IMG_3228Il 2018 volge ormai al termine e, a oltre sei mesi dall’insediamento e con la prima manovra finanziaria approvata dalle due camere e in attesa del decisivo passaggio a Montecitorio, è forse arrivato il momento di tirare le somme su questo primo semestre di “Governo del cambiamento“. Ma, più che di somme, sarebbe forse corretto parlare di sottrazioni. Quantomeno rispetto alle aspettative della vigilia.

UN’ALTRA MANOVRA AUSTERISTA?

La politica economica, che doveva essere il cavallo di battaglia dirompente su cui convergere per un esecutivo nato dalla “fusione fredda” di due forze politiche molto eterogenee (Lega e Movimento 5 Stelle) al momento si è fermata a una manovra finanziaria a deficit, sì, ma del 2%. Una quota sostanzialmente in linea rispetto ai precedenti esecutivi targati Partito Democratico. Non solo, ma il saldo primario, ossia la differenza tra uscite ed entrate, epurata dagli interessi sul debito pubblico e che, come è noto, è in situazione di avanzo primario da anni, si avvicina alle percentuali previste dal precedente esecutivo Gentiloni (avanzo dell’ 1,8% del PIL contro il 2,7% previsto dall’ex ministro Padoan e comunque con un incremento fino al 2,9% nel 2021). Si tratta cioè dell’ennesima manovra austerista e, a dispetto dei roboanti proclami su reddito di cittadinanza, flat tax, abrogazione della legge Fornero, i passi indietro, soprattutto dopo l’accordo con Bruxelles, sono stati numerosi.

Certo, per valutare compiutamente i primi “segni di vita” sia del reddito di cittadinanza che di “quota 100″, bisognerà attendere di capire come gli stanziamenti si tradurranno in operatività concreta. Poi, certo, qualche misura espansiva qua e là c’è. Ma poca cosa. E soprattutto pochissima è la spesa per gli investimenti, il vero nodo per il rilancio del sistema Italia e sicuramente questione più urgente e strategica rispetto alle misure assistenziali, sforbiciata di 5,4 miliardi in tre anni (sui 9 originariamente previsti…) per venire incontro ai desiderata di Juncker e compagnia. Per non parlare dei soldi risparmiati, in ossequio alle direttive dei tecnocrati di Bruxelles, tagliando in maniera progressiva l’adeguamento all’inflazione delle pensioni sopra i 1521 euro mensili. Alla faccia della “manovra del popolo” e con buona pace del vicepremier Luigi Di Maio, che continua a essere convinto di aver “sconfitto il precariato” (a proposito, l’abrogazione del jobs act si è tramutata ben presto in una mera modifica dello stesso, con il cosiddetto “decreto dignità” che si è ben guardato dal reintrodurre l’articolo 18) e “la povertà“. Ipse dixit

POLITICA ESTERA? PER ORA UNA DELUSIONE

Parlando di qualcosa di più serio è opportuno sottolineare come poco sia mutato anche sul fronte della politica estera. Anche qui il “cambiamento” è stato evidentemente rinviato a tempi migliori. Un esempio su tutti: il Governo Conte ha recentemente riconfermato le sanzioni alla Federazione Russa esattamente come gli altri partner europei, senza battere ciglio. Come ai tempi di Renzi.

Si sono sciolte inoltre come neve al sole le sbandierate convergenze con gli altri governi sovranisti in Europa. Durante il braccio di ferro con Bruxelles sulla manovra, ad esempio, l’Austria di Sebastian Kurz, alla presidenza di turno del Consiglio dell’UE, ha preso prepotentemente le difese della Commissione mentre l’Ungheria di Orban ha preferito non esprimersi. Della serie “chi tace acconsente”.

Delusi, anche se non è probabilmente un male, anche quelli (soprattutto sul versante pentastellato) che auspicavano un addio alle grandi opere infrastrutturali, come la TAP. Il gasdotto si farà, parola di Giuseppe Conte in persona. E, del resto, chi può dire no a Donald Trump, soprattutto in questo esecutivo con pochi amici al di fuori del tycoon newyorkese? Nessuno, appunto.

SULL’IMMIGRAZIONE I RISULTATI INCONTESTABILI DI SALVINI

L’unico reale risultato, dati alla mano, l’unico vero “cambiamento” si è avuto sul fronte immigrazione. Qui la Lega e il ministro dell’Interno Matteo Salvini non hanno certamente deluso le aspettative e il buonismo “dem” (buonismo interessato, anche ai fini di una maggiore flessibilità sui conti da parte di Bruxelles, come molti ricorderanno) è per fortuna un pallido ricordo. Gli sbarchi sono calati considerevolmente, dell’83% negli ultimi sei mesi. Certo, resta la grana degli irregolari già presenti sulla penisola (l’8,7% del totale degli stranieri in territorio italiano, +0,5% rispetto al 2016) e c’è da considerare anche che la flessione degli arrivi era comunque già iniziata, pur se timidamente, nel 2017, ai tempi di Marco Minniti al Viminale. Tuttavia le considerazioni su questo aspetto non possono che essere positive e bisogna dare atto a Salvini di aver saputo rompere con coraggio il muro di ipocrisia e omertà che celava le attività delle famigerate ONG del mare: così facendo ha dimostrato che l’ondata migratoria non era assolutamente un fenomeno inevitabile, come qualcuno cercava di spacciare…

Meno positive invece sono state le notizie sul fronte delle emergenze. Si pensi al decreto Genova, che si è fatto attendere per settimane. Capitolo RAI: il neo-presidente Marcello Foa ha giustamente chiesto tempo e del resto i suoi poteri sono limitati, ma c’è chi già contesta la stagnante permanenza di uno status quo culturalmente prossimo all’establishment dell’era PD. Anche qui il “cambiamento”, quello reale, è ancora di la da venire e viene il dubbio che la liason con i pentastellati (notoriamente poco a loro agio con il mondo culturale della “destra” rappresentato da Foa e soprattutto, nella sua accezione più tradizionale, da Giampaolo Rossi, altro ottimo membro del CdA di viale Mazzini) stia frenando, per evitare possibili scontri su temi divisivi (e lo stesso vale per quanto riguarda i temi etici, non casualmente tenuti fuori dal contratto di Governo), una vera rivoluzione all’interno della TV pubblica.

L’Italia giallo-verde insomma non è il paradiso. Certo, si è tornato a parlare, sui tavoli governativi, di sovranità, di diritti sociali, di riscatto nazionale, di famiglia. Concetti che si erano quasi dimenticati negli anni dell’austerità montiana e poi dello storytelling euro-progressista condito di lacrimevole cosmopolitismo di marca democratica. Però, numeri alla mano, oltre la coltre della bulimia social degli esponenti dell’esecutivo e oltre i nomi roboanti dati ai decreti, si è ancora lontani dal poter parlare di un’azione di Governo pienamente soddisfacente, sicuramente dal punto di vista di chi ha a cuore la sovranità nazionale. Che, per una maggioranza definita “sovranista” è un po’ un controsenso. Forse, chissà, colpa del difficile amalgama tra due forze politiche con un DNA così diverso. Forse, anzi, sicuramente, serve semplicemente più tempo.

Ma il tempo, purtroppo, insieme alla pazienza, è proprio ciò che all’Italia manca. E, di conseguenza, anche Conte e soci ne hanno in quantità limitata. Probabilmente più limitata di quanto non credano.

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