Che cos’è diventato il 25 aprile? L’indecorosa vicenda di Macerata, dove i centri sociali hanno dato vita nella piazza centrale della città a un vergognoso gioco della pignatta con un pupazzo dalle fattezze di Benito Mussolini, apre purtroppo a numerosi interrogativi sul significato di una festività che, nelle intenzioni dei padri costituenti, doveva essere patrimonio collettivo, un momento di riconciliazione nazionale.
Oggi la Festa della Liberazione rappresenta invece in molti, troppi, casi l’occasione, per una sola e ben definita parte politica, in cui dare libero sfogo alla propaganda, travestendola da solenne momento istituzionale. Il 25 aprile, lungi dall’essere un momento in cui storicizzare i fatti del secondo conflitto mondiale, ne consente invece sempre più spesso la politicizzazione.  La sensazione è che sia sempre più marcata la tendenza a resuscitare, piuttosto che a contestualizzare storicamente, il fascismo, accostando questa categoria storica a categorie politiche attualissime che si intendono demonizzare per finalità squisitamente elettorali.
Un vivido esempio di questa tendenza sono le attività dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Spulciando la voce “chi siamo” direttamente sul sito dell’associazione leggiamo che “l’ANPI (…) fu costituita il 6 giugno 1944, a Roma, dal CLN del Centro Italia, mentre il Nord era ancora sotto l’occupazione nazifascista. Il 5 aprile del 1945, con il decreto luogotenenziale n. 224, le veniva conferita la qualifica di Ente morale che la dotava di personalità giuridica, promuovendola di fatto come associazione ufficiale dei partigiani“.
Associazione ufficiale ed Ente morale che, infatti, partecipa alle celebrazioni della Festa della Liberazione in tutti i comuni italiani, siano essi amministrati dal centrodestra, dal centrosinistra o da liste civiche. “Oggi l’ANPI – ci spiega ancora il sito dell’associazione – è ancora in prima linea nella custodia e nell’attuazione dei valori della Costituzione, quindi della democrazia, e nella promozione della memoria di quella grande stagione di conquista della libertà che fu la Resistenza“.
Peccato tuttavia che quell’associazione che, nelle intenzioni, sarebbe nata per tutelare in maniera rigorosa e istituzionale la memoria storica della Resistenza e che, tra i propri ranghi, annoverava in origine importanti rappresentanti di tutti i colori politici del cosiddetto “arco costituzionale” (da Ferruccio Parri a Palmiro Togliatti, da Enrico Mattei a Sandro Pertini), si occupi invece oggi in maniera faziosa e invasiva soprattutto di questioni che nulla hanno a che fare con le vicende dell’ultimo conflitto mondiale o con i valori della costituzione, che sono patrimonio di tutti gli italiani e non solo di una parte. Tanto per fare alcuni esempi, in anni recenti l’ANPI si è preoccupata di appoggiare apertamente i gay pride, lo Ius Soli e la campagna per il “no” al  referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto del 22 ottobre 2017. L’associazione insomma si è resa protagonista di vere e proprie campagne politiche. Per dare la misura della situazione è un po’ come se l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, altro Ente morale, anziché occuparsi di convegni su Caporetto, si occupasse di fare propaganda per la legittima difesa. O per il rimpatrio di clandestini.
Ora è evidente che se ci si intesta il titolo di “associazione ufficiale dei partigiani” e quindi degli antifascisti, l’affermare esplicitamente il proprio appoggio ad alcune cause d’attualità contenga, implicitamente, il messaggio che chiunque non le condivida vada automaticamente etichettato come “non antifascista” e quindi  altrettanto automaticamente come “fascista”. Questo significa, sempre automaticamente, che quando l’ANPI oggi ci parla di fascismo, non parla del regime collassato nel 1943, ma di convinzioni politiche attuali. Sei contrario alle adozioni gay? Allora sei fascista. Sei contrario allo Ius Soli? Brutto fascista cattivo. Vuoi più autonomia per le regioni virtuose? Fascista nemico della solidarietà.
La realtà è che oggi l’ANPI si qualifica principalmente come strumento della sinistra politica per demonizzare i propri avversari. Una demonizzazione che vive il suo momento più intenso e retorico proprio il 25 aprile. Resuscitando e attualizzando continuamente il fascismo, piuttosto che consegnandolo alla storia, la sinistra italiana trova il modo di ridefinirne i confini a proprio vantaggio, individuando così di volta in volta un “male assoluto” che le garantisca quell’identità aggregante altrimenti del tutto scomparsa insieme ai suoi valori cardine. Seppelliti totalmente i contenuti e le rivendicazioni sociali, il moderno fronte progressista, caratterizzato dalla vicinanza al pensiero debole e ai poteri forti e da una lontananza siderale dalle simpatie popolari, ha infatti bisogno di un nemico, di un “altro da se” che gli consenta di perpetuare il senso della propria esistenza. La funzione del 25 aprile in tal senso emerge prepotentemente nel confronto con un altro patrimonio dell’universo gauchiste: il primo maggio, la Festa dei Lavoratori. Una festa la cui importanza appare paurosamente sbiadita, riducendosi ormai a uno spettacolo canoro per musicanti d’area strapagati e a una spenta retorica.
E del resto, se l’antifascismo rivisto e corretto in chiave pop-glamour, con al seguito la nutrita schiera di testimonial celebri, ha una funzione di collante, il tema del lavoro e dei lavoratori non può che essere scomodo per una sinistra che ha partorito, nella propria esperienza di governo e sulla scia di una dipendenza pressoché assoluta da potentati economici e burocratici nazionali e sovranazionali (vedere alle voci “ce lo chiede l’Europa” e “ce lo chiedono i mercati”), politiche antisociali e punitive sia per il lavoro autonomo che per quello dipendente. Un percorso avviatosi con il cosiddetto “pacchetto Treu” del 1997, ai tempi del primissimo Governo Prodi, e arrivato a conclusione con il superamento dell’articolo  18 ad opera del jobs act renziano. A titolo di sintesi programmatica basti qui ricordare le massime dello scomparso ministro ulivista Padoa-Schioppa, noto per l’affermazione “le tasse sono bellissime“, il quale affermava che il principale presupposto di qualsiasi pacchetto di riforme avrebbe dovuto essere l’affievolimento di quelle protezioni sociali che avevano allontanato gli italiani dalla “durezza del vivere“.
Ebbene, oggi che l’obiettivo è stato raggiunto e quella “durezza del vivere” è una realtà drammaticamente concreta, come certificato anche dai più recenti dati ISTAT, lorsignori vorrebbero anche che non ce ne curassimo, preoccupandoci invece di una minaccia virtuale e inesistente, il fascismo appunto. Qui può tornare utile il passaggio di una lettera scritta, nel 1973, da Pier Paolo Pasolini ad Alberto Moravia. “Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito – scriveva Pasolini – non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda”. Non c’è davvero altro da aggiungere.
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