IMG_4534

Li pagava tutti. I partiti, dal primo all’ultimo. O almeno così ha detto, Luca Parnasi, l’imprenditore arrestato per la vicenda dello stadio di Roma, che ieri è stato sottoposto al suo primo interrogatorio. Come ai tempi di tangentopoli insomma. Peccato che tutto questo sia avvenuto al tempo dell’onestà a 5 Stelle e nella sua città simbolo: Roma, capitale d’Italia e del grillismo.

Quello di Parnasi è in realtà un caso altamente simbolico dei tragici errori dell’antipolitica pentastellata. Sulla scia delle richieste a furor di popolo del Movimento 5 Stelle nel 2013 il parlamento votò infatti il decreto partorito dal Governo Letta che prevedeva l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Abolizione che, dopo una graduale riduzione dei contributi, è entrata pienamente in vigore dal 1 gennaio 2017. “Bene, peccato che adesso i soldi dovranno cercarli altrove“, criticarono i più avveduti all’epoca. Subito contestati e attaccati come “nemici della gente”, ovviamente. Il risultato è questa inchiesta. Perché, come dicevano sempre quei pochi saggi, i soldi i partiti, dato che le campagne elettorali e in generale la politica costano (si pensi solo a manifesti, palchi, autorizzazioni per manifestazioni, campagne web e social, organi di informazione per far circolare le idee), li hanno dovuti cercare altrove.

“Il Movimento 5 Stelle ha indicato una terza via tra finanziamento pubblico e strapotere delle lobby: una politica senza soldi“, spiegava alla vigilia del voto per le ultime elezioni politiche il capo politico dei pentastellati, Luigi Di Maio. Un falso, oltre che una castroneria, perché il Movimento 5 Stelle e soprattutto la piattaforma Rousseau su cui si svolge il dibattito interno, senza i soldi delle donazioni, non funzionerebbero. Ma l’obiettivo dichiarato di Di Maio per il prossimo futuro è anche l’eliminazione delle donazioni previste con il due per mille, una delle poche fonti di finanziamento rimaste per i partiti. I grillini, insomma, per sfamare l’insaziabile voglia di antipolitica che hanno instillato loro stessi nell’elettorato con anni di odiosa propaganda, vogliono continuare a punire la politica, rendendola sempre più povera. Ma la politica povera non può esistere, a meno che a farla siano soltanto i ricchi. Ed è, in parte, quello che sta avvenendo. E, se anche i ricchi non si candidano in prima persona, possono sempre condizionare i partiti che, essendo appunto “poveri”, sono anche ricattabili. Solo uno sprovveduto infatti potrebbe pensare che tutti gli imprenditori che finanziano la politica lo facciano senza chiedere nulla in cambio. Dopotutto sono uomini d’affari.

A questo punto qualcuno potrebbe dire, “ma la corruzione esisteva anche prima“. Certo, ma questo non significa che si debba istituzionalizzare la privatizzazione dei partiti, peggiorando ulteriormente la situazione. Privatizzazione di cui il Movimento 5 Stelle, capofila in questa battaglia, è l’esempio più lampante essendo, di fatto, l’unico nato come diretta emanazione di un’azienda: la Casaleggio e Associati. Secondo un’indagine condotta da OpenPolis, l’abolizione del finanziamento pubblico ha portato a un’esplosione di think tank e fondazioni, utili a raccogliere fondi per la politica. In totale ne sono state censite 108 dal 2015. Di queste, solo il 15,96% pubblica online i propri bilanci e solo l’8,51% rende noto l’elenco dei finanziatori. A questo si aggiungono le relazioni sulla corruzione della Corte dei Conti, che hanno certificato come questa, dal 2013 non sia affatto diminuita, ma abbia continuato ad aumentare. Cosa del resto prevedibile quando il settore privato per la politica diviene la principale fonte di sussistenza. Non esattamente una conquista in termini di onestà e trasparenza per la democrazia.

Allora forse, anche di fronte a questi ultimi episodi, sarebbe il caso che la classe dirigente italiana, e in particolar modo i grillini dato che oggi si trovano al Governo, si mettessero la mano sulla coscienza e ammettessero l’errore, reintroducendo finalmente una forma di finanziamento pubblico ai partiti. Certo, controllato, trasparente e con regole inflessibili, diverso rispetto al passato. Ma in grado di garantire ancora a tutti, prima che sia troppo tardi, non solo a soggetti portatori di interessi particolari, l’accesso alla politica a prescindere dalle condizioni economiche di partenza. Questo d’altronde era ciò che andava fatto dal principio. Senza demagogia, senza scelte impulsive, come quella che sfortunatamente fece il Governo Letta, ma con uno spirito serio e riformista.

Perché la democrazia, a prescindere da ciò che dice Di Maio, ha e avrà sempre un costo. E, in questo particolare ambito, oltre alle soluzioni ragionate non c’è l’onestà. Ci sono solo i Parnasi.

Tag: , , , , ,