Mentre l’Europa si sveglia ferita e impoverita per i danni inflitti da un incendio alla cattedrale di Notre-Dame di Parigi, luogo simbolo della Cristianità, torna prepotentemente alla ribalta sulle prime pagine dei quotidiani il tema della tutela dei beni culturali, che rappresentano i principali custodi e guardiani della memoria di ogni civiltà.

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Così, se Notre-Dame ci ha ricordato che il rischio di vedere il patrimonio collettivo danneggiato o sfregiato non è una remota possibilità neppure per i principali monumenti e ha scaldato la sensibilità di mecenati e politici noti in tutto il mondo (da Pinault ad Arnault, da Trump a Putin) viceversa c’è chi, quotidianamente, si impegna invece, in cambio della notorietà interna solo a ben circoscritte cerchie criminali, a rovinare e insultare non solo i luoghi della memoria, ma, più in generale, gli spazi della collettività. Si tratta dei graffitari che, con le loro scritte, imbrattano indistintamente monumenti, palazzi, chiese, cestini dell’immondizia, treni e scuole.

Così come la battaglia per la tutela del patrimonio storico e artistico ha un significato quasi metapolitico, lo stesso dunque si può dire della lotta a questa oscena forma di controcultura vandalica. Chi qui vi scrive ha colto l’occasione per parlarne con Gugliemo Duccoli, giornalista e saggista, direttore di diverse riviste di divulgazione storica, che, in materia, ha elaborato una sua interessante e particolare prospettiva.

“Sono fin troppe – spiega – le amministrazioni comunali che si sono rotte le corna affrontando il problema a testa bassa. Il fenomeno dei graffiti è talmente radicato ed è stato così a lungo legittimato che non si può pensare di ridurlo a una mera questione di vigilanza e di sanzioni. L’Italia è uno dei Paesi più colpiti: è diventato addirittura la meta ideale per gruppi di writer stranieri, che affluiscono nelle nostre città per fare ciò che sarebbe più difficile o pericoloso fare altrove. Le ragioni che hanno condotto a questa situazione sono sia di ordine culturale che amministrativo. Meritano di essere indagate anche perché proprio lì si cela parte della soluzione al problema. Le campagne condotte contro i graffiti in molte città d’America e d’Europa hanno dimostrato che è possibile praticare efficaci politiche di contrasto, purché queste non si riducano alla mera minaccia sanzionatoria: la guerra ai graffiti non può, o meglio non deve essere combattuta con le sole armi della repressione e della vigilanza”.

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Ma con quali armi si può contrastare questo fenomeno?

“Anzitutto – prosegue Duccoli – è indispensabile condividere nel modo più largo i criteri della lotta e stabilire i limiti della sua azione. I collegamenti tra street-art e graffitismo sono palesi, così com’è ovvio che gli autori di murali e graffiti provengono dagli stessi ranghi e dal medesimo contesto socioculturale. Proprio per questo, scagliarsi contro tutti coloro che usano la bomboletta sui muri è inutile, anzi è controproducente in quanto divisivo. La prima cosa da fare è quella di circoscrivere il fenomeno fino a delimitare l’area del vandalismo in modo inequivocabile e condivisibile dall’intera comunità civile. Tutti sono disposti a censurare chi fa scarabocchi su un monumento, ma sarebbero in molti a sollevare obiezioni se il graffito venisse tracciato sul muro di una vecchia fabbrica in periferia o se un caseggiato del centro fosse colorato con una pittura murale. Accontentiamoci di circoscrivere l’area a ciò che appare inequivocabilmente deturpante e che risulta ingiustificabile per chiunque, a destra come a sinistra”.

Tuttavia, se della circoscrizione del fenomeno entro gli ambiti legali della street-art si è già parlato, innovativo è la proposta di un coinvolgimento, con un ruolo attivo, del mondo dell’editoria, dei media e della cultura.

“Non si tratta – prosegue infatti Duccoli – di un raggio d’azione troppo corto: i centri storici delle città e i monumenti sono imbrattati in un modo così pervasivo da risultare odioso per tutti. Si tratta anche, non dimentichiamolo, di una piaga che succhia denaro dalle già magre casse comunali e che deprime le aree coinvolte e chi le abita. Per venirne a capo serve prima di tutto una definizione precisa dell’inaccettabile, in modo che non vi siano equivoci o incertezze. Definite queste basi, pretendiamo dalla politica, dalla cultura, dall’informazione e anche dall’arte di fare la loro parte. Non si tratta soltanto di stigmatizzare ciò che è sicuramente impossibile confondere con l’arte di strada, ma anche di attenersi a un codice di salvaguardia attivo, che altrove ha dato ottimi risultati. Per esempio, noi giornalisti dobbiamo impegnarci a non mostrare mai una tag in modo riconoscibile, perché proprio questo genere di visibilità consolida l’affermazione del suo autore: foto e servizi televisivi non devono mostrare le firme, mai, in nessun caso. Così si toglie al vandalo l’ossigeno della riconoscibilità, che è uno dei motori principali della sua azione. Si tratta di stilare semplici protocolli e rispettarli. I frutti si vedranno presto.

Tutto questo – conclude – va accompagnato da politiche di confronto con chi opera nell’universo della street-art: autori, critici, mercanti. Dobbiamo chiedere a tutti una presa di posizione precisa e una vigilanza attiva intorno a un minimo comun denominatore condiviso. Parallelamente, l’impegno deve estendersi al mondo della scuola e dell’educazione, ma secondo criteri pedagogici che squalifichino il graffito vandalico. Anche qui bisogna fare molta attenzione: gli adolescenti che si riuniscono in gruppi (crew) per andare a sporcare i muri sono mossi da uno spirito romantico, del tutto comprensibile per l’età. Ma, proprio per questo, esistono gli strumenti psicologici e sociologici adatti a dirottare il loro interesse, a intaccare l’aura eroica che circonda il gesto del vandalo rendendola banale, insulsa, vecchia, vigliacca e squalificante ai loro stessi occhi. Anche il vocabolario deve diventare terreno di contesa, così come la natura delle sanzioni, che dà i frutti migliori quando richiede misure redentive anziché pene pecuniarie (che non riescono quasi mai a essere esatte e che comunque risultano inefficaci). Su queste basi abbiamo stilato un piano d’azione moderato e ragionevole, ma anche ambizioso e articolato, che fa tesoro delle esperienze internazionali più significative. Senza pregiudizi o rancori, con l’unico scopo di migliorare la qualità della vita per tutti”.

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