In tempi di dibattito su nazionalizzazioni e privatizzazioni e sull’influenza dei potentati economici nella vita politica nazionale c’è un libro che fa riflettere. È “Arricchirsi impoverendo. Multinazionali e capitale finanziario nella crisi infinita“. L’ultimo lavoro del politologo Giorgio Galli, scritto a quattro mani con Francesco Bochicchio ed edito da Mimesis è un pugno nello stomaco, uno di quei testi che lasciano il segno nella testa di chi li legge.

Il segno dell’angoscia in questo caso. Un’angoscia claustrofobica poiché il saggio descrive, senza verbosi ornamenti ma con un minimo commento ai crudi numeri e fatti di storia economica degli ultimi anni, che cosa sia la globalizzazione e come quella che noi occidentali definiamo crisi (che però esiste solo per gli ormai ex ceti medi come spiega molto bene il libro) non sia altro che una situazione strutturale del sistema turboliberista vigente a livello mondiale.

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Nel 2010 – spiega Giorgio Galli nel suo saggio – occorrevano i 338 più ricchi della terra, padroni di multinazionali, per ammassare patrimoni pari a quelli di metà della popolazione mondiale. Nel 2011 ne bastavano 177. Nel 2012, 159. Nel 2013, 92. Nel 2014, 80. E nel 2015 solo 62. L’ovvia domanda è: crisi per chi?”.

Basta questo estratto, contenuto anche nella quarta di copertina, a spiegare il tema centrale del testo. La corsa verso la concentrazione della ricchezza, attraverso fusioni e acquisizioni da parte dei big player economici del pianeta, è sempre più rapida, sempre più senza freni. Gli stati, tutti, anche i più grandi, sono sempre più costretti a capitolare di fronte alle richieste di multinazionali che hanno fatturati ormai equivalenti ai PIL di grandi potenze. E che, come tali, trattano da pari coi governi del mondo.

È questo il più grande problema della società contemporanea, non solo occidentale. Il motivo per cui crisi migratorie, leggi elettorali, costi delle istituzioni e altre questioni cui spesso la politica, non solo italiana, si dedica con tanto fervore, sono realtà del tutto infinitesimali e secondarie rispetto al pericolo per la democrazia costituito dalla capacità di influire sui processi decisionali da parte di queste ciclopiche realtà economiche. Una minaccia che, purtroppo, è difficile cogliere, dato il piano elevato e lontano dalla quotidianità degli elettori in cui si decidono tali dinamiche.

Sebbene dunque siano opinabili, a modesto parere di chi scrive, alcune (altre invece molto meno) delle conclusioni degli autori, fortemente influenzate da fattori culturali (per esempio la diffidenza, più volte sottolineata, verso il modello della piccola e media impresa italiana), questa opera, che comunque non risparmia critiche né a destra né tantomeno a sinistra, per chiunque abbia un minimo di elasticità mentale e capacità di guardare oltre schemi preconcetti, è, senza esagerazioni, forse un testo fondamentale per rendersi conto delle immani dimensioni del problema. Premettendo che comprenderlo, ai fini della serenità personale, potrebbe non essere un bene…

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