Utilizzando un paragone calcistico, metodo sempre utile a far breccia nel cuore degli italiani, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si era paragonato, pochi giorni fa, a un arbitro che si limitava a gestire il gioco delle squadre politiche nella difficile partita tra il centrodestra e il Movimento 5 Stelle per la formazione di un Governo. L’immagine che viene alla mente però, almeno in questo momento, non è quella di un sobrio paciere con fischietto e cartellini, ma piuttosto quella di un commissario tecnico, laddove il termine commissario, da cui il verbo “commissariare”, non potrebbe essere più calzante. Già, perché il buon Mattarella ha dimostrato, soprattutto in queste ultime settimane, di volersi intromettere pesantemente nel merito della partita e di voler scegliere, in luogo degli allenatori preposti a questo dalle rispettive squadre, addirittura le formazioni in campo.

E così, dopo aver negato al centrodestra, coalizione che aveva realizzato il miglior risultato alle elezioni dello scorso 4 marzo, la possibilità di un incarico per cercare i voti mancanti nelle aule del Parlamento, Mattarella aveva proposto che a cercare la fiducia tra i parlamentari fosse invece un Governo “neutrale” che somigliava moltissimo, almeno stando ai nomi circolati, al solito minestrone tecnico di area PD, cioè espressione della parte umiliata dalle urne, non dissimile dal Governo Monti. Unica alternativa, aveva detto il Presidente, il voto immediato.

Però, con l’accordo di massima raggiunto tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, grazie al passo di lato di Forza Italia, la strada sembrava finalmente in discesa. Peccato che Mattarella non si sia limitato, secondo le prerogative a lui assegnate dalla Costituzione, ad attendere i nomi dei membri dell’esecutivo, ma abbia anche esplicitamente preteso che questo si ponga in sostanziale continuità con quelli che lo hanno preceduto, soprattutto in riguardo alla politica estera e alla politica economica. Giganteggia a tal proposito il minaccioso monito sulla necessità di non ottemperare alla “narrativa sovranista” vista in campagna elettorale. Alla faccia del rispetto delle urne. Prese di posizione oggi ricalcate dal vice presidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis.
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L’intransigenza del Capo dello Stato su questo punto si è spinta a fargli bocciare a priori il nominativo del professor Giulio Sapelli, insigne economista e figura di assoluto valore ma con il peccato originale, per i criteri mattarelliani, dell’euroscetticismo e dell’allergia all’austerità. Appare evidente come, da questo punto di vista, Mattarella goda della sponda dei pentastellati cui, come si evince dalle priorità espresse sia in campagna elettorale che successivamente, poco importa dei temi sovranisti, dell’emergenza immigrazione o della sorte delle imprese italiane, temi prioritari per la Lega, ma che invece sembrano assai più interessati a tutelare una misura assistenzialista come il reddito di cittadinanza (che non avrebbe altro scopo se non quello di rendere più accettabile la macelleria sociale in voga da qualche anno in base ai diktat di Bruxelles) e le parole d’ordine dell’antipolitica turbogiustizialista (e ovviamente antiberlusconiana). Antipolitica che, come si è già avuto modo di spiegare da queste colonne, è semplicemente il cane da guardia della tecnocrazia permanente, così come si è già avuto modo di dire che quello del Movimento 5 Stelle altro non è se non un “fake populism” saldamente ancorato al mondo della sinistra “dirittocivilista” dell’immigrazione allegra e dell’amore libero, che più lontana non potrebbe essere dall’universo ideale e ideologico dei leghisti.

Il vero nemico del Quirinale, preoccupato dal rispetto dei vincoli europei, soprattutto per la necessità di ottemperare alle richieste punitive del Fiscal Compact per il 2018, è infatti la Lega salviniana. Un partito che ha tra le proprie fila economisti alternativi alla vulgata eurocratica e austerista, come Alberto Bagnai e Claudio Borghi e che spaventa anche per le proprie alleanze internazionali: dal Front National della Le Pen al partito Russia Unita di Putin. Ecco spiegato, forse, anche il motivo del prolungarsi delle trattative tra Salvini e la controparte Di Maio, che riveste, dal punto di vista quirinalizio, il ruolo del normalizzatore. Il finale di partita è ancora aperto ma, certamente, la sensazione che un vero “Governo del cambiamento” sarebbe stato possibile solo con un esecutivo espressione della forza d’urto di un centrodestra unito pare sempre più insistente. E, date anche le più recenti dichiarazioni, Salvini e la Lega se ne stanno, loro malgrado, rendendo conto.

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