#8217;ha comprato da un senatore del Pdl alla modica cifra di 44 milioni di euro. Lo stesso senatore in un giorno ha fatto un margine di 18 milioni. Ma ciò che mi interessa non è il guadagno del senatore (i pm stanno indagando), ma la follia dello psicologo. Che diavolo di motivo al mondo aveva di comprare una nuova sede così sfarzosa per la trentina di impiegati di cui dispone? Quelli sono quattrini dei suoi associati, che debbono essere investiti al meglio per garantire loro una pensione. e anche su questo è lecito qualche dubbio. Si può definire buono un investimento che nel giro di una giornata diventa più caro di 18 milioni? Metteteci pure la ristrutturazione? ma gli psicologi vogliono i rubinetti d&#8217;oro nella sede del loro fondo pensione?<br />
Questi fondi spendono quattrini nostri? Affascinati dalla lotta contro la casta dei politici, ci dimentichiamo della nostra.<br />
Ebbene forte della mia preoccupazione sono andato a vedere il fondino complementare dei giornalisti. Faccio versamenti dalla fine degli anni 90. Sapete la morale: oggi ho un montante (su cui calcolerò la mia pensione privata) di circa due mila euro in meno rispetto a quanto ho versato. Insomma era meglio tenere i soldi a casa sotto il materasso. Sì certo la crisi, i mercati&#8230; ma se becco il mio presidente in una sede dentro le mura aureliane mi sente.<br />
Svegliamoci la casta è in cucina.</p>
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		<title>Quante balle sul posto fisso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se c’è una cosa con cui non si creano posti di lavoro sono le balle. E la politica economica ne ha raccontate a non finire. Ecco perché Mario Monti ha fatto bene, benissimo a spendere un po’ del suo consenso dicendo la verità: ragazzi scordatevi il posto fisso. Un altro professore, con un tono se vogliamo un po’ da maestrino, disse anni fa una cosa piuttosto simile: i trentenni che belli e pasciuti sono ancora a casa con i loro genitori sono dei bamboccioni. Prima colossale balla: il lavoro è un diritto. Certo c’è la Costituzione, ci sono decenni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è una cosa con cui non si creano posti di lavoro sono le balle. E la politica economica ne ha raccontate a non finire. Ecco perché Mario Monti ha fatto bene, benissimo a spendere un po’ del suo consenso dicendo la verità: ragazzi scordatevi il posto fisso.<br />
Un altro professore, con un tono se vogliamo un po’ da maestrino, disse anni fa una cosa piuttosto simile: i trentenni che belli e pasciuti sono ancora a casa con i loro genitori sono dei bamboccioni.</p>
<p>Prima colossale balla: il lavoro è un diritto. Certo c’è la Costituzione, ci sono decenni di sociologia e di «buonismo alla cioè». Il lavoro è piuttosto un dovere. Un dovere che si conquista, che ci completa e che ci permette di vivere. Ma l’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società pianificata e dunque povera. Ci sono i diritti sul lavoro. È ovvio. Il lavoro non si crea dal nulla. Lo forniamo a delle imprese, che grazie al nostro lavoro prosperano. Se bastoniamo le imprese, il lavoro semplicemente scompare. In effetti esiste un lavoro che non è legato all’efficienza del mercato: è quello pubblico. Più di 3,5 milioni di dipendenti pubblici, anche se spesso lo dimenticano, sono al servizio dei contribuenti che li remunerano. Ma il rapporto tra committente (noi) e dipendenti (pubblici) si è talmente scollegato che non vi è più alcuna sana relazione tra i primi e i secondi. D’altronde essendo la remunerazione (non il posto in sé, che è fisso) legata a decisioni pubbliche e politiche diventa inevitabile la nostra irrilevanza come cittadini nel determinare l’efficienza della macchina lavorativa.</p>
