IMG_1925Un Donald Trump indebolito con un Partito Repubblicano che, come da previsioni, perde la Camera (la cui maggioranza è tornata al Partito Democratico) e mantiene il Senato. La sorpresa è l’avanzata dei candidati “socialisti” vicini al senatore democratico Bernie Sanders, come la giovanissima Alexandra Ocasio Cortez, 29enne (la deputata più giovane di sempre) che nell’area “dem“, ottengono risultati migliori rispetto ai moderati obamiani e clintoniani. Sono queste le indicazioni che vengono dalle elezioni di midterm americane, per il rinnovo dei due rami del Congresso.

Ma, al di là degli scenari interni americani, che cosa cambierà davvero per il resto del mondo dopo il ritorno dei “democrats“? Poco o tanto, dipende dai punti di vista.

CON TRUMP PIÙ DEBOLE VARIAZIONI GEOPOLITICHE MINIME

In termini geopolitici, le variazioni saranno sicuramente minime. L’amministrazione Trump, complici anche il Russiagate che ha spento sul nascere qualsiasi possibilità di una benchè minima reale distensione con Mosca, le pressioni del vecchio establishment repubblicano e le amicizie del genero Jared Kushner con Mohammed Bin Salman, si è conformata ben presto alla disciplina del deep state e in modo peculiare alla tradizionale dottrina neocon: il solito e saldo asse con Israele e Arabia Saudita in Medio Oriente, asse che nei giorni passati, per via della vicenda di Jamal Khashoggi, ha procurato più di un grattacapo allo staff presidenziale, la guerra (per ora solo) economica al Venezuela e all’Iran, il supporto a leader filo-statunitensi in America Latina.

Gli ultimi episodi di questa linea sono stati il ritorno delle sanzioni a carico di Teheran e il rigetto del trattato INF sui missili a corto e medio raggio dispiegati in Europa, siglato con l’ormai ex Unione Sovietica nel lontano 1987. Insomma, chi, dalle fila di certa narrativa “sovranista”, profetizzava l’avvio di un’epoca di dialogo globale grazie all'”isolazionista” Trump si è sbagliato di grosso. A isolare gli Stati Uniti semmai è stata proprio questa politica aggressiva, da “bastone e carota”, che ha consentito un riavvicinamento altrimenti impensabile tra UE (vittima di quelle sanzioni chiamate dazi) e Mosca, così come tra UE e Iran. Realtà che, insieme alla Cina, ora sembrano condividere l’obiettivo di una progressiva de-dollarizzazione degli scambi economici internazionali. In tal senso sono illuminati le recenti parole di Manko Kolanovic, analista di Jp Morgan:“Con le attuali politiche dell’amministrazione americana di unilateralismo, guerre commerciali e sanzioni che stanno colpendo sempre più amici e nemici, sorge la domanda se il resto del mondo debba diversificare lontano dai rischi del dollaro USA e della finanza incentrata proprio sul dollaro”. L’unico reale successo nella direzione della pace e del dialogo è forse stato quello ottenuto con la Corea del Nord. Insomma, a dispetto della propaganda, si potrebbe dire che Donald Trump si è semplicemente messo a capo della traiettoria già impostata dai suoi predecessori, solo modificandone, in particolare rispetto all’era Obama, leggermente gli obiettivi, ora più orientati verso un piano egemonico non più globalista e multilaterale (i grandi trattati commerciali per integrare le economie già pienamente includibili nell’ordine mondiale liberale con quella americana, come TTIP e TPP) ma invece brutalmente pragmatico, più gradito a un elettorato convertito al nazionalismo dal sempre più evidente declino, per la middle class, dei benefici economici della globalizzazione. Un disegno geopolitico, quello di Trump, costruito, rispetto agli otto anni di Obama, più sulle istanze di Tel Aviv che non su quelle di altri e storici alleati europei e mediorientali come la Francia, la Turchia, il Qatar e, soprattutto, la Germania della Merkel, colpevole in primis di aver portato avanti il progetto “North Stream 2” in collaborazione con Mosca, incrementando così in prospettiva la propria dipendenza dal gas russo. Questo ovviamente spiega anche l’interesse del presidente americano, oltre che per la Gran Bretagna della Brexit, per il Governo Conte, che non è certamente basato su una banale sintonia ideologica, ma è geostrategico. Come ha notato Alberto Negri, non è un caso che, tra i Paesi esentati dalle sanzioni per l’acquisto di greggio iraniano, ci sia l’Italia, la quale ha appena assicurato a The Donald la conclusione del gasdotto TAP, che bypasserà le forniture del Cremlino (un progetto tanto importante che il Movimento 5 Stelle ha dovuto scomodare il premier Giuseppe Conte per togliere le castagne dal forno al “capo politico” Luigi Di Maio e annunciarne la realizzazione ai suoi militanti, da sempre contrari).

