In un recente articolo su questo blog si menzionava la gravità della situazione economico-sociale in cui l’Italia, nonostante i continui annunci di uscita dalla crisi degli ultimi anni, seguita a versare. Ebbene vi sono due ulteriori dati da elencare relativamente a questo progressivo sprofondare del bel Paese nella spirale della miseria. Miseria di cui le foto del ponte Morandi “mutilato” che circolano in questi giorni sul web sono un’ottima rappresentazione iconografica.

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Così, mentre le sinistre illuminano quotidianamente gli italiani circa la bellezza dell’accoglienza di immigrati africani, occupandosi quasi in via esclusiva di questi ultimi (come anche, per contro, lo stesso Governo), secondo dati Istat menzionati lo scorso anno da Il Sole 24 Ore tocca ormai le 250mila unità il numero di cittadini (soprattutto giovani, il 30% sono laureati) che ogni anno lasciano l’Italia in cerca non tanto di un futuro migliore, ma piuttosto di un futuro qualsiasi. Numeri che classificano lo stivale all’ottavo posto tra gli Stati con il maggior numero di espatri al mondo. Per capire la situazione basta dire che prima vengono realtà come la Cina (naturale in virtù dell’elevato numero di abitanti, un sesto della popolazione mondiale) o la Siria (qui chiaramente il motivo non è neppure da spiegare). Il livello degli emigranti ha raggiunto cifre che non si erano più ripetute dall’immediato dopoguerra, che contava circa 300mila espatri l’anno. Parliamo di un periodo in cui l’Italia era ridotta in macerie, in tutti i sensi.

Questa, in termini anche di “capitale umano”, vocabolo orribile della nuova era economicista che indica i potenziali lavoratori, è una perdita, anzi un’emorragia enorme se consideriamo che lo Stato investe 90mila Euro per ogni diplomato, 170mila per ogni laureato e 230mila per ogni dottore di ricerca. Le cifre abnormi dei migranti economici italiani sono ovviamente esplose nell’ultimo decennio, quello della grande crisi economica e delle politiche di austerità al grido di “ce lo chiede l’Europa”. Basti pensare che la media degli espatri si attestava nel periodo 2008-2014 ancora sulle 87mila unità l’anno…

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Il secondo, angosciante, dato è quello (fonte sempre l’Istat) che riguarda gli italiani in stato di povertà. Nel 2017 sono 5 milioni e 58mila individui, 1 milione e 778mila famiglie. Un decimo, o quasi, del Paese che fatica a mangiare. E anche qui la crisi e l’austerità si sono fatte sentire. Nel 2006, prima della grande catastrofe finanziaria i poveri erano infatti 1 milione e 600mila, ma è sintomatico che l’incremento più esplosivo si sia verificato dal 2011 in poi. Cioè non casualmente dal Governo Monti, dalla legge Fornero, dalle manovre lacrime e sangue.

LA TRAPPOLA PLUTOCRATICA DELLA STABILITA’ (E VOI CHE CREDEVATE DI VIVERE IN UNA DEMOCRAZIA)

Manovre che evidentemente non erano e non sono quelle giuste, dal punto di vista della coesione sociale. Eppure, anche alla luce della catastrofe prodotta, c’è ancora chi parla della necessità di mantenere la famosa “stabilità” per non “spaventare i mercati”. Per capirne il motivo forse sarebbe opportuno spiegare cosa sia questa “stabilità”. Lo si dica subito: si tratta di inerzia. È l’inerzia che i mercati chiedono. Pronti a spaventarsi per qualsiasi cambiamento, soprattutto se in direzione dei diritti sociali, visti con orrore ideologico da chi redige gli outlook economici degli stati del mondo dalla sede di qualche multinazionale finanziaria o agenzia di rating a Wall Street o nella City di Londra, i mercati costringono i governi a una sostanziale inattività politica. Vietato cambiare qualsiasi cosa, perché, soprattutto in un Paese a elevato debito pubblico come l’Italia, ci si espone al rischio di attacchi speculativi e conseguente fuga degli investitori, se gli outlook, redatti dai soliti espertoni formatisi negli atenei del pensiero unico austerista, sono negativi. A meno che i cambiamenti non vadano verso una riduzione dei diritti, dello stato sociale, delle tutele. Perché in quel caso i mercati i cambiamenti, sempre per i motivi sopra citati, li salutano con favore. Con i risultati che i dati menzionati illustrano.