<p>Seconda balla: senza posto fisso non esiste un futuro. È esatto il contrario. Da circa vent’anni l’impresa italiana è allergica al posto fisso. Per il semplice motivo che l’impresa italiana non ha essa stessa alcuna garanzia di poter continuare ad operare nel tempo. Le imprese non sono eterne. La capacità degli imprenditori che sono sul mercato non è solo quella di vendere prodotti apprezzati con guadagno, ma soprattutto quella di riuscire a farlo per un periodo lungo. Siamo sicuri che Apple tra vent’anni sarà di successo come oggi? Ce lo auguriamo, ma non è certo. Erano forse sicuri i finlandesi che la loro Nokia avrebbe continuato in eterno ad essere leader dei telefonini? Forse sì, ma avrebbero sbagliato. Per farla breve: le imprese nascono e muoiono, prosperano e vanno in crisi, a tassi molto più rapidi che nel passato. Immaginare di poter legare la propria fortuna lavorativa a una sola impresa è oggi materia per folli. Quando mio figlio scambiò un’impresa per la pubblica amministrazione, parafrasando Oliver Sacks. Trattasi di medesima malattia mentale che deforma le percezioni della realtà.</p>
<p>Terza balla: la mancanza di prospettiva lavorativa brucia la nostra gioventù. Siamo tutti preoccupati per i nostri figli senza lavoro. Trattasi, per carità, di un bel problema. Ma in Italia lavorano in pochi. Abbiamo il tasso di occupazione più basso d’Europa. Se dovessimo fare come gli altri, dovremmo avere la bellezza di sette milioni di occupati in più (su circa 23 che già lavorano). In Italia lavorano in pochi e si lavora poco. I giovani avranno i loro bei problemi. Ma i cinquantenni le cui imprese sono fallite? I cinque milioni di paria-subordinati che lo stato tassa come se fossero Rockerduck e che obbliga ad accantonare contributi per pensioni che non avranno mai? Insomma ci innamoriamo sempre di un’idea politicamente corretta: la donne che non lavorano, i giovani costretti a casa. Tutto vero. Ma in questo paese la fascia di coloro che non hanno un’occupazione è perfettamente trasversale. Se si utilizzassero le curve del benessere di Rawls (un pericoloso progressista) si potrebbe anzi dire che a soffrire maggiormente della mancanza di lavoro sono i maschi, in età adulta e capofamiglia: sono coloro che hanno più da perdere senza il lavoro.</p>
<p>Quarta balla, che piace molto al sindacato. Toccare l’articolo 18 et similia non migliora la situazione, abbassa per tutti l’asticella dei diritti. L’idea, di chi non ha mai lavorato, è che il lavoro e l’economia si reggano su decisioni pubbliche. Stabilisco che detta fabbrica (Termini Imerese per dirne una) debba continuare a produrre le auto nonostante l’azienda la voglia chiudere. Stabilisco che talaltro imprenditore non possa spostare la sua produzione in paesi confinanti con un decreto legge. L’idea, insomma, che lo Stato conservi i posti di lavoro per conto di terzi.</p>
<p>Più che la via per la schiavitù, questa è la strada adottata negli ultimi cinquant’anni per portare sull’orlo del fallimento il nostro paese. La politica industriale, in poche parole, è una grande fregnaccia: è lo strumento con il quale la politica maschera la propria volontà di controllo sul mercato, attraverso una locuzione forbita. Sia chiaro lo Stato è indispensabile. Alcune scelte strategiche si debbono fare (mettersi nelle condizioni di avere energia a bassi prezzi è una di queste), ma ritenere che a Roma qualcuno possa azzeccare la futura evoluzione del mercato meglio degli imprenditori stessi è pura follia.</p>
<p>Ha ragione Monti: il posto fisso è morto. Purtroppo non si può dire altrettanto della nostre politiche economiche che sono fisse da cinquant’anni.</p>
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		<title>Le tasse in America</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 18:08:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Molti continuano a dire che l&#8217;evasione si potrebbe agevolmente battere con il contrasto di interessi: modello 36 per cento delle ristrutturazioni edilizie. Insomma potersi scaricare le spese e dunque obbligare i terzi ad emettere fatture. Ricevo da un nostro attento commensale questa analisi: La giro senza tagli. Mi sembra molto interessante. &#8220;Essendo un discreto viaggiatore, America compresa, non ho mai sopportato il luogo comune tanto sbandierato in questi mesi, secondo il quale in America (e in altri paesi anglosassoni), si può detrarre qualsiasi spesa così che il cittadino si fa rilasciare lo scontrino fiscale o la fattura da chiunque. Non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti continuano a dire che l&#8217;evasione si potrebbe agevolmente battere con il contrasto di interessi: modello 36 per cento delle ristrutturazioni edilizie. Insomma potersi scaricare le spese e dunque obbligare i terzi ad emettere fatture.<br />
