IMG_1520L’agenzia Moody’s ha declassato il rating dell’Italia, da Baa2 a Baa3, pur mantenendo l’outlook del Paese come “stabile”. È la ciliegina sulla torta dopo giorni di continue accuse piovute da ogni parte al Governo per la nota di aggiornamento al DEF, Documento di Economia e Finanza, che costituisce l’anticipo dei contenuti della prossima manovra finanziaria e che prevede una quota di deficit del 2,4% sul PIL.

Ma chi sono questi signori di Moody’s e delle agenzie di rating? E che natura ha il loro giudizio? È bene dirlo subito: ha natura politica. Perché non c’è nulla di fisiologico negli attacchi che, non solo da parte di Moody’s, sta subendo il Governo, nulla che sia inevitabile a causa di dati “catastrofici” presenti nel DEF, come qualcuno cerca di far credere agli italiani. Al contrario l’innalzamento dello spread, per fare un esempio, è naturale allorché istituti come Bankitalia, giornali e televisioni dipingono continuamente uno scenario apocalittico che, quello sì, turba la serenità degli investitori.

Ma le cose vanno analizzate con serietà. Certo, la manovra così come impostata è senza dubbio deludente per chi si attendeva un notevole stimolo fiscale. Sarebbe certamente stato preferibile, così come un piano di grandi investimenti infrastrutturali  che invece, purtroppo, non c’è. E, lo si è detto più volte da queste colonne, il reddito di cittadinanza non può essere considerato come risolutivo per la crescita, ed è anzi piuttosto triste che lo Stato debba farsi carico con dei sussidi dei fallimenti di un mercato che non riesce più a produrre benessere diffuso, perché troppo concentrato a produrre ricchi dividendi per i magnati della finanza, senza invece impegnarsi a guidare lo sviluppo e l’innovazione produttiva. Però è anche vero che il deficit al 2,4% non è certo qualcosa di mostruoso. Anzi, è perfettamente in linea con quanto effettuato dai precedenti governi di centrosinistra, che, come ormai sanno anche i muri, avevano contrattato con l’Europa la flessibilità sui conti (e non solo per investimenti, si ricordino gli 80 Euro di Renzi) in cambio di una gestione “allegra” dei flussi migratori, che certamente non dispiaceva le altre capitali europee (ma che, come certificano i trend elettorali, non è stata gradita dai cittadini italiani…). Si tratta, anche nell’ottica di uno scenario globale di contrazione dello stimolo monetario da parte della BCE e di guerre commerciali e non, del minimo indispensabile a garantire il supporto a una crescita appena accettabile, come hanno fatto capire sia il professor Paolo Savona, ministro degli Affari europei, che, tra gli altri, il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia. Una figura che, non a caso, rappresenta una categoria produttiva basata sull’economia reale e non sul casinò della finanza.

Poi è arrivata Moody’s. Si, ma di chi è Moody’s? L’agenzia teoricamente “indipendente” presenta come primo azionista, con il 12,86%,  il miliardario e speculatore Warren Buffet (già sponsor e sostenitore dei democratici americani Barack Obama e Hillary Clinton…) con il fondo Berkshire Hathaway e come terzo (con il 5,75%) il gigantesco fondo di investimento americano Blackrock, che ha tra i propri advisor nientemeno che un certo George Soros e che è presente come azionista anche in Atlantia SPA, titolare al 100% di Autostrade per l’Italia SPA, che alcuni esponenti del Governo italiano avrebbero voluto nazionalizzare. Subito davanti a Blackrock, nell’azionariato di Moody’s, c’è Vanguard Group e, subito dietro, State Street. Queste tre corporation sono i principali fondi di investimento americani, che possiedono, se messe insieme, la maggioranza delle quote di metà delle principali multinazionali statunitensi e sono il secondo investitore nell’altra metà, addirittura detenendo a volte, in settori come l’aerospazio o il bancario, le quote di maggioranza di società che sono in teoria in competizione tra loro.

Insomma, una banda di simpatici amici del popolo italiano, totalmente disinteressati, non c’è che dire, soprattutto di fronte a un esecutivo che parla di possibili rinazionalizzazioni di settori strategici. Già, proprio degli amici. O forse no?

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