ECONOMIA: DOGMI LIBERISTI SEMPRE PIÙ IN DISCUSSIONE. E FUKUYAMA CI HA RIPENSATO: “TORNERÀ IL SOCIALISMO”

Se, dunque, sul piano della politica internazionale poco cambierà (chiaro anche il commento in tal senso di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino: “Si può presumere con un alto grado di certezza che non ci siano prospettive brillanti per la normalizzazione delle relazioni russo-americane) , con il buon vecchio imperialismo atlantista a farla sempre e comunque da padrone e per giunta in modo sempre più minaccioso, a maggior ragione con un presidente da oggi un po’ più debole e visto il maggior peso su questo tema del Senato, qualcosa sul versante della linea socio-economica potrebbe invece variare. Anzi, più di qualcosa. Qui, infatti, con Trump, le differenze rispetto al passato sono state più nette. Certo, la reintroduzione del Glass Steagall Act (separazione tra banche commerciali e banche d’affari) è rimasta lettera morta e, anzi, è stato modificato (con sostegno bipartisan) in senso meno restrittivo il Dodd Frank Act, la riforma per stabilizzare il sistema finanziario varata da Obama nel 2010, con variazioni volte ad alleggerire le piccole e medie banche (fino a 250 miliardi di capitale) dai pesanti adempimenti burocratici (stress test) per gli istituti di credito definiti “cruciali per il sistema finanziario”

A fronte di queste scelte, tuttavia, la riforma fiscale (corporate tax ridotta dal 35% al 21%, quindi di ben quattordici punti percentuali), realizzata grazie a un incremento della spesa a deficit, giunta a 779 miliardi di dollari nell’anno fiscale appena terminato (con un aumento del 17% in soli dodici mesi, forse qualcuno dalle parti di Bruxelles dovrebbe prendere appunti…), unitamente a politiche fortemente espansive ha prodotto risultati davvero incredibili: a ottobre la disoccupazione si è attestata al 3,7%, il tasso più basso dal 1969, mentre i salari sono cresciuti del 3,1%. E non è finita. Seguendo la sempre più diffusa tendenza a contestare il dogma liberista per eccellenza, quello dell’indipendenza delle banche centrali, Trump ha più volte contestato la decisione dell’attuale governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, di alzare i tassi di interesse, definendolo “impazzito“. E questa, nel confronto ormai diffuso in tutto l’emisfero occidentale tra popolo ed elites, non è una semplice sfida. E’, forse, “la” sfida per eccellenza. Una sfida nella quale Trump, in questo caso, potrebbe, chissà, contare anche sullo sguardo benevolo dei “socialisti” neo-eletti. Non è un caso che proprio Bernie Sanders (che Steve Bannon, facendo un parallelo con la situazione italiana, ha recentemente paragonato al Movimento 5 Stelle e che a sorpresa nel 2016 aveva dato il proprio benestare a una collaborazione con Trump sulle politiche di welfare) già nel 2015 si sia più volte scagliato contro l’influenza dei gruppi bancari privati sulla FED.

Dove invece non ci sarà collaborazione è sulla politica fiscale, che pur se espansiva Sanders e soci hanno già definito troppo favorevole nei confronti dei ricchi. Ma il dato politico più interessante è proprio questo: dove Trump (o meglio, il GOP) ha perso terreno non lo hanno riguadagnato solo le vecchie elites liberali, ma anche e soprattutto candidati che comunque si pongono all’estremo opposto dello scacchiere.

Certo, per giudicare con più precisione la situazione sarà necessario vedere all’opera i nuovi volti, ma è questo il sintomo, al di là delle letture sulle appartenenze partitiche dei candidati neo-eletti, che valgono quello che valgono, di un rigetto sempre più profondo per il modello sociale liberista, perfino negli States, che lo hanno sostanzialmente partorito. Non è un caso che, già giorni fa, il sociologo Francis Fukuyama, noto per aver teorizzato nei primi anni ’90 la “fine della storia” e la vittoria definitiva dell’ordine mondiale liberale, abbia pubblicamente fatto una brusca marcia indietro, parlando del suo ultimo libro “Identity: The Demand for Dignity and the Politics of Resentment“.

Se per socialismoha detto il saggistaintendiamo i programmi redistributivi che cercano di compensare il grande squilibrio emerso sia fra i redditi che in termini di ricchezza, allora sì, penso che non solo possa tornare, ma che dovrà tornare. Questo lungo periodo iniziato con Reagan e la Thatcher, in cui ha preso piede un certo insieme di idee sui benefici di mercati non regolamentati, per molti versi ha avuto un effetto disastroso“. La storia, insomma, non è ancora finita. Per fortuna.

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