Ricevo da un nostro attento commensale questa analisi: La giro senza tagli. Mi sembra molto interessante.</p>
<p>&#8220;Essendo un discreto viaggiatore, America compresa, non ho mai sopportato il luogo comune tanto sbandierato in questi mesi, secondo il quale in America  (e in altri paesi anglosassoni), si può detrarre qualsiasi spesa così che il cittadino si fa rilasciare lo scontrino fiscale o la fattura da chiunque. </p>
<p>Non è per niente vero.<br />
Ho chiesto precisazioni a due amici uno americano del New Jersey, l&#8217;altro australiano di Canberra e queste sono le quasi identiche risposte.<br />
Le spese personali non si possono detrarre.<br />
Si possono detrarre gli interessi sul mutuo della prima e della seconda casa (real estate tax).<br />
Si detraggono tutte le imposte pagate sulla casa e sui redditi (state income taxes).<br />
Una percentuale dei contributi per la pensione privata e una parte delle spese mediche e per l&#8217;educazione e la cura dei figli (tution/day care).<br />
Le spese per la chiesa di appartenenza (che si può scegliere liberamente), charitable contribution estese anche a donazioni per i poveri , per Greenpeace, ecc.<br />
Le spese mediche che superano il 2% del redito<br />
Le aliquote fiscali applicate sull&#8217;imponibile, detratte le voci di cui sopra e una percentuale standard per moglie e figli, sono:<br />
a)    L&#8217;imposta federale  (in USA), che va dal 10 al 35%<br />
b)    L&#8217;imposta regionale (in USA &#8220;statale&#8221;), che nel N.J. è del 3-5% del reddito netto.<br />
c)    L&#8217;imposta sugli immobili, (nel N.J uguale al 2% del valore della casa), la quale però si trasforma nel diritto di iscrizione alle migliori scuole private dello Stato.<br />
d)    L&#8217;imposta/assicurazione della previdenza sociale (social security), pari al 15% del reddito, di cui il 50% a carico del lavoratore e il 50% a carico del datore di lavoro. Oltre ad un tetto annuale, non la si paga più&#8221;<br />
E il nostro commensale continua:<br />
&#8220;A me sembrano dati che inchiodano la sinistra di casa nostra, ma anche i tecnici tanto superbi. Siamo ad almeno 10 -15 punti percentuali in meno rispetto all&#8217;Italia, senza considerare il 50% dell&#8217;INPS, e tutto il resto. Beata America democratica, e Australia laburista. E se fossero mai repubblicana e conservatrice?&#8221;</p>
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		<title>Tasse e disuguaglianza</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 15:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cuoco come sapete non ama demonizzare la ricchezza. Solo poche settimane fa cucinai una zuppa in cui scrissi che per l&#8217;economia faceva meglio una Porsche di una tassa. Il cuoco ritiene inoltre che non sia combattendo le disuguaglianza che si vince la povertà. Questo pistolotto iniziale ad uso di coloro che assaggiassero per la prima volta la zuppa è d&#8217;obbligo. E lo cucino per un motivo molto semplice. Stamattina, come sempre, mi sono imbattuto nell&#8217;ineffabile Repubblica. Sono da qualche giorno fissati sulla disuguaglianza in Italia. E oggi pensate un po&#8217; chi ti sentono per il loro scenario &#8220;allarme disuguaglianza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cuoco come sapete non ama demonizzare la ricchezza. Solo poche settimane fa cucinai una zuppa in cui scrissi che per l&#8217;economia faceva meglio una Porsche di una tassa. Il cuoco ritiene inoltre che non sia combattendo le disuguaglianza che si vince la povertà. Questo pistolotto iniziale ad uso di coloro che assaggiassero per la prima volta la zuppa è d&#8217;obbligo. E lo cucino per un motivo molto semplice. Stamattina, come sempre, mi sono imbattuto nell&#8217;ineffabile Repubblica. Sono da qualche giorno fissati sulla disuguaglianza in Italia. E oggi pensate un po&#8217; chi ti sentono per il loro scenario &#8220;allarme disuguaglianza, il gap tra ricchi e poveri ora ci spinge in recessione&#8221;? Alessandro Profumo l&#8217;ex ad di Unicredit uscito dalla banca con una liquidazione di 40 milioni di euro e con uno strascico giudiziario da 250 milioni di euro per presunta evasione fiscale a cui avrebbe contribuito. Un liberista come il sottoscritto ritiene che un manager debba essere pagato (si può certamente discutere se siano meritati, ma in linea di principio chi crea valore si deve portare a casa una fetta di esso) e un garantista ritiene che l&#8217;affare brontos (il nome della presunta evasione monstre di Unicredit) sia tutto da dimostrare.<br />
