Accanto a casa mia c’è spesso un accampamento di zingari.
Vanno e vengono, come le nuvole. Vanno e vengono come cavalli selvaggi che nessun steccato può fermare.
Questa è la poesia.
Ora scriviamo in prosa.

Accanto a casa mia c’è spesso un accampamento di zingari. E’ situato sotto il ponte della ferrovia a pochi metri dalla strada in uno dei punti piu’ inquinati della città e vicino a un grande supermercato.
Vanno e vengono, e quando vanno lasciano montagne di spazzatura e ogni volta che ci passo vicino vedo topi che sguazzano nei loro rifiuti.

L’altra mattina ho avuto anche la fortuna di vedere uno di questi “liberi” farmi la cacca davanti agli occhi sul marciapiede di fianco a casa.
Erano le nove del mattino e immaginate un modo migliore per cominciare la giornata?
Il problema e‘ tutto nella differenza che c’è tra poesia e prosa.
Dove la poesia rappresenta l’inganno, una storia sublimata a sogno, il Rom che diventa l’emblema di una cavalcata senza fine in territori che non appartengono a nessuno.
La prosa e’ la cruda realtà, di territori prima occupati e poi ridotti ad immondezzai, di bisogni corporali fatti dovunque capita, di bambini che crescono nel fango e nella sporcizia, di bombole del gas accese ad un passo da una strada trafficata, di menefreghismo e disprezzo di chi in quei luoghi ci abita davvero.

Tutti hanno il diritto di amare la poesia, ma non si puo’ utilizzare questa forma d’arte per mascherare la realtà.
Si possono anche scrivere meravigliosi versi ma se poi posata la penna il poeta si dedica al rutto libero non puo’ pretendere che la sua arte nasconda la sua maleducazione.