Le infrastrutture sono da fare e non da smontare”. Le dichiarazioni di Matteo Salvini al termine dell’incontro di ieri con il premier incaricato, Giuseppe Conte, sono state, per fortuna, chiare e precise in merito a cosa il Governo “ircocervo” dovrà evitare. Ossia la cancellazione di opere strategiche per il Paese e per il nord Italia, che metterebbe in serie difficoltà il rapporto con gli alleati di centrodestra.

Eppure il complesso mediatico-istituzionale italiano è sembrato ben più preoccupato, rispetto al pericolo di vedere insediati in dicasteri strategici dei parvenu senza pregresse esperienze lavorative o addirittura esagitati attivisti “no Tav”, dal professor Paolo Savona, il possibile ministro dell’Economia cui nelle ultime 48 ore sono state dedicate ore di allarmata discussione nei principali salotti politiimagoeconomica - pricolo - WORKSHOP AMBROSETTIci televisivi. 82 anni, già ministro dell’Industria nella troppo vituperata (e infinitamente più seria della “Terza”) Prima Repubblica, accademico di lungo corso, consulente di fondi di investimento internazionali, Savona paga lo scotto della posizione euroscettica, che, secondo trasmissioni televisive e importanti quotidiani, lo renderebbe inviso addirittura al Quirinale. Ora, pur con tutte le cautele del caso verso il futuro esecutivo gialloverde, figurarsi un docente universitario che ben conosce le regole d’ingaggio dei tavoli dell’alta politica e dell’alta finanza come un pericoloso e sovversivo lepenista che potrebbe decretare motu proprio l’uscita dell’Italia dall’eurozona fa abbastanza sorridere.

GLI IMPRESENTABILI GRILLINI? SU DI LORO NEANCHE UNA PAROLA

Meno comica e ben più tragica sarebbe invece la prospettiva di ritrovarsi la pasionaria pentastellata contraria all’alta velocità Torino-Lione Laura Castelli, 31 anni e una laurea triennale, quale titolare del Ministero delle Infrastrutture. O lo stesso leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, stessa età, non laureato ed ex webmaster e steward allo stadio San Paolo di Napoli, come titolare di deleghe fondamentali quali Sviluppo Economico e Lavoro. Eppure su di loro neanche una riga, nemmeno un allarme, così come nessuno avrebbe, a quanto si ha modo di capire, nulla da eccepire sulla sostituzione di Savona con altri esponenti leghisti, che pure non nascondono la loro piena contrarietà alla moneta unica. Una situazione strana, che, per quanto concerne i rapporti con l’UE, sembra dimostrare come, per un certo establishment tecnocratico, il pericolo non sia rappresentato tanto dalle posizioni del futuro Governo, o meglio dalle posizioni della Lega, ma dall’autorevolezza di chi potrebbe sostenere la causa dell’Italia sui tavoli che contano. Così come, tornando agli impresentabili aspiranti ministri pentastellati, è palese il disimpegno del medesimo establishment dalla tutela dell’interesse strategico nazionale, che fa da contraltare a una palpabile necessità di garantire lo status quo sul fronte del posizionamento internazionale, da cui le pressioni del Colle, oltre che per l’Economia anche per gli Esteri.

SENZA IL CENTRODESTRA SALVINI SOLO CONTRO TUTTI

Ciò che inoltre traspare con una certa limpidezza è ancora una volta la resistenza del “sistema” più verso la Lega che verso i grillini, cui tutto pare consentito. Una dimostrazione ulteriore dell’inaffidabilità dei nuovi alleati di Salvini che, privo della copertura degli alleati del centrodestra e del loro profilo istituzionale, dovrà essere bravo a gestire i rapporti con un esecutivo di cui è, suo malgrado, socio di minoranza.

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