Ci siamo. Il “Governo dei populisti“, come lo ha sprezzantemente definito il reggente del Partito Democratico Maurizio Martina, pare essere vicino ai nastri di partenza, grazie alla benevola astensione degli alleati della Lega, movimento di lotta che, come già era avvenuto nell’era bossiana, ora aspira ad essere anche forza di governo. A costo di correre il rischio di farsi soffocare dalla ben più corposa truppa parlamentare del Movimento 5 Stelle e dalle sue numerose incongruenze. L’aver platealmente ritenuto indifferente l’alleanza con i leghisti piuttosto che con i “dem” è certamente una di queste, ma non la sola.

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Un esempio? Nel corso del primo e del secondo giro di consultazioni con il Presidente della Repubblica, Luigi Di Maio aveva ribadito la propria fedeltà alla NATO, alla UE e financo all’unione monetaria. Insomma, mancava soltanto il famigerato Gruppo Bilderberg, che tanto appassiona i complottardi grillini da tastiera. Peccato che, in altre occasioni, sia Di Maio che Beppe Grillo e Alessandro Di Battista avessero annunciato l’intenzione di proporre un referendum sull’uscita dell’Italia dall’Euro. Referendum che peraltro, allo stato pratico, avrebbe ben poco effetto perché incostituzionale. L’idea, al fallimento delle trattative per un esecutivo con il PD, è stata subito rispolverata dal comico genovese a capo del movimento, in un’esplosione di incoerenza che, in un mondo perfetto, sarebbe stata oggetto di dileggio collettivo. Ma il mondo non è perfetto e il marketing politico funziona sempre a meraviglia. Specialmente quando si parla dei ragazzi della Casaleggio e Associati, che hanno ancora dalla loro l’aura sacra dell’onestà, un vero feticcio erotico per il popolo grillino.

E cosa dire invece della visione del Movimento 5 Stelle in merito all’immigrazione? Vuoto pneumatico, anche qui. Del resto il programma non viene costruito dai parlamentari e dai dirigenti, che ci si aspetterebbe essere in grado di fornire al proprio elettorato delle proposte, ma dal “popolo del web”, che lo sceglie attraverso la piattaforma Rousseau (rendendo i deputati, pardon i “portavoce”, dei simpatici e onesti accessori che viaggiano in autobus e restituiscono quarti di stipendio). In questo caso quella magmatica e indefinita entità che è “la rete” ha scelto di parlare di corridoi per l’immigrazione legale e riduzione degli sbarchi. Concetti per certi versi antitetici e che comunque si accompagnano a una prassi degli eletti in tutta Italia che è palesemente connotata da un’ideologia di sinistra, come lo è quella relativa ai temi etici. Mentre la Lega si propone di difendere il diritto naturale, la Appendino a Torino e la Raggi a Roma hanno partecipato in prima fila alle manifestazioni di piazza delle associazioni Lgbt come il “Torino Pride” e la “Gay Street“.

Parliamo poi, a proposito di Europa, delle “imprese” degli europarlamentari grillini a Bruxelles e Strasburgo. Prima associati con il gruppo euroscettico e populista di destra dello Ukip inglese di Nigel Farage (quello che ha fatto campagna per la Brexit), a un certo punto hanno pensato di aderire al gruppo ultraeuropeista dell’ALDE, dove un tempo si collocavano i parlamentari di Mario Monti, salvo poi fare un brusco e imbarazzante dietrofront. Non paghi di questa figuraccia ora ci stanno riprovando con i centristi, tendenti a sinistra, del presidente francese Macron. Chi ci capisce è bravo.

Ma questi sono i futuri inquilini di governo di Salvini. E sono ben altra cosa rispetto al populismo ruspante e genuino in salsa leghista, che vuole promuovere le identità locali, sostenere le piccole e medie imprese, alleviare l’oppressione fiscale e che, bene o male, è sempre stato coerente. Si tratta piuttosto di una sorta di “fake populism“, furbo e ondivago, che si inserisce nel più grande filone dei movimenti di sinistra radical-progressisti emersi negli ultimi anni in Europa, come i greci di Syriza o gli spagnoli di Podemos, che si tengono lontani anni luce dal toccare i temi identitari cari ai leghisti, perché ideologicamente allergici a qualsiasi pensiero contrario alla vulgata internazionalista oggi votata al mondialismo.

Come non ricordare a questo punto l’allucinata distopia, proprio di stampo mondialista e con inquietanti venature teosofiste e occultiste, del video “Gaia: The future of politics“, lanciato dal fondatore del Movimento 5 Stelle, Gianroberto Casaleggio, nel 2008? Una visione (o forse un incubo) che rinvia agli ambienti del fanatismo ambientalista, della decrescita “felice”, le cui parole chiave riecheggiano da anni nei programmi del movimento. Ecco, condendo il tutto con un bel po’ di giustizialismo manettaro e “fattoquotidianista”, questo è il mondo con cui la Lega avrà a che fare. Cercare di incanalarne la volontà di potenza rivoluzionaria verso visioni più consone a quello che era ed è il progetto del centrodestra, a partire dai tavoli di lavoro per la costruzione del programma e per la scelta dell’esecutivo, sarà la grande sfida di Matteo Salvini. Una sfida che, se persa, rischia di trasformarsi in un boomerang.

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