1537640518-bannosSono un sovranista europeo. Quando arriva un signore come Steve Bannon a dirci cosa dobbiamo fare per distruggere l’Europa, allora dico: ‘Caro signor Bannon tornatene a casa, se vuoi fare il turista, fai il turista, oppure è meglio che stai zitto“. Così si è espresso il presidente del Parlamento europeo, nonché vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani a proposito della sempre più pressante presenza in Italia di Steve Bannon, l’ex chief strategist di Donald Trump che punta a costruire un grande movimento di partiti populisti di destra in vista delle elezioni europee di maggio 2019.

Mentre da Fiuggi Tajani parlava in questo modo, Bannon era ospite ad Atreju, la tradizionale kermesse organizzata annualmente da Fratelli d’Italia a Roma. Da questo palco ha lanciato i suoi consueti attacchi al “partito di Davos”, quello dell’alta finanza. Una posizione, questa, certamente condivisibile. Meno, tuttavia, lo è quella che punta a contrastare la Belt and Road Initiative, ovvero la “Nuova Via della Seta”, il gigantesco progetto di investimenti infrastrutturali che la Cina sta portando avanti a suon di assegni miliardari. Secondo Bannon questo progetto sposterebbe il potere dall’asse “giudaico-cristiano”, guidato, secondo lui, dagli Stati Uniti e Israele, a quello delle “antiche civiltà guerriere” dell’Eurasia, costituito da Cina, Iran e Turchia. Più un costrutto ideologico che una visione realistica dei fatti.

Tuttavia è una posizione, la sua, che è in parte condivisa, tra gli altri, anche da Henry Kissinger.L’iniziativa della via della seta cinese – aveva affermato tempo fa l’ex ‘grande vecchio’ della Casa Bianca – cercando di connettere la Cina al centro dell’Asia ed eventualmente all’Europa, avrà il particolare significato di spostare il centro del mondo dall’Atlantico al Pacifico. Mai come prima una potenza è cresciuta come la Cina e questo potrebbe portare tensioni e anche la guerra”.

Peccato però che l’Italia sia interessata in modo non secondario da questa nuova via della seta. Anzi. Proprio nei giorni scorsi il vicepremier Luigi Di Maio era in Cina, a preparare il terreno per la futura firma di un accordo che porterà effettivamente lo stivale nell’orbita del progetto cinese. Un progetto che, per dirne una, è strategico anche per un futuro contenimento dei flussi migratori dall’Africa, visto che, proprio lo sviluppo economico e infrastrutturale del continente nero è uno degli obiettivi a lungo termine dei cinesi. Basti pensare che dal 2000 al 2016, la Cina ha erogato prestiti per circa 125 miliardi di dollari ai Paesi africani per progetti infrastrutturali e di sviluppo. Ovviamente ci sono ancora delle “questioni dirimenti”, come le ha definite lo stesso Di Maio. Tra queste l’abbattimento delle barriere non tariffarie per favorire le esportazioni di agroalimentare. Quello della Via della Seta è un progetto seguito attentamente dal governo in carica. Ai primi di settembre altre due missioni erano partite in direzione Pechino, con alla testa il Ministro dell’Economia Giovanni Tria e il Sottosegretario Michele Geraci, profondo conoscitore della realtà cinese.

All’interno del Governo “pentaleghista” la linea geopolitica è però ondivaga. Semplificando ai massimi termini, si può sostenere che al “partito cinese” di cui fanno certamente parte Tria e Geraci (pur se con finalità divergenti) e che guarda prevalentemente al Movimento 5 Stelle, si oppone il “partito americano”, che fa riferimento prevalentemente alla Lega, saldamente ancorato alle vecchie alleanze con gli USA e Israele e che vede con sospetto un matrimonio dell’Italia (e dell’Europa) con Pechino.

Chi ha ragione? Se da un lato è vero che l’allenza economica con la Repubblica Popolare Cinese deve essere fatta stando ben attenti a salvaguardare l’interesse nazionale, è vero anche che un’iniziativa che potrebbe, nel lungo periodo, finalmente disancorare anche solo parzialmente l’Italia dalla sempiterna e unilaterale ingerenza, in politica estera, dell’alleato d’oltre Atlantico, dovrebbe essere, in un’ottica sovranista, guardata certamente con occhio benevolo, mentre con molta più circospezione dovrebbe essere visto il curioso interessamento di Bannon.

E infatti non è un caso che un intellettuale di riferimento del movimento sovranista, il professor Paolo Becchi, pur non condividendo probabilmente nulla dell’europeismo rappresentato da Tajani, abbia praticamente espresso, in merito proprio a Bannon, lo stesso concetto. Se l’obiettivo è creare un’internazionale sovranista mettendo insieme tutte le forze ispirate al ritorno dell’idea di sovranità – ha spiegato il professore – non vedo con molto favore la sottoscrizione di documenti insieme a Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump. Posso capire l’influenza ideologica che questa persona ha svolto negli Usa, ma che c’entra con l’Europa? Non mi piace affatto l’idea di un’internazionale sovranista sottomessa all’imperialismo americano o peggio guidata dagli Stati Uniti”. Difficile non condividere.

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