unnamedIl leader leghista Matteo Salvini, da quando è al Governo, ha adottato una linea chiarissima in politica estera, che si è andata via via consolidando nel corso dei mesi: appiattimento assoluto alla geopolitica statunitense, come forse mai era accaduto in un Paese che pure dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è, come noto, una “colonia” de facto del vasto impero americano. Così Salvini ha: espresso il suo appoggio al (tentato) regime-change USA in Venezuela, sostenendo addirittura il liberal Guaidò; accusato le milizie di Hezbollah, che pure combattono contro i gruppi jihadisti in Siria, di essere “terroristi”; preso nettamente le parti di Israele contro l’Iran; dichiarato il suo appoggio al presidente filo-statunitense Bolsonaro in Brasile; criticato l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta cinese, pure siglata dal premier Giuseppe Conte.

Quasi tutte posizioni, queste, che contrastano in maniera netta e decisa con quelle della diplomazia della Federazione Russa su ciascuno di questi dossier. Eppure, oggi, scopriamo che la Lega e Salvini sarebbero “al soldo” di Mosca. Dati però gli inoppugnabili elementi di cui sopra, solo in un Paese totalmente e completamente digiuno di politica estera quale l’Italia il sistema mediatico avrebbe potuto propinare una simile spazzatura giornalistica ai suoi utenti risultando credibile. E così l’ha fatto.

La verità, però, è che Salvini e la Lega, che pure avevano cavalcato la popolarità da rockstar di Putin in ambito sovranista prima delle elezioni, hanno, come in molti altri casi, utilizzato le simpatie filorusse per portarsi a casa dei consensi. Soprattutto i consensi delle imprese del nord, danneggiate dal sistema di sanzioni e contro-sanzioni scatenato sempre su “suggerimento” degli amici d’oltreoceano. Una volta acquisiti i voti, il filo-putinismo, insieme a qualsiasi prospettiva geopolitica diversa rispetto alla tradizionale sudditanza verso la Casa Bianca, è finito nel cassetto. O, almeno, così sembra.

Lo si vede del resto anche dal modo, poco signorile, nonostante il comprensibile imbarazzo della situazione contingente, con cui la Lega ha preso le distanze da Gianluca Savoini. Questi, che chi qui scrive ha avuto l’onore e il piacere di conoscere, è una figura ben diversa dal “faccendiere” che emerge da certe ricostruzioni di stampa. Egli è, prima di tutto, un idealista, un intellettuale puro, una figura d’avanguardia che, con la sua associazione culturale, ha cercato di dare una prospettiva geopolitica innovativa al partito cui appartiene. Savoini, insomma, è quello che si potrebbe definire un pensatore scomodo che, come tutti quelli che appartengono alla sua “razza spirituale”, finisce per pagare più degli altri. Del resto anche dalle presunte intercettazioni della riunione svoltasi a Mosca emergono con chiarezza le sue convinzioni. A proposito del comportamento della Lega, sarebbe stato forse più comprensibile se la presa di distanze avvenuta con il caso Savoini si fosse verificata anche nei i casi di Siri e Arata. Ma, purtroppo, non è accaduto.

UN ANNO DI GOVERNO: I TANTI (TROPPI?) TRASFORMISMI DELLA LEGA…

Così, dopo aver scaricato Borghi e i minibot, dopo aver scaricato, di fatto, (con la scusa della promozione agli Affari europei) Lorenzo Fontana e le sue scomode battaglie anti-gender, dopo aver sconfessato la linea filo-cinese del sottosegretario Michele Geraci, ora la Lega scarica Savoini e la Russia, nell’ennesimo dei tanti (troppi?) trasformismi registrati da quando il partito salviniano è asceso a responsabilità governative. Va però detto che Mosca non ha forse mai considerato il partito di via Bellerio come un interlocutore. Perché, come giustamente ha fatto notare l’ex ambasciatore Sergio Romano, la diplomazia russa lavora con gli Stati, non con i partiti. E perché, come è apparso fin troppo chiaro dall’ultima visita ufficiale, l’unica persona di cui Putin si fidi realmente in Italia è ancora e soltanto una: Silvio Berlusconi.

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