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Scatenando uno scontro istituzionale mai avvenuto prima nella nostra storia repubblicana, il Governo Conte sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega è morto prima ancora di nascere. Dal 1946 a oggi mai il Presidente della Repubblica aveva contestato la nomina di un Ministro, Paolo Savona nel caso specifico, per le proprie idee politiche. I pochissimi precedenti riguardavano fattori del tutto diversi, fattori più che altro di opportunità. Allo stesso tempo dalla fine del secondo conflitto mondiale a oggi mai la maggioranza parlamentare era arrivata a uno scontro così diretto, aperto e verbalmente violento con il Quirinale.

A prescindere da qualsiasi valutazione di merito, la giornata di ieri entrerà nei libri di storia. Così mentre c’è chi chiede addirittura la messa in stato d’accusa di Sergio Mattarella in base all’articolo 90 della Costituzione, lo stesso Capo dello Stato, secondo alcune letture dietrologiche, potrebbe essere caduto in un tranello, postogli dai “gialloverdi” allo scopo di incrementare il proprio consenso. Forse, chissà, solo fantasie di un Paese che è stato abituato alle teorie del complotto, a vedersi negata una sacrosanta trasparenza. Dopotutto da Piazza Fontana al delitto Moro, dalla strage dell’Italicus a Ustica, siamo la nazione delle “mezze verità“, come cantava qualcuno.

Ma ieri almeno una verità è sicuramente emersa in tutta la sua cruda prepotenza, anche a chi fino a ora non la comprendeva o fingeva di non comprenderla: nel mondo globalizzato e finanziarizzato tra i cosiddetti “mercati”, cioè l’economico, e i partiti, ovvero il politico, l’ago della bilancia pende ormai in maniera preponderante per la prima categoria. Quell’equilibrio che aveva garantito, nel secondo dopoguerra, una costante speranza di crescita, di miglioramento, di futuro, è ormai il passato. L’oggi e soprattutto il domani sono incerti. Volatili, come il valore di un titolo di Stato in borsa.

A causa di questo squilibrio, che vale per tutto l’emisfero occidentale del globo, brillantemente colto da intellettuali quali Christopher Lasch e, più recentemente, Alain Deneault, l’Italia vive, è inutile negarlo, una delle sue ore più buie dagli anni di piombo. E, per una sottile ironia del destino, tra chi oggi grida al golpe vi sono gli eredi di quelli che, nel 1992, celebrarono la sconfitta della politica nelle aule di giustizia al grido di “Roma ladrona” e di quelli che, nel 2011, festeggiarono la congiura di palazzo contro il Governo Berlusconi a suon di “vaffa” e girotondi. Chi ieri si era prestato al ruolo di killer della politica, oggi ne rivendica la funzione.

Lo scenario è pesante e purtroppo bisogna esserne consapevoli. Uno scenario che, dopo quanto accaduto, richiede fermezza, equilibrio nel giudizio e sangue freddo. Lo richiede perché, in questi momenti drammatici che vedono un incomprensibile scontro muro contro muro tra palazzi del potere che appaiono del tutto sconnessi dal tessuto sociale da un lato e una dialettica incendiaria e a tratti irresponsabile dall’altro, si gioca molto di più di qualche punto di spread o qualche poltrona governativa. In gioco c’è il futuro della nostra democrazia, della nostra Patria. Del nostro popolo. E con queste cose, piaccia o meno, non si scherza.

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