IMG_1903Ieri, 4 novembre, la Festa della Vittoria ha assunto un significato diverso dagli anni precedenti. Perché, proprio con la giornata appena trascorsa, si è chiuso ufficialmente il centenario della Grande guerra. Eppure neanche in un’occasione così solenne sono mancate le solite e stucchevoli polemiche, cui patetici politicanti di ogni colore proprio non riescono a rinunciare.

Da un lato chi afferma che la Prima guerra mondiale sia stato un inutile massacro, un parto dell’imperialismo borghese e capitalista che ha condotto l’Europa a un trentennio di sfacelo. Dall’altro chi fa notare il valore patriottico della vittoria, l’unita’ nazionale compiuta nelle trincee dove si fusero dialetti, esperienze, destini.

La cosa curiosa è che, probabilmente, hanno ragione entrambi. Ma c’è un altro elemento che spesso viene colpevolmente dimenticato. Ossia il valore palingenetico che ebbe il conflitto per l’intera società italiana. Dal sangue e dal fango delle trincee emerse un nuovo tipo d’uomo: il guerriero, il rivoluzionario. Un uomo destinato a prendere le redini della nazione con una coscienza differente rispetto a quello che, nelle trincee, ci era entrato.

IMG_1904Dannunziani fiumani, fascisti, socialisti massimalisti, comunisti con il pallino della rivoluzione. Folli visionari, nel bene e nel male. Questi erano gli uomini usciti dalla guerra. Uomini che avevano patito sulla propria pelle e la propria carne le privazioni e il dolore inflitti dall’avidità borghese, dalla cupidigia dei bottegai al potere. E che, dopo aver combattuto sotto la bandiera tricolore, decisero che, di quella Patria, bisognava prendere le redini. Come popolo. Come comunità nazionale.

Il risultato fu Fiume. Fu il biennio rosso. Fu, infine, la marcia su Roma. Da quegli episodi, da quelle spinte violente e ribellistiche nacque uno Stato diverso, giocoforza più attento alla necessità di uno sviluppo economico diffuso rispetto ai capricci di quella borghesia che aveva governato il Paese fin dalla sua fondazione. Nacquero l’INAIL, l’IRI, l’IMI, l’Opera nazionale del dopolavoro, la legge bancaria del 1936, nacque lo Stato protagonista della crescita e creatore di occupazione, imitato e non imitatore a livello internazionale, con un modello che sui libri di testo è oggi definito rooseveltiano ma che fu in principio essenzialmente italiano.

Quando il regime mussoliniano sbandò trascinando l’Italia in un nuovo, mostruoso e disastroso conflitto, fu sempre il popolo delle trincee a reagire e a riprendere in mano il proprio destino. Furono gli anziani a istruire i giovani sul da farsi. E, dopo una guerra civile cruenta e generatrice di ferite mai risolte ma comunque ancora forgiatrice di anime e spiriti venne la Costituzione. Una carta che parlava di lavoro, armonia, diritti. Una carta nata dal popolo e per il popolo. E vennero i Mattei, i Moro. E vennero gli anni del “boom“. Gli anni delle conquiste sociali a suon di dure battaglie sindacali. Gli anni dell’Italia in marcia verso il proprio avvenire. Ancora autorevole e ancora, pur se parzialmente, autonoma.

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E venne anche e finalmente la pace. Una lunga pace. Ma anche questa con il tempo, dimenticate nei decenni le privazioni dei due conflitti, ha creato progressivamente un nuovo tipo d’uomo. Terribilmente simile ai suoi ignari antenati della Belle epoque che precedette la carneficina del 1914-1918, ma in aggiunta privo di qualsivoglia scrupolo morale o religioso e di qualsiasi legame. L’uomo figlio del comfort, dell’idolatria del nuovo dio: il mercato. L’uomo nichilista e indebolito dalla tecnologia che solleva da ogni fatica. È quello che viene sprezzantemente definito l'”italiota”. Spirito affarista, nessuna dignità, nessuna comunità. Nessuna Patria. Solo se stesso, il proprio tornaconto, prevalentemente economico. I suoi nonni volevano comandare: il cambiamento, il destino, l’avvenire. Lui, invece, vuole solo servire. I potenti, chi può dargli qualcosa in cambio. Pecora tra i lupi e lupo tra le pecore. I figli di questo tipo umano sono ben in evidenza: politicanti, arruffapopolo, volgari faccendieri, commercianti di valori e principi. Gente senza spina dorsale.

Un vecchio adagio dice che le epoche difficili forgiano uomini forti e gli uomini forti creano epoche di benessere. Ma queste producono uomini deboli, che a loro volta danno vita a tempi difficili, in una sorta di eterno ritorno. Quando si critica il 4 novembre forse, si farebbe bene a ricordare anche questo.

Riposino in pace dunque e siano sempre celebrati come un modello gli eroi della Vittoria. Eroi della Patria, padri del suo illustre passato. Non, purtroppo, del suo (triste) presente.

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