U.S. President Trump delivers remarks at the start of the NATO summit at their new headquarters in BrusselsDal 1979 l’Iran è una spina nel fianco degli Stati Uniti. E le motivazioni reali, chiaramente, sono geopolitiche oltre che ideologiche (anche se queste, vista la nota influenza dell’Israel lobby a Washington, soprattutto in campo repubblicano, non sono comunque secondarie). Da un lato, con il regno dell’alleato Pahlavi, gli americani potevano esercitare un controllo indiretto su un territorio puntato come una lancia verso il cuore della massa continentale eurasiatica e quindi dell’URSS (oggi occupato dalla Russia e dai Paesi dell’Asia centrale) e questo, dopo la rivoluzione degli ayatollah, non è ovviamente più stato possibile. E, mai come oggi, con la progressiva costituzione di un asse tra Mosca, Teheran e Pechino, e dopo che proprio l’Iran e le milizie sciite libanesi di Hezbollah hanno svolto un ruolo fondamentale nel capovolgimento delle sorti del conflitto siriano a favore di Assad (e Putin) e a sfavore dei jihadisti sponsorizzati in maniera più o meno palese dall’Occidente, il ruolo dell’Iran nel contrasto ai disegni egemonici americani in Medio Oriente era emerso con tale evidenza.

Dall’altro, sul fronte energetico, l’Iran resta uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo. Ma un produttore che, al contrario di storici alleati degli USA come i sauditi, non si allinea alle volontà di Washington. L’ultima delle quali, dietro l’impulso dei pesanti investimenti americani nel fracking, spinge per una riduzione della produzione globale che favorisca una crescita dei prezzi del crude oil. Senza considerare poi il controllo esercitato da Teheran sullo Stretto di Hormuz, fondamentale via di transito per il trasporto petrolifero via mare a livello mondiale.

Così, dall’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump, i falchi del deep state statunitense sembrano non volere più attendere per il regolamento di conti con Teheran. E dopo l’uscita unilaterale dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano che era stato forse l’unico effetto positivo della politica estera di Obama e le conseguenti pressioni che stanno già mettendo in forti difficoltà l’economia iraniana, sembra dunque prepararsi una nuova “esportazione di democrazia”, sotto la forma di una possibile operazione di “regime change“, questa volta ai danni non di un attore secondario, ma dell’Iran, una delle tre colonne portanti del nuovo asse degli avversari geopolitici dell’America costituito anche da Russia e Cina…

RUDOLPH GIULIANI INVOCA IL “REGIME CHANGE”

Del resto, se le parole hanno un peso, a palesare che si stia pericolosamente scivolando verso uno scenario di più o meno aperta conflittualità è stato lo stesso Trump, nel suo discorso alle Nazioni Unite di pochi giorni fa. Addirittura allucinanti, nella loro trasparenza, le affermazioni dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, oggi avvocato di Trump, il quale, da Parigi, ha detto che gli Stati Uniti vogliono effettuare al più presto un “regime change” in Iran, sostenendo l’organizzazione terroristica (e fino a pochi anni fa riconosciuta come tale anche dagli stessi americani) in esilio dei Mujaheedin Khalq, oppositori del governo iraniano, e auspicato che la loro prossima riunione possa svolgersi in patria… Talmente palesi le affermazioni di Giuliani che persino Nikki Haley, la solitamente aggressiva ambasciatrice statunitense all’ONU, ha dovuto affrettarsi a smentirle.

John Kerry, segretario di Stato durante la presidenza Obama, ha messo in guardia l’opinione pubblica statunitense sulla potenziale pericolosità della situazione. L’uscita dal JCPOA degli Stati Uniti, secondo Kerry, ha senza dubbio aperto la strada per un confronto diretto con l’Iran.

Da notare che anche la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha pochi giorni fa ordinato agli USA di ritirare parte delle nuove sanzioni (inflitte proprio in seguito all’uscita dall’accordo nucleare) perché queste avrebbero un impatto sui civili.

