telephone-586266_960_720La Polizia Stradale lo ha già richiesto a gran voce, intervenendo in merito anche in Commissione Trasporti alla Camera dei deputati: sospensione immediata della patente per chi guida al cellulare. Una richiesta drastica, che a molti potrà non piacere, ma più che motivata dai numeri: la distrazione è il primo motivo scatenante degli incidenti stradali (che, peraltro, nel 2017 hanno fatto registrare un +2,7% di esiti mortali), con il 16% dei casi.

E, chiaramente, il motivo principale di distrazione è proprio il telefono cellulare. “In quest’ambito – spiegava infatti il primo dirigente della Polizia di Stato, Sandro Puccia, in un’intervista riportata da Fanpage.it a marzo del 2018 - l’utilizzo del telefonino è il principale indiziato. Servirebbe un inasprimento delle sanzioni, con il ritiro della patente alla prima infrazione per far capire alla gente che questo comportamento è estremamente pericoloso”.

Il Codice della strada è già stato modificato decine di voltescrive Maurizio Caprino su Il Sole 24 Ore - lasciando fuori i cellulari. La verità è che stangarli sarebbe troppo impopolare: l’infrazione è pericolosa, ma anche diffusissima tra gli elettori”. La verità però, più che in una genuina passione degli italiani per il telefonino, sta anche altrove.

Ad esempio nel sempre più visibile abuso delle nuove tecnologie e delle nuove modalità di messaggistica istantanea in ambito lavorativo. Non è infatti infrequente, per chi guida nelle grandi città, incrociare auto in cui sono seduti professionisti e professioniste perennemente collegati al cellulare, anche in orari “di pausa”. Anzi, è forse divenuto raro scorgere persone che guidino concentrandosi sul volante.

E, se agli amici e alle fidanzate si può evitare di rispondere, al capo proprio no. Soprattutto in epoca di “contratti flessibili”… E così il lavoro che esce dai luoghi fisici “perseguita” i lavoratori ovunque: a casa, in bagno, in vacanza, il sabato e la domenica. In auto. E peggio va per chi ha a che fare con superiori workaholic, cioè malati di lavoro. Tutto questo, chiaramente, avviene grazie ai moderni smartphone, dove si possono inviare e ricevere mail, messaggi istantanei, vocali. Tutte cose che rendono perfettamente inutile il caro vecchio “vivavoce”.Così non è affatto raro imbattersi in lavoratori che, onde evitare di essere redarguiti per non aver risposto, che nell’era della connessione permanente è socialmente considerato alla stregua di un crimine, affrontano imperterriti rotonde e svincoli guardando mail e messaggi sullo smartphone. Peccato però che il pilota automatico non sia ancora stato inventato…

Queste dinamiche chiaramente si riflettono, un po’ in tutto il mondo sviluppato, in cui il tempo è divenuto un lusso, in un deterioramento sensibile della qualità della vita. In Corea del Sud, dove il 20% dei dipendenti lavora più di 50 ore a settimana, sono stati aperti centri di disintossicazione per “lavoratori patologici”, dove le persone vengono costrette a disconnettersi da pc e smartphone e portate a fare yoga. Secondo i dati sulla qualità della vita dell’OCSE, i Paesi presi in tutto l’Occidente come un modello per la capacità di fare business, ossia i Paesi anglosassoni, hanno dati pessimi: negli Stati Uniti e in Inghilterra lavorano più di 50 ore a settimana il 12% dei dipendenti, dato che sale al 13% e al 15% in Australia e Nuova Zelanda rispettivamente. Peggio fanno solo Giappone, Corea appunto, Islanda, Sudafrica e Paesi sostanzialmente non ancora pienamente sviluppati come Messico e Turchia.

Al lato opposto, quello dei Paesi dove i lavoratori sono meno tartassati, ci sono le solite socialdemocrazie nordiche, dove la statistica scende abbondantemente sotto la doppia cifra percentuale (siamo sull’1-2%). Comunque, al di là delle statistiche, il dato impressionante è che questi numeri siano, negli ultimi anni, in lenta ma inesorabile ascesa quasi ovunque (in Italia +0,1% l’anno dal 2005), guarda caso in tandem con l’evoluzione tecnologica degli smartphone e il loro sempre più invasivo impiego in ambito professionale.

Consapevoli di questa situazione, e di quanto sia collegata al cosiddetto “tecnostress”, i francesi hanno approvato una legge che esplicita per il lavoratore il diritto di non leggere email e messaggi lavorativi sullo smartphone fuori dall’orario d’ufficio. E in Italia? Tutto tace. Eppure già nel 2015 l’INAIL aveva illustrato, in un convegno a Rimini, come il lavoro digitale comportasse nuovi rischi alla salute dei lavoratori. Ma in un Paese in cui da tempo immemore la politica (sì, anche con il Governo del cosiddetto “cambiamento”) non osa turbare certi equilibri, specialmente nel complesso rapporto tra mondo economico e diritti dei lavoratori, ci si può facilmente immaginare quali siano le cause ostative a ipotizzare un provvedimento di questo tipo, anche se (almeno in teoria) il diritto al riposo è sancito dalla Costituzione.

Per carità, ben venga a questo punto l’idea della Polizia Stradale. A patto che, in questo caso, non si cada come sempre nel tranello di puntare il dito contro la proverbiale mancanza di rispetto delle regole da parte degli (automobilisti) italiani (uno sport caratteristico del tafazzismo esterofilo), quando poi le reali motivazioni del fenomeno sono, magari, da cercare più in profondità…

Tag: , , ,