Ma sapete che ci dice Profumo sulla diseguaglianza: &#8220;é l&#8217;evasione la prima causa delle ingiustizie&#8221;.<br />
Ricapitoliamo il banchiere che si è guadagnato un bel gruzzoletto e che è accusato di evasione fiscale, viene utilizzato da Repubblica come favoloso testimonial contro le diseguaglianze.<br />
Insomma non ci prendiamo per i fondelli. Ci sono alcuni più disuguali di altri e alcuni più evasori di altri. Chissenefrega dei principi. che schifo di zuppa.</p>
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		<title>Imprese a picco</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:39:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Traslochi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono piccole cose di cui nessuno, quasi nessuno, si accorge. Ma fanno male. Parliamo di quel delicato meccanismo che si chiama mercato. E dello sfregio che burocrazia e tasse possono comportare alle imprese più piccole, quelle grazie alle quali campiamo. A Milano dal primo gennaio la giunta ha deciso di aumentare la tassazione per l&#8217;occupazione del suolo pubblico. Niente titoli sui giornali, poche informazioni. Eppure il suo effetto mortificante per le imprese sarà superiore al beneficio, ridotto, delle liberalizzazioni di Monti tanto (compreso il sottoscritto) strombazzate. Ve la faccio breve. Diciamo così una gru per trasportare materiale edilizio o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono piccole cose di cui nessuno, quasi nessuno, si accorge. Ma fanno male. Parliamo di quel delicato meccanismo che si chiama mercato. E dello sfregio che burocrazia e tasse possono comportare alle imprese più piccole, quelle grazie alle quali campiamo. A Milano dal primo gennaio la giunta ha deciso di aumentare la tassazione per l&#8217;occupazione del suolo pubblico. Niente titoli sui giornali, poche informazioni. Eppure il suo effetto mortificante per le imprese sarà superiore al beneficio, ridotto, delle liberalizzazioni di Monti tanto (compreso il sottoscritto) strombazzate. Ve la faccio breve. Diciamo così una gru per trasportare materiale edilizio o per fare un trasloco che fino a ieri costava un centianio di euro di tasse, può ora essere costretta a pagare un conto di mille euro. Dieci volte di più: senza grandi proclami, il comune di Milano (che prendiamo solo come caso, ce ne saranno tanti altri) sta per mettere in ginocchio un bel mucchio di persone. Non esagero. Chiedetelo ad un vostro amico che conosca qualche traslocatore, o ad un qualsiasi imprenditore edile. Sapete cosa succederà? Garantito al limone aumenteranno coloro che non pagheranno il balzello o coloro che non utilizzeranno più il suolo pubbblico. Piuttosto caricheremo tutto in spalla. Come i vecchi tempi.<br />
Il cuoco si è appassionato a questa piccola vicenda fiscale perchè essa è esemplificativa di quanto si possa morire di tasse. Le imprese non ce la fanno più: e adesso qualche geniale burocrate ha ben pensato di decuplicare anche l&#8217;imposta sull&#8217;occupazione del suolo pubblico, in funzione del raggio d&#8217;azione del braccio meccanico con cui si elevano materiali o mobili.<br />
Poi il lavoro chi se lo inventa? Una commissione ministeriale? Un avvocato dello Stato (già che ci siamo liberalizzerei anche quelli)? Un alto funzionario? Uno dei cento agenti della municipale di milano che staziona ore agli incroci della nuova area C? Un rpfessore univeristario?</p>
