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È compito sempre più arduo il tollerare il dibattito pubblico per come viene quotidianamente affrontato dalla politica italiana, anche e purtroppo su temi fondamentali. Si prenda ad esempio il caso della proposta di nazionalizzazione di Autostrade per l’Italia. È questo un tema che necessiterebbe di analisi approfondite. Eppure il grosso delle discussioni avvengono esclusivamente su presupposti aprioristici. Così, chi è a favore della nazionalizzazione diventa un “comunista statalista” per chi è contrario e, viceversa, chi propende per una rinnovata concessione ai privati diviene un “amico dei poteri forti”. Chiuso il dibattito.

Nessun numero, nessun approfondimento per un tema che riguarda comunque un settore strategico del Paese. Con nove miliardi versati allo Stato in tasse e costi di concessione e due miliardi di utili puliti, dati del Sole 24 Ore, è più che corretto che si discuta di una nazionalizzazione dell’azienda. Due miliardi di Euro non sono proprio noccioline americane. Tanto più che reti autostradali pubbliche sono presenti nelle civilissime Germania e Svizzera, senza che si tratti di Paesi “comunisti”. Tutt’al più sarebbe forse discutibile l’affidamento allo Stato in base ai costi da pagare per la rescissione della concessione e alla fiducia verso la capacità dello Stato di generare una gestione efficiente senza cadere nel clientelismo e nello spoiling system partitocratico che interessa da sempre
le principali aziende partecipate. Quel che è certo è che la concessione a un privato in regime di monopolio, come avviene attualmente, non ha nulla a che vedere con il libero mercato.

Nazionalizzazioni e privatizzazioni del resto sono termini generici, che nulla vogliono dire se non si analizzano nel merito le singole vicende. Ci sarebbe ad esempio da considerare in quali settori le privatizzazioni hanno funzionato e ci si accorgerebbe che, mentre nel settore della telefonia queste hanno portato a un tangibile e reale vantaggio per gli utenti, con le autostrade è accaduto esattamente il contrario.

Altro argomento, altre semplificazioni. Il caso della nave Diciotti: chi ritiene non sia giusto accogliere i migranti è un “razzista”, chi magari propone che si interpelli l’Europa per una redistribuzione effettiva delle quote è un “buonista” che non vuole “rispedirli a casa loro”. Fine. Eppure sia gli uni sia gli altri hanno la loro quota di ragione. Considerato comunque che non si comprende perché una nave italiana debba andare a recuperare migranti in acque territoriali straniere (maltesi), ma questo è un altro discorso.

Il dibattito politico italiano insomma, nell’epoca dei 150 caratteri di Twitter, è sempre più spostato verso la semplificazione dei concetti, la tifoseria calcistica, l’incapacità di dialogare se non per il mezzo di schemi fissi, di rappresentazioni archetipiche del “bene” e del “male”, anche su argomenti di importanza vitale. Quasi che si debba necessariamente trattare gli elettori come minus habentes incapaci di riflettere. Anzi, alla lunga e con la disabitudine al pensiero critico, rendendoli tali. Questo purtroppo è uno dei prodotti più drammatici di quella che, sulle colonne di questo blog, si era già definita come post-politica. Una post-politica che, non producendo più alcun contenuto, avendo negato il confronto di idee interno ai partiti, diventati leaderistici e verticistici, non può che sperare, per accaparrarsi consensi, di sopperire a questa totale sterilità nella produzione concettuale semplificando il quadro in maniera bovina.

È lo stesso meccanismo che avviene del resto nella pubblicità commerciale. Una comunicazione per definizione semplificata. Oggi, nell’epoca dell’homo oeconomicus i leader di partito e i partiti stessi non sono più durevoli ma divengono loro stessi beni di consumo, che si servono della comunicazione per vendersi e ottenere obiettivi di breve termine (la vittoria elettorale) fino alla data di scadenza. Il loro scopo non è più quello di durare. E ne sono consapevoli. Una volta digeriti e consumati dal sistema elettorale lasciano spazio ad altri leader e altri partiti. Si pensi a Matteo Renzi, esaltato, portato al vertice e poi masticato e sputato dal sistema in soli tre anni. Alla fine il ciclo continua, senza che la politica sia più in grado di fare ciò per cui è nata: governare, avendo ormai abdicato in questa funzione a favore della tecnocrazia burocratico-finanziaria ed essendosi accontentata di svolgere il ruolo di un triste quanto inutile teatrino. Situazione che il populismo dell’era digitale, purtroppo e a prescindere dal suo carattere ribellista, che ha dei risvolti positivi (il rigetto del sistema di pensiero mainstream) non fa, per certi versi, che ingigantire e rafforzare.

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