IMG_1171

QUELL’ATTENTATO JIHADISTA CON 29 MORTI NELL’INDIFFERENZA DELL’OCCIDENTE

Intanto il Paese degli ayatollah sciiti è stato vittima, alla fine di settembre, di un attentato di matrice jihadista rivendicato sia dall’ISIS, sia da parte dei separatisti arabi di Al Ahwaz, durante una parata militare proprio ad Ahvaz, città simbolo della guerra tra Iraq e Iran negli anni ’80. L’attentato ha provocato 29 morti e 53 feriti. Il ministro degli Esteri iraniano Zarif non ha avuto dubbi nell’additare ancora una volta come ispiratori dell’attacco i Paesi del Golfo, alleati dell’Occidente: Arabia Saudita su tutti. Comunque sia le dimostrazioni di solidarietà occidentali sono state tiepide, per usare un eufemismo.

SE FRANCIA E ITALIA SI ACCODANO A WASHINGTON CONTRO I PROPRI INTERESSI

Spiega Alberto Negri in un articolo su L’Inkiesta che “entrano in campo le storiche relazioni pericolose francesi, internazionali e italiane con il fronte anti-Iran. Circa 3500 Mujaheddin Khalq (MEK), oppositori di Teheran un tempo di stanza in Iraq si sono acquartierati in Albania. Parigi e Teheran sono ai ferri corti per la presenza del MEK in Francia, usato da tempo dai servizi israeliani e americani. Nei Balcani, grazie anche ai finanziamenti delle monarchie sunnite del Golfo, si è formato negli anni, tra Kosovo, Albania, Bosnia e Macedonia, un esercito di jihadisti: almeno un migliaio in questi anni si sono arruolati in Siria per combattere contro Bashar Assad, appoggiato da russi e iraniani. Adesso i jihadisti sconfitti stanno tornando nei Balcani e potrebbero essere utilizzati in funzione anti-Iran, come per altro è già avvenuto finora nella guerra per procura siriana. Il recente attentato con 30 morti nella città iraniana di Ahwaz alla parata dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, è stato probabilmente un’avvisaglia di questa nuova strategia”.

Schiacciati nella contesa tra gli Stati Uniti e l’Iran ci sono dunque i Paesi europei, per i quali l’apertura del mercato non solo energetico iraniano sarebbe fondamentale e che, dalla scorsa primavera, stanno difendendo il JCPOA. Tuttavia, anche in questo caso, la voce dell’Europa non è unitaria e il coraggio sembra latente. Se la Germania si è addirittura spinta a ipotizzare un circuito di pagamento alternativo per bypassare le sanzioni americane alle compagnie che fanno affari con l’Iran e la stessa Angela Merkel, durante la sua recente visita a Tel Aviv ha confermato l’intenzione di proseguire con l’accordo, la posizione della Francia è ben più ambigua. Recentemente, con la motivazione di uno sventato attacco da parte dei servizi segreti persiani contro una riunione dei soliti Mujaheddin Khalq a Parigi, il governo francese ha annunciato il congelamento dei beni di due cittadini iraniani, oltre che dell’intelligence di Teheran. Senza dimenticare che le compagnie francesi sono state solerti a lasciare il Paese dopo le minacce di sanzioni americane. È per quanto riguarda l’Italia, primo partner commerciale dell’Iran in Europa? Sebbene il premier Conte abbia confermato al suo omologo iraniano Rouhani l’intenzione di sostenere l’accordo nucleare, la situazione è fotografata con grande lucidità sempre da Alberto Negri. “All’Italia, se fa la brava applicando le sanzioni a Teheran, viene garantito il greggio della Libia che in Cirenaica verrà spartito con i francesi“, spiega il giornalista, che racconta inoltre come “la Lega ha detto di no a una proposta Cinquestelle, avanzata peraltro da Unioncamere, per organizzare un istituto di credito autonomo per garantire l’export di piccole e medie imprese in Iran”.

L’Europa insomma, o comunque buona parte di essa, si sta come al solito e al di là delle dichiarazioni diplomatiche ufficiali allineando a una strategia contraria ai suoi interessi e che promette di portare nuova destabilizzazione in un Medio Oriente già profondamente segnato dal caos.

Tag: , , , , , ,