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		<title>Le liberalizzazioni e i potenti</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 19:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mercati]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cuoco ritiene che si debba liberalizzare a più non posso. Il principio è semplice. Da una parte ci sono i fornitori dei servizi e i produttori, dall&#8217;altra gli utenti e i consumatori. Col tempo i primi si sono organizzati per ridurre la competizione e per rendere i loro prezzi più alti che in un mercato del tutto competitivo. Sia chiaro la competizione è molto faticosa. Ne sanno qualcosa milioni di piccoli imprenditori che ogni giorno si devono guadagnare la pagnotta, e non possono mai rimanere fermi. Bando alle ciance e passiamo ai fatti concreti. é vero che il servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il cuoco ritiene che si debba liberalizzare a più non posso. Il principio è semplice. Da una parte ci sono i fornitori dei servizi e i produttori, dall&#8217;altra gli utenti e i consumatori. Col tempo i primi si sono organizzati per ridurre la competizione e per rendere i loro prezzi più alti che in un mercato del tutto competitivo.<br />
Sia chiaro la competizione è molto faticosa. Ne sanno qualcosa milioni di piccoli imprenditori che ogni giorno si devono guadagnare la pagnotta, e non possono mai rimanere fermi. Bando alle ciance e passiamo ai fatti concreti.<br />
é vero che il servizio taxi non è liberalizzato? Sì. é vero che le farmacie non sono liberalizzate? Sì. Per citare solo due casi tra i tanti. E sui quali si sta concentrando il governo. Cosa accadrebbe se si liberalizzassero i due settori? I produttori perderebbero reddito. Anche su questo non c&#8217;è dubbio. Tassisti e farmacisti (per citare i nostri casi) se la vedrebbero male.<br />
Ma la riduzione inevitabile del reddito di queste due componenti si scontrerebbe con una società del tutto bloccata. Nel senso che loro perderebbero le loro rendite di posizione, mentre intorno a loro tutti continuerebbero a fare gli affari loro. Protetti.<br />
Le liberalizzazioni impongono una scelta: stare dalla parte dei produttori o dei consumatori. Ma danneggiare i produttori senza migliore loro la vita in qualità di consumatori è un&#8217;ingiustizia.<br />
Faccio un esempio finanziario di queste ore. Per salvare le assicurazioni Fondiaria Sai dal tracollo è stato permesso alla Unipol di portarsele a casa, senza fare una scalata sull&#8217;intera società. Semplifichiamo: se prediligono le necessità del produttore (nuovo azionista di controllo Unipol) a quella del consumatore (azionista di minoranza di Fonsai). Il tutto per un supposto bene collettivo: che la compagnia resti in Italia, che le banche finanziatrici non saltino, e via discorrendo. Posizione legittima (anche s enon gradita al cuoco).<br />
Ma come facciamo a spiegare ad un tassista che perde lavoro e reddito, ad un farmacista che rischia di fallire, che per lui il mercato è d&#8217;obbligo in quanto imprenditore o artigiano, ma in quanto risparmiatore è un optional. Oltre all&#8217;esenzione di Opa per le minoranze, la vicenda Fonsai crea un gruppo assicurativo dominante nel ramo Rc auto. é vero che con il &#8220;bel altro&#8221; non si combina mai nulla e da qualche parte tocvca partire: ma come dice bene l&#8217;amico liberale Stagnaro &#8220;l&#8217;ingente capitale politico&#8221; speso da questo governo per le liberalizzazioni di Taxi e Farmacie forse lo poteva spendere per settori ben più protetti e soprattutti più importanti per l&#8217;economia nazionale. O no?</p>
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		<title>Morire di Impresa</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 20:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[pol economica]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi due mesi una dozzina di piccoli imprenditori si è tolta la vita. Quando una crisi economica morde, il fallimento dell’azienda per un piccolo imprenditore è il fallimento della propria vita. Una caduta che sembra irreversibile. Purtroppo non è la prima crisi economica che affrontiamo e il fenomeno dei suicidi è una costante. Ciò che cambia è che l’urlo di disperazione e di rabbia dei nostri concittadini questa volta ha un indirizzo ben preciso: lo Stato. E ciò è molto pericoloso. In Italia non esiste quella fumettistica divisione tra capitale e lavoro, che qualche reduce degli anni Settanta vuole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi due mesi una dozzina di piccoli imprenditori si è tolta la vita. Quando una crisi economica morde, il fallimento dell’azienda per un piccolo imprenditore è il fallimento della propria vita.</p>
