In questi giorni non si fa che parlare di loro. Dei riders. Quasi che non esistesse altra categoria professionale. Per carità, è positivo che il neo ministro del Lavoro Di Maio si interessi del tema del precariato, di cui i lavoratori della cosiddetta “gig economy” sono assurti a simbolo. Ma, per quanto apprezzabile sia l’impegno, l’auspicio è tuttavia che lo si faccia con uno sguardo sistem1523862083-fotogramma-20180412102547-26157368ico, non con interventi propagandistici su categorie circoscritte, come invece sembra stia avvenendo.

Il problema infatti non riguarda solo i riders e non riguarda più solo i giovanissimi, dato che la crisi dura da ormai 10 anni. Il panorama del precariato e dell’utilizzo improprio di forme contrattuali atipiche è ormai sconfinato. Lo sfruttamento e la disonestà, in questa Italia che ha scelto di sacrificare un’intera generazione, sono ovunque. Nei centri commerciali, per esempio, con commessi costretti a lavorare sabati e domeniche con contratti scandalosi proprio perché, con quei contratti, non possono chiedere ferie e permessi per malattia. Così come in moltissimi studi professionali e in società di consulenza si abusa degli stagisti non pagati, con la scusa che per loro “fa curriculum”. Per non parlare poi dei “consulenti” con partita Iva che alla fine ci si “dimentica” di retribuire e tanti saluti. C’è, insomma, un intero sistema la cui sopravvivenza si fonda su un esercito di schiavi usa e getta. Pagati, quando va bene, a cottimo, fatti passare per free lance, per liberi professionisti, quando invece di libero c’è veramente poco. Perché la scelta quasi mai è volontaria, ma obbligata dal datore di lavoro. Anzi, dal padrone degli sventurati servi. Perché, mentre il lavoro nobilita, la servitù umilia. È una realtà immorale e bisogna gridarlo. Guadagnare cinque Euro, a consegna o all’ora, senza garanzie e senza tutele non è un’opportunità. È ignobile sfruttamento di chi non ha alternative. Così purtroppo si è fatto per anni, dando la colpa alla crisi, alla globalizzazione, alle nuove tecnologie. Balle.

UNA GENERAZIONE DI SCHIAVI GRAZIE ALLE SINISTRE

1523862083-fotogramma-20180412102547-26157368La verità è che a queste condizioni si è arrivati grazie a una precisa volontà politica dei governi di sinistra e dei loro rappresentanti, sempre pronti a bacchettare gli italiani e sempre inginocchiati, anzi prostrati, di fronte a certi poteri forti. La destrutturazione dei contratti di lavoro è infatti iniziata con il pacchetto Treu del 1997 (Governo Prodi) e gli italiani, a forza di sentirsi dire da questi signori che gli eccessi di diritti frenavano lo sviluppo o che avevano vissuto “al di sopra delle loro possibilità“, hanno consentito che le lancette della storia fossero progressivamente riportate indietro di 200 anni, a condizioni sociali e lavorative da prima rivoluzione industriale, da romanzo di Charles Dickens. Invece di ridurre l’oppressione fiscale, per sostenere una (flebile) crescita nella giungla della globalizzazione e nell’impossibilità di attivare la leva monetaria si è scelta la strada più semplice: quella di ridurre i diritti dei più deboli, i lavoratori. Si è consentito che il settore privato, per sopravvivere nonostante l’elefantiaco carico di tasse (nel 2017 al 42,5% del PIL), socializzasse i suoi costi: giovani e non più giovani sottopagati e precari costretti ad essere mantenuti dalle famiglie, dai genitori e dai nonni, con i loro stipendi e le loro pensioni, e dai sussidi statali.

Il tutto è stato ottenuto con l’ausilio dei compiacenti e inutili sindacati, pronti a scendere in piazza a comando per qualsiasi sciocchezza, ma altrettanto pronti a starsene buoni e tranquilli di fronte alla peggiore macelleria sociale delle sinistre. Quelle sinistre che oggi vengono a dire che la flat tax sarebbe iniqua e che hanno contestato ideologicamente i voucher introdotti dalla legge Biagi, strumenti invece utili a regolare e facilitare le assunzioni occasionali di piccoli esercizi commerciali e micro attività. Certo, le grandi multinazionali del retail e quelli che possono permettersi di spostare sedi fiscali e legali da un giorno all’altro non hanno questi problemi. I problemi sono degli altri. Dei piccoli, di quelli che non hanno lobbies che li rappresentino nei salotti buoni.

Il risultato di questo modo di pensare e di agire è non solo una generazione, ma un’intera nazione andata perduta. Che non fa figli, che invecchia sempre di più. Tendenze che non sono solo l’esito di una trasformazione culturale. No, troppo comodo giustificarle così. La verità è che per mettere al mondo un figlio serve la speranza. E di speranza non ce n’è più. La precarizzazione delle esistenze, il non sapere mai come sarà il domani non consentono di averne.

FISCO SOSTENIBILE E STIPENDI EQUI SONO INTERDIPENDENTI

E allora, senza demagogia e ideologia ma con grande pragmatismo, sarebbe il momento di dare una svolta, lasciando da parte fantasie irrealizzabili come il reddito di cittadinanza. Basterebbero poche regole, ma chiare nei principi: il datore di lavoro deve avere il diritto a un fisco giusto e allo stesso modo il dovere di retribuire i propri dipendenti in maniera sicura e adeguata. È così che funziona un Paese civile e coeso e non uno che scarica i suoi problemi sui più deboli, precari o partite Iva che siano. La “pace fiscale”, annunciata dal ministro Salvini può essere un buon punto di partenza. Solo una volta sanate queste situazioni, che sono interdipendenti perché il lavoro prima di normarlo bisogna pur sempre crearlo, si potrà e anzi si dovrà essere inflessibili. Perchè, arrivati a quel punto ed eliminate le attenuanti, si potrà dirlo chiaramente e senza paura di smentite: chi vuole sottopagare e sfruttare vite umane non fa impresa. È piuttosto uno che si approfitta della nazione in cui vive. E l’Italia, per tornare a prosperare, ha bisogno di creatori di sogni e di idee. Non di approfittatori.

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