mouncey1La Germania ha, con un voto del Bundestag di pochi giorni fa, approvato (prima nazione in Europa) la riforma proposta dal Governo per riconoscere l’esistenza di un “terzo sesso”. In realtà a imporre questo passaggio era stata la Corte costituzionale di Karlsruhe, con una sentenza del 2017 basata, tra le altre cose, sulle indicazioni dell’Alto rappresentante dei diritti umani dell’Onu, che aveva chiesto di non discriminare le persone che non si sentono né uomo né donna. “L’attribuzione a un sesso – avevano scritto i giudici nella sentenza – è estremamente importante per la definizione di un’identità individuale”. La sentenza faceva infatti riferimento al ricorso di un cittadino che si era visto rifiutare la richiesta di modificare i propri dati anagrafici, chiedendo inoltre di essere qualificato come “diverso“.

E proprio la dicitura “divers” potrà, d’ora in poi, comparire sui documenti d’identità dei tedeschi. Una conquista di civiltà? L’idea di un “terzo genere” deriva, alla faccia della supposta inesistenza di una teoria gender, paventata da alcuni ambienti “competenti” e “ben informati” che la considerano una fantasia complottista (alla stregua della “terra piatta” e di altre amenità), dalla concezione per cui anche il sesso è una caratteristica culturale dell’individuo, influenzata cioè dell’ambiente circostante, come possono esserlo la lingua, la nazionalità, la religione… Questa tendenza, ormai riconosciuta a livello giuridico, può aprire la porta a pericolose deviazioni.

Un chiaro esempio è il caso di Hannah Mouncey. Hannah, nata nel 1989, è stata fino al 2015 una star della nazionale di pallamano australiana. Peccato si trattasse della nazionale maschile, dove giocava con il nome di Callum Mouncey…

Nel 2016 Mouncey si è sottoposto infatti a un intervento per cambiare sesso (anche l’Australia riconosce l’”intersessualità”…) e, successivamente, nonostante la robusta muscolatura, ha proseguito la sua carriera nella selezione nazionale femminile. A consentirgli questa “transizione” anche le regole (ovviamente anch’esse adeguate ai dettami del politically correct) del CIO, che prevedono che un atleta possa passare dalle competizioni riservate agli uomini a quelle riservate alle donne dopo 12 mesi di cura ormonale… Inutile dire che le prestazioni dell’energumeno in gonnella (un metro e 90 di altezza) sono state più che competitive, tanto che, è notizia di queste ultime ore, parteciperà ai prossimi mondiali del 2019 (dopo aver disputato quelli maschili nel 2013).

Ma le sue foto sul campo, circondato da avversarie e compagne di squadra di una stazza largamente inferiore, purtroppo non lasciano scampo alle malate fantasie progressiste: un uomo non è una donna. E mai lo sarà. E il terzo sesso, checché ne dica la società della “tolleranza”, esiste esattamente come Babbo Natale. Cioè non mouncey2esiste proprio.

Callum Mouncey, nonostante l’esaltazione dei media mainstream, non è una star dello sport, ma una persona bisognosa di amorevoli cure. La sua, con buona pace dei giudici tedeschi, non è una “definizione di identità individuale”, ma un’assenza totale della stessa, che emerge chiaramente dal grottesco aspetto estetico, riflesso di una notevole confusione interiore.

E qui non si sta parlando di omosessualità, che è un’altra cosa, sia ben chiaro. E l’omofobia non c’entra proprio nulla con la giusta e sacrosanta diffidenza verso queste derive, che non è azzardato definire mostruose. Si parla, piuttosto, di problemi psichiatrici gravi. Che devono essere chiamati (e di conseguenza considerati) con il loro appellativo più appropriato, formato da due semplicissime parole: disturbi mentali.

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