<p>Una caduta che sembra irreversibile. Purtroppo non è la prima crisi economica che affrontiamo e il fenomeno dei suicidi è una costante. Ciò che cambia è che l’urlo di disperazione e di rabbia dei nostri concittadini questa volta ha un indirizzo ben preciso: lo Stato. E ciò è molto pericoloso.</p>
<p>In Italia non esiste quella fumettistica divisione tra capitale e lavoro, che qualche reduce degli anni Settanta vuole ancora raccontare. Il 90 per cento delle imprese italiane è di dimensioni microscopiche: i dipendenti e i datori di lavoro sono sulla stessa barca. Frequentano gli stessi bar, vivono nelle stesse piazze, lavorano nei medesimi spazi. Per un’impresa che muore, crolla la famiglia che ha pensato la bottega e chi ci lavorava dentro. Tra il leader di un’impresa e i suoi collaboratori non ci sono filtri.</p>
<p>È più facile attribuire responsabilità e censurare cattive pratiche.<br />
Quando una piccola impresa attende sei mesi per essere pagata dallo Stato (e non solo, anche le grandi imprese pagano con ritardi mostruosi) e nel frattempo si vede consegnare con rigore e puntualità le cartelle esattoriali, perde la pazienza. Quando ad una piccola impresa non è riconosciuta la possibilità di un minimo errore formale, ma la pubblica amministrazione ragiona con metodi prussiani, perde la pazienza. Quando una piccola impresa subisce un controllo al mese e vede che per ottenere una qualsiasi licenza deve avere quantomeno buone relazioni, perde la pazienza. Quando una piccola impresa compete con tutto il mondo e vede che i burocrati pubblici le affibbiano oneri e regole da multinazionale, quando cioè un parrucchiere deve trattare i suoi rifiuti come quelli dell’Eni, perde la pazienza.</p>
<p>Per anni ci siamo disperati per l’occupazione in Italia. Abbiamo pensato, e in parte continuiamo a farlo, che il lavoro sia un diritto. Bene, benissimo. Ma chi lo deve assicurare questo diritto? Berlusconi, ora Monti? Non diciamo sciocchezze. Quel diritto esiste solo se riconosciamo un superiore diritto ai medesimi cittadini di fare impresa. Pensiamo alla tutela della salute del lavoro e imponiamo spesso regole minuziose a tutela dei dipendenti. Perfino il calcolo per legge del loro potenziale stress. Forse sarebbe bene ribaltare l’ordine delle priorità.</p>
<p>Sono le imprese che fanno occupazione e dunque reddito. Sono loro che debbono essere tutelate. Non servono quattrini. Smettiamola con i sussidi, che poi vanno a finire solo a coloro che hanno le relazioni migliori. Bisogna fare una 626 (la legge sugli infortuni) delle imprese.</p>
<p>Sovraordinare l’interesse degli imprenditori a quello della burocrazia, che fino a prova contraria dovrebbe esserne al servizio.<br />
Sostituire il mito del diritto al lavoro con il diritto dell’impresa. Lo statuto dei lavoratori con lo statuto delle imprese. Vi sembra normale che lo Stato pretenda puntualità sui suoi crediti fiscali da parte delle imprese, e non applichi lo stesso rigore ai suoi pagamenti? Basterebbe una piccola norma che vietasse pretese fiscali a imprese in credito dallo Stato. Questo è il diritto dell’impresa.</p>
<p>La crisi economica è seria. Ma se pensiamo che la soluzione sia quella di tutelare i posti di lavoro e non il posto delle imprese, continuiamo a sbagliare strada. I cittadini che se la prendono con Equitalia sbagliano (anche se i blitz natalizi a Cortina fanno pensare). Guardano al dito e non alla luna. È lo Stato con le sue regole ideologiche modellate sull’imprenditore cattivo ed evasore ad essere il colpevole.</p>
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		<title>Monti credibile? Dipende da chi</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 16:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Porro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[accise]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[fornero]]></category>
		<category><![CDATA[Imposte]]></category>
