Uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro della post politica. Concepita in fase embrionale agli inizi degli anni novanta con il crollo dei partiti tradizionali, cresciuta all’ombra della Seconda Repubblica e poi fattasi definitivamente forma di governo con l’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti (2011-2013), la post politica è una realtà nella quale stiamo vivendo da qualche anno. Una realtà in cui ogni forma di alternativa ideologica o programmatica è stata annientata nel nome del pragmatismo che, nella neolingua orwelliana costruita ad arte dall’industria culturale organizzata (giornali, televisioni, case editrici), sottintende in realtà il principio del TINA, acronimo che sta per “there is no alternative“, “non c’è alternativa”. Non c’è alternativa al governo tecnico permanente, che sia tale in maniera esplicita oppure implicita, facendosi schermo della politica partitica. Non c’è alternativa all’austerità, al potere dei mercati, al condizionamento degli esecutivi da parte di organismi sovranazionali di carattere non elettivo, siano essi la Nato (sul fronte militare) o la Commissione Europea (sul fronte legislativo), o da parte degli agenti economici, come le agenzie di rating private.

Eppure una furba retorica di opposizione allo strapotere di queste realtà viene quotidianamente impiegata per la raccolta di consensi elettorali, in maniera precipua dai cosiddetti movimenti di protesta. Anzi, dal movimento di protesta per eccellenza: il Movimento 5 Stelle. Che però, come recentemente dimostrato dalle dichiarazioni dei suoi esponenti successive ai colloqui per la formazione di un Governo con il Presidente della Repubblica, non si vergogna poi, all’occorrenza, di doversi rimangiare il tutto, di dover ammettere la propria subalternità rispetto al vero potere. E, magari, di fare un accordo con quel Partito Democratico che per anni aveva additato (a ragione) quale braccio armato dell’establishment. Perché un conto è la campagna elettorale (o meglio la campagna di marketing, definizione che più si addice al contesto post politico), un conto è l’ordinaria amministrazione, che non può assolutamente deviare dal percorso tracciato dalla tecnocrazia perpetua.

Il grillismo stesso non è comunque un fenomeno estraneo alla post politica. Piuttosto ne è il volto gentile, l’incarnazione in forma pubblicitaria e propagandistica alternativa al volto duro e spietato dei tecnocrati. In tal senso è utile e necessario aprire una parentesi sull’antipolitica, cui fanno evidentemente riferimento il frasario e l’universo immaginifico dei pentastellati, poichè questa altro non è se non la fase preparatoria della post politica. Una fase che il nostro Paese sta vivendo da ormai un trentennio. Come un eggregore vorace, l’antipolitica si è accresciuta e si accresce nutrendosi di uno dei sentimenti più bassi dell’essere umano: l’invidia. E, proprio garantendosi il consenso popolare attraverso l’invidia, il complesso mediatico-giudiziario del nostro Paese riuscì a distruggere, con Tangentopoli, proprio quel sistema partitico che per cinquant’anni, dal 1945 al 1992, aveva garantito all’Italia una crescita non solo economica ma anche culturale, con i suoi giornali di partito, le sue sezioni, i suoi convegni. Un panorama pluralista che aveva contribuito a creare delle comunità ideali, delle appartenenze, delle identità.

I partiti dipinti come congreghe parassitarie divoratrici del danaro pubblico – scrisse nelle sue memorie Bettino Craxi – sono una caricatura falsa e spregevole di chi ha della democrazia un’idea tutta sua, fatta di sé, del suo clan, dei suoi interessi e della sua ideologia illiberale“. E ancora: “Il regime avanza inesorabilmente: lo fa passo dopo passo, facendosi precedere dalle spedizioni militari del braccio armato (…) La giustizia politica è sopra ogni altra l’arma preferita. Il resto è affidato all’informazione, in gran parte controllata e condizionata, alla tattica ed alla conquista di aree di influenza“. Parole incredibilmente profetiche, quelle dell’allora leader socialista. Specialmente se rilette a oltre vent’anni di distanza. Tangentopoli fu un evento scatenante, il cavallo di Troia per una mutazione antropologica e culturale dell’elettorato e anche del sistema politico, da allora non più in grado di guidare i suoi elettori verso una molteplicità di idee e visioni del mondo, ma costretto a inseguire la cosiddetta “pancia”, ovvero il pensiero dominante di quell’opinione pubblica artatamente costruita dal sistema attraverso l’amplificazione di scandali e scandaletti che, negli anni, hanno continuato a colpire in maniera chirurgica gli eredi morali delle vittime del cataclisma giudiziario dei primi anni novanta.

Così, mentre la “pancia” continua ad accanirsi sulla classe politica e sui partiti, invocando di volta in volta la cancellazione delle Province, l’abolizione del finanziamento pubblico, dei vitalizi ed altre amenità che non hanno altro scopo se non quello di indebolire il sistema democratico, il regime post politico avanza e si fa strada. Il popolo italiano, impoverito e sfiduciato a causa delle crisi sistemiche della finanza speculativa, continua a ignorare i veri responsabili delle proprie condizioni e, sapientemente guidato dal complesso mediatico-giudiziario, seguita a puntare il dito contro i bersagli sbagliati e ad abbandonarsi ai “pifferai di Hamelin” dell’invidia e della protesta. Scriveva infatti ancora Craxi: “Fa meraviglia, invece, come negli anni più recenti ci siano state grandi ruberie sulle quali nessuno ha indagato. Basti pensare che solo in occasione di una svalutazione della lira (…) gruppi finanziari collegati alla finanza internazionale (…)speculando sulla lira, evidentemente sulla base di informazioni certe, che un’indagine tempestiva e penetrante avrebbe potuto facilmente individuare, hanno guadagnato in pochi giorni un numero di miliardi pari alle entrate straordinarie della politica di alcuni anni“.  Parole che, purtroppo, sono rimaste per troppo tempo inascoltate.

Tag: , , , ,