1543403357-tria-lapresseSecondo Aleksandr Dugin, teorico russo dell’eurasiatismo e di quello che definisce “populismo integrale, il centro dell’Europa anti-sistema sarebbe oggi Roma, con il Governo costituito da Lega e Movimento Cinque Stelle. Sarà, però, come spesso accade con gli analisti esteri, questo dato, per quanto apprezzabile possa essere il pensiero di Dugin, cozza in parte con la realtà di un esecutivo, quello guidato da Giuseppe Conte, che, come dimostrano le ultime ore, superata la crisi tra i due partiti di maggioranza, ha spostato la dialettica interna sull’asse parte politica-parte tecnica.

Se la prima è quella rappresentata da Salvini, Di Maio e soci (incluso il redivivo Di Battista), la seconda è quella raffigurata dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria (rapido a cassare i mini-bot proposti dall’economista leghista Claudio Borghi, peraltro inclusi nel contratto di Governo…), e dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Il quale, come tutti ricorderanno, era già stato membro dell’esecutivo guidato da Mario Monti (2011-2013), forse il Governo più impopolare dell’ultimo ventennio, oltre a essersi candidato alle elezioni politiche del 2013 con la lista dello stesso professore

Così, mentre da un lato, quello della parte politica, si rema a favore di uno scontro più aperto con l’Europa sulle misure economiche, dall’altro quello della parte tecnica, vicina al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si mostra un atteggiamento più conciliante, volto a evitare la temuta procedura d’infrazione per debito eccessivo da parte della Commissione. E, chissà, forse disponibile anche a manovrine correttive. In mezzo ai due fuochi Giuseppe Conte, costretto al ruolo di mediatore. Che, tuttavia, ha fatto abbondantemente capire ai suoi due vicepremier di non aver voglia di andare allo scontro con l’UE.

Al di là di ogni possibile considerazione su quello che sarà l’esito di questa dialettica, balza all’occhio come, nel “Governo del cambiamento”, ai due ministeri più importanti per la strategia internazionale di un Paese, quello degli Esteri e quello dell’Economia, vi siano due uomini tanto “di sistema” che più “di sistema” non si potrebbe, chiaramente “piazzati” nei ruoli chiave dal sempre vigile Sergio Mattarella.

Facile dunque prevedere che, a meno di un’improbabile fine dell’esperienza di Governo, avanza la prospettiva di un ulteriore braccio di ferro con l’Europa che sarà duro a parole, ma meno nei fatti. Il cambiamento, anche in questo caso, avanza con il freno a mano tirato.

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