		<category><![CDATA[Monti]]></category>
		<category><![CDATA[politica economica]]></category>
		<category><![CDATA[Tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[Mario Monti è e resta molto credibile. Nonostante una manovra fatta di solo tasse. E per di più ben poco originali. Nonostante i suoi ministri chiave si rimangino riforme annunciate nel giro di un&#8217;edicola. Nonostante i mercati, come era normale che fosse, sono lì dove li aveva lasciati il suo predecessore. Nonostante abbia dovuto fare il solito compromesso sulle liberalizzazioni. E cioè non farle. Nonostante abbia chiamato una manovra da pentapartito con l&#8217;altisonante titolo di «salva Italia» in pieno stile propagandistico pubblicitario berlusconiano. Ebbene, nonostante tutto ciò Monti resta credibile. Ed è normale e giusto che tale resti. Monti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mario Monti è e resta molto credibile. Nonostante una manovra fatta di solo tasse. E per di più ben poco originali. Nonostante i suoi ministri chiave si rimangino riforme annunciate nel giro di un&#8217;edicola.<br />
Nonostante i mercati, come era normale che fosse, sono lì dove li aveva lasciati il suo predecessore. Nonostante abbia dovuto fare il solito compromesso sulle liberalizzazioni. E cioè non farle. Nonostante abbia chiamato una manovra da pentapartito con l&#8217;altisonante titolo di «salva Italia» in pieno stile propagandistico pubblicitario berlusconiano. Ebbene, nonostante tutto ciò Monti resta credibile. Ed è normale e giusto che tale resti. Monti e il suo governo sono figli delle alte burocrazie europee che oggi dettano l&#8217;agenda delle politiche europee. Monti fa parte (per quanto ci riguarda non si dà molto peso alle suggestioni di cricche più o meno segrete) di un milieu borghese e milanese che ha un ottimo rapporto con la stampa «più credibile» che è e resta il Corriere della Sera. Ma insomma cosa avrebbero scritto a via Solferino se la manovra fatta di accise, bolli e tasse l&#8217;avesse fatta qualsiasi altro governo? Ve lo diciamo noi: avrebbero preso il magnifico articolo di Alesina e Giavazzi, che smontava la manovra, e ne avrebbero fatto la loro bandiera. E non un isolato caso di dissenso assistito. Ma ripetiamo: Monti è l&#8217;uomo giusto per questa fase. Ha lo stesso ruolo che ebbe Fénelon, il precettore dei re, nell&#8217;ultimo scorcio dell&#8217;Ancien régime: distruggere il suo sovrano.</p>
<p>Berlusconi questa credibilità sin dalla sua discesa in campo non l&#8217;aveva. E proprio per questo accettò il suggerimento di Antonio Martino di nominare Monti commissario europeo. Ma il Cav aveva un altro tipo di credibilità che ha perso per strada: quella dell&#8217; economia reale. L&#8217;economia non è fatta solo di grafici e relazioni deterministiche scritte nei manuali. Essa si regge sulla fiducia nel futuro, sulle aspettative. I consumi e gli investimenti (che poi sono il pil di un Paese) sono figli di milioni di decisioni individuali che nascono dalla speranza che il domani sia migliore dell&#8217;oggi. Non si consuma quando non si ha la ragionevole speranza che il proprio reddito disponibile domani sia superiore o uguale a quello di oggi; non si intraprende un nuovo rischioso investimento quando non si ha la ragionevole speranza che esso dia un buon ritorno. Questo meccanismo si poggia sull&#8217;ottimismo e la caparbietà degli imprenditori e sulla relativa sicurezza dei consumatori. Se un governo fa tre manovre in una sola estate (caso Berlusconi) e se quello che segue a stretto giro si limita ad alimentare un effetto povertà nei contribuenti si rompe il meccanismo economia-consumi-investimenti. E ci si impantana. Berlusconi in una prima fase ha avuto la capacità di parlare alla pancia produttiva di questo Paese; Monti ha la straordinaria abilità di parlare la stessa lingua della tecnocrazia che governa oggi l&#8217;Europa. Nessuno può disconoscere questa sua capacità. Ma è tutto da dimostrare che la soluzione della crisi in cui ci troviamo passi per le soluzioni di questo colto manipolo di funzionari. Che non hanno passato un giorno in azienda.</p>
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