1497216092-newpress-20170611134228-23419816Pur non condividendo nulla di certo giustizialismo da bar, è inutile negarlo: l’Italia ha un problema di corruzione. La recente ondata di arresti e indagini tra Lombardia, Piemonte e Calabria, che ha fatto impallidire il caso Siri e, probabilmente, costretto il numero uno della Lega Matteo Salvini a mollare in extremis la difesa di quest’ultimo (che fino al terzo grado, lo si ricordi, è comunque innocente), ha (ri)aperto il tema, con i soliti tormentoni. Così si prosegue per luoghi comuni, da un lato i manettari, dall’altro i garantisti, ognuno arroccato sulle sue posizioni, senza che nessuno, tuttavia, si dia minimamente da fare per partorire una soluzione, per capire come si possa arginare il fenomeno alla radice. Perché il fenomeno si può arginare, eccome. Senza neppure fare troppa fatica per immaginare una possibile via d’uscita.

REGIONI E GRANDI COMUNI I PIÙ COINVOLTI. E C’È UN MOTIVO…

Già, perché, al proposito, non è un caso, come peraltro ben sa chiunque sia stato politicamente impegnato a livello locale, che gran parte di queste inchieste si verifichino con le elezioni europee, nelle regioni e nei grandi comuni. Cioè laddove, guarda caso, il sistema elettorale si basa sul voto di preferenza. Su tanti voti di preferenza. Sul cognome dei candidati scritto a matita sulla scheda. Ora, mentre un tempo, con le correnti e i partiti organizzati, forse il voto di preferenza si poteva, da parte delle segreterie di partito, parzialmente gestire, garantendo un minimo di selezione della classe dirigente, con i moderni movimenti liquidi, poco più che comitati elettorali attivi sui social ma non strutturati, questo non può più accadere. E, quindi, le elezioni si trasformano in un feroce “tutti contro tutti” all’interno delle liste, dove emerge non chi ha più carisma o un progetto politico più convincente, ma semplicemente chi riesce a radunare il maggior numero di persone che scrivono il suo nominativo sulla scheda elettorale.  Che non è propriamente la stessa cosa. Si tratta infatti di un criterio che, nonostante le apparenze, è ben lungi dall’essere meritocratico: tanto per fare un esempio, proprio Matteo Salvini nel 2016 a Milano, quando già era riconosciuto come il leader emergente a livello nazionale e già guidava il suo partito di successo in successo, prese meno preferenze di altri candidati. Accadde perché era meno apprezzato? Difficile crederlo…

Ma, allora, se non il merito, cosa serve per raggiungere questo risultato? Ma è elementare. Così elementare che lo capirebbe anche un cretino: in primis servono soldi. Tanti soldi. Soldi per pagare materiale elettorale da inviare casa per casa. In secondo luogo serve la gestione degli elettori da parte di gruppi organizzati, gruppi che possono gestire “pacchetti” di preferenze. Gruppi che, quindi, possono “obbligare” agevolmente tante persone a esprimere un determinato voto. E, non esistendo quasi più partiti strutturati o le famose “correnti”, dove si possono trovare questi gruppi organizzati se non nelle lobbies? O, peggio ancora, nelle comunità pseudo-criminali (“Mafia capitale” docet)?

Aprendo una parentesi, va poi detto che, sfortunatamente, se in passato, almeno per quanto riguarda il capitolo soldi, questi erano in parte garantiti ai partiti (bene o male) dal finanziamento pubblico, oggi, proprio grazie all’impegno di quei giustizialisti pronti a brandire le manette a ogni avviso di garanzia, questo non esiste più. Quando si dice l’eterogenesi dei fini… Perché è chiaro che laddove arretra il pubblico avanza il privato e il privato è sempre portatore di interessi altrettanto privati.

STOP A FACCENDIERI, CLIENTELE E “SIGNORI DELLE TESSERE”

Volendo comunque ritornare al tema principale di questo articolo, dov’è che, guarda caso, le situazioni di questo tipo (arresti, indagini, mazzette) si verificano con meno frequenza? Con i parlamentari. Ossia con quella categoria di politici che vengono eletti con i collegi uninominali e i tanto vituperati listini bloccati, cioè con sistemi dove l’elezione si basa maggiormente sul voto d’opinione rispetto al progetto politico di appartenenza che non sulla preferenza personale.

Ora, mentre c’è chi fa un’anacronistica battaglia per la reintroduzione delle preferenze anche per le elezioni nazionali (e si tratta per lo più di addetti ai lavori della politica territoriale, che vive di clientele), sarebbe piuttosto il momento di trovare il coraggio di scontentare lobbisti, faccendieri e “signori delle tessere”, insomma di scontentare tutto un sistema che si basa quasi esclusivamente sull’elargizione più o meno lecita di favori e cancellare le preferenze a ogni livello: dalle elezioni europee, alle elezioni regionali, passando per le elezioni nei grandi comuni. Forse si potrebbero conservare nelle piccole realtà comunali. Forse…

Rimuovendo il ridicolo sistema delle preferenze scritte a matita e individuando un sistema elettorale diverso, magari introducendo ovunque i collegi uninominali, si potrebbe garantire sia il criterio di rappresentanza che una maggiore trasparenza, anziché dover poi gridare ipocritamente scandalizzati a ogni inchiesta. Ma, probabilmente, nessuno avrà mai il coraggio di farlo…

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