acquistate-prodotti-italianiI risultati delle consultazioni elettorali, di qualsiasi ordine e grado, lo dicono chiaramente: le simpatie degli italiani per il mondo cosiddetto “sovranista” sono in costante ascesa. Eppure, a fronte di queste cifre, che raccontano un Paese in cui si ha sempre più voglia di tutelare l’interesse nazionale dalle burrasche del global-capitalismo senza regole e confini, ci si scontra con un’incongruenza di fondo.

Quella, ad esempio, della moltitudine di auto straniere, tedesche e giapponesi in primis, che continuano a viaggiare sulle strade italiane ogni giorno. Quelle, ancora, dei tanti italiani che continuano ad acquistare soprattutto abbigliamento straniero. Dai classici maglioncini con lo “scollo a v” alle scarpe fino alle polo, è tutto un tripudio di marchi esteri. Per non parlare di quanto avviene tra gli scaffali del supermercato, tra yogurt, birre e merendine rigorosamente multinazionali.

Ebbene, se è positivo che si stia finalmente recuperando in generale un po’ di amor patrio, bisogna che alle parole si facciano però seguire anche i fatti. Certo, l’autarchia è oggi qualcosa di impensabile e, forse, impraticabile. E, più che altro, anche volendola attuare per una scelta etica e personale, sarebbe assai difficile capire quali prodotti siano effettivamente nazionali e quali non lo siano, data anche l’inscalfibile (e voluta) enigmaticità di certe etichette…

Tuttavia, pensandoci bene, tenendosi alla larga da comportamenti fanatici, in molti casi non è così complicato esercitare la cosiddetta “preferenza nazionale”. E neppure necessariamente costoso. Anzi, il vecchio mito per cui l’acquisto di prodotti stranieri era anche una questione di risparmio può dirsi sorpassato: tra una cassa di birra estera e una birra italiana (senza andare a pescare le modaiole “artigianali”) acquistate al supermercato, scegliendo la seconda forse c’è da risparmiare. E tra un maglione di qualche nota marca dell’abbigliamento low cost delle solite e arcinote catene e un prodotto “no logo”, realizzato in Italia, quasi certamente di qualità superiore, e acquistato al mercato rionale i prezzi sono spesso più che concorrenziali.

E l’auto? E la moto? Davvero è così complicato preferire una macchina realizzata nel belpaese? Sinceramente no. Tra un’utilitaria francese o coreana e un modello omologo di casa FIAT i prezzi non sono troppo diversi. E, comunque, se proprio non si può fare a meno di scegliere un prodotto realizzato all’estero, si possono sempre scegliere i negozianti italiani, schiacciati dalla grande distribuzione e dai colossi dell’e-commerce.

Ma allora, viene da chiedersi, perché gli italiani non lo fanno? Che senso ha definirsi, magari, sovranisti e poi continuare a essere schiavi delle mode del momento? Delle pubblicità dei grandi marchi? Esibire un’auto, una maglietta, un marchio di birra italiano è anche un’opportunità di mostrare al prossimo l’orgoglio della propria appartenenza. Ma, in secondo luogo, anche un modo per contribuire, sebbene nel piccolo, piccolissimo contesto di una scelta personale, all’economia del proprio Paese. Dopotutto che differenza c’è con chi dona 100 o 50 euro per una qualche causa umanitaria in giro per il mondo, senza magari neppure sapere di che cosa realmente si tratti? La causa, in questo caso, è invece quella dei lavoratori italiani.

Comprare italiano è un gesto che, sebbene minuto e forse insignificante in termini assoluti, è comunque patriottico e, per questo, da apprezzare. Poi, per carità, si è liberissimi di aspettare che la grande politica si occupi di fermare le delocalizzazioni industriali. Però, fino a quando questo non avviene (e forse è ormai impossibile che avvenga, dato che non si può fare finta di vivere isolati dal resto del globo…), non ci si può e non ci si deve soltanto lamentare.

L’esempio va dato, come sempre, a partire dal proprio comportamento. Dalla propria quotidianità. Altrimenti si parla a vanvera.

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