imagesDa che erano cose per “populisti”, tutto a un tratto l’establishment italiano è unanimemente preoccupato per la sovranità nazionale. All’indice è finito l’accordo per l’ingresso dell’Italia nel gigantesco progetto infrastrutturale cinese noto come BRI - Belt and road initiative, meglio conosciuta dalle nostre parti come “Nuova via della seta”, ma anche i possibili accordi con la Cina per lo sviluppo della tecnologia 5G.

Tutti preoccupati, da destra a sinistra, dai vecchi sostenitori del renzismo ai nuovi comandanti in capo dell’italia destro-populista. Preoccupatissimi. Il motivo è da ricercarsi nella presenza in Italia, tra il 22 e il 24 marzo, del presidente cinese Xi Jinping, che sarà nel belpaese a promuovere appunto l’accordo per l’ingresso di Roma, prima capitale del G7, nella BRI.
E perché mai questo preoccuperebbe tanto? Lo spiega benissimo il generale Carlo Jean quando, scrivendo su Formiche, dice che tale immenso progetto è volto a realizzare l’unità dell’Eurasia e ad accrescere la presenza e l’influenza cinese, non solo quella economica, ma anche geopolitica, dal Pacifico all’Atlantico, inclusi l’Africa Orientale dal Kenya all’Egitto e il Mediterraneo”.

Insomma, all’establishment che da decenni guida lo stivale preoccupa “l’unità dell’Eurasia”, ma non preoccupano le 113 basi americane, tra quelle USA e quelle NATO, presenti sul suolo nazionale a 74 anni suonati dalla fine del conflitto mondiale che vide l’Italia invasa dalle truppe alleate e a 30 anni esatti dalla fine della Guerra Fredda e del pericolo di una invasione sovietica…

E invece “l’unità dell’Eurasia” farebbe, proprio per questo, un gran bene all’Italia, che potrebbe, come ha giustamente rilevato l’ottimo Sebastiano Caputo sul suo L’Intellettuale Dissidente, “sfruttare la posizione geografica, diventare l’epicentro degli intrecci globali, ritrovare margini di indipendenza nazionale”. E questo non significherebbe uscire dall’area di influenza atlantica, ma trovare una posizione di mediazione tra Occidente e Oriente, che renderebbe giustizia a quella che oggi è una misera colonia calpesta e derisa e un tempo era invece il centro dell’impero romano. Impero che, proprio con l’impero cinese, aveva rapporti diplomatici stabiliti proprio grazie alla prima e storica “via della seta”, un percorso che con le sue carovane segnò il cammino dell’umanità, permettendo l’incontro tra l’est e l’ovest del grande continente eurasiatico.

Eppure le spinte, all’interno del cosiddetto “Governo del cambiamento” non sono univoche. Da un lato il sottosegretario Michele Geraci (tecnico di area leghista), grande esperto di Cina, e buona parte dei pentastellati, che spingono per coltivare i rapporti con Pechino, dall’altro l’ala “neocon” della stessa Lega, quella più legata al passato, che spinge per ancorare saldamente il Governo ai desiderata dell’amministrazione Trump, favoleggiando di un possibile accordo russo-americano che, semplicemente, non può esistere. Non può perché la Russia, ormai, ha ben capito che l’unico modo per uscire dall’assedio internazionale fatto di sanzioni e propaganda russofoba partorito dalle elites angloamericane, decise a tutto pur di mantenere il dominio su un mondo invece sempre più desideroso di multipolarismo, è l’alleanza sempre più salda con la Cina e il fronte dei Paesi emergenti dell’Asia.

Il Governo del “cambiamento” ha, in tal senso, un’opportunità unica per dimostrare che la volontà di cambiare è tale non solo a parole, ma anche nei fatti. C’è da sperare che la colga.

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