Per addentrarci nel paradossale, al giorno d’oggi, nell’era dell’economia globalizzata e interconnessa, rivoluzioni, ribellioni al sistema, guerre civili, i momenti cioè che hanno cambiato il corso della storia e che sono agli antipodi rispetto alla retorica della stabilità, eventi che tutti hanno studiato sui libri di scuola, non sarebbero più possibili, senza pagarne il salato prezzo economico e sociale con gli attacchi speculativi. Si veda la Turchia di Erdogan ad esempio. Un Paese che per anni ha registrato crescite di PIL generose e che all’improvviso, complice un riposizionamento geopolitico non ortodosso, si trova al centro di una tempesta finanziaria. Al giorno d’oggi la rivoluzione francese provocherebbe un’ecatombe speculativa, la rivoluzione d’ottobre neppure a parlarne. Per non avere grane bisogna, quindi, essere tutti schiavi. Stabilmente schiavi. Riflessione amara, vero. Amaramente realista…

Quella della stabilità, della responsabilità, insomma non è che una trappola. Un circolo vizioso. Dal quale però non è possibile uscire. Per questo ha ragione, ad esempio, il ministro Tria quando mette in guardia i suoi colleghi dal fare affermazioni forti che possano favorire attacchi speculativi, come quelle sull’uscita dall’Euro o sullo sforamento dei parametri comunitari. Per cui, se da un lato è giusto dire che l’unica possibilità di uscire da questa situazione di impoverimento progressivo sarebbero manovre espansive, dall’altro è vero anche che uno scontro con l’Europa produrrebbe la famosa sfiducia dei mercati. Che poi, come si spiegava qualche riga più sopra, è la sfiducia di un oscuro funzionario di qualche banca londinese o americana che deve dare giudizi sull’Italia dal suo ufficio posizionato in un altrettanto oscuro palazzo di vetro. Un funzionario che, senza magari sapere nulla dell’Italia reale, conta più di qualsiasi premier, ministro o parlamentare eletto. Perché è lui, con i suoi giudizi, a influenzare i mercati. Non le leggi, non gli esecutivi, non i parlamenti. È la plutocrazia, bellezza (perché la democrazia, quella che insegnano nelle scuole, se non ve ne eravate accorti, è morta da un pezzo).

SERVE UN “PIANO MARSHALL” (KEYNESIANO) PER LE INFRASTRUTTURE

1498197877-totiMa allora come è possibile venirne a capo? Se nulla si può fare? Se tutto è destinato a urtare la sensibilità dei famosi mercati? Si potrebbe partire, in ottica strategica, dalla proposta fatta dal governatore della Liguria Giovanni Toti, che ha saggiamente chiesto al Governo di mettere da parte i propositi di reddito di cittadinanza e Flat Tax, per concentrare invece tutte le risorse possibili su un “piano Marshall” per le infrastrutture. Perchè, se è vero che in Italia sono circa 10mila i ponti che rischiano di fare la fine dell’ormai tristemente noto Morandi, allora è necessario intervenire. E anche in fretta. Ma, altresì, se buona parte delle infrastrutture italiane sono state realizzate negli anni ’60-’70, gli anni di maggior crescita, è allora vero che replicare quell’esperienza potrebbe essere un modo per realizzare un sistema, piuttosto che di welfare assistenzialista, di workfare. Cioè, in soldoni, un sistema che crei commesse, lavoro, indotto, reddito. Un sistema, di fondo, che ritorni in un’ottica di economia keynesiana. Quella, per intendersi, che ha risollevato l’Occidente dalle macerie del secondo conflitto mondiale.

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USCIRE DALL’EURO? MEGLIO UNA MONETA FISCALE COMPLEMENTARE

Nel contempo è necessario favorire anche una ripresa decisa dei consumi interni. Come fare? Sarebbe già importante che il Governo recuperasse l’interessante proposta, già peraltro avanzata anche da Silvio Berlusconi, di una moneta fiscale complementare, nei mesi scorsi più volte indicata dalla coalizione di centrodestra quale via percorribile e poi inserita nel contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle. Un sistema, basato o sui mini BOT previsti dall’economista Borghi Aquilini (e destinati a rimettere in circolo i circa 70 miliardi di crediti ai privati mai pagati dallo Stato), o sui Titoli di Sconto Fiscale, che impedisca quell’uscita dall’Euro che potrebbe far realmente deflagrare una crisi simile a quella del Venezuela, dato che l’aggressione speculativa di cui è vittima, si badi bene, ha cause prettamente politiche, non fisiologiche. E lo stesso avverrebbe in Italia.

 

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