1557248585-lapresse-20190505193411-29227297Il giorno del nuovo incarico a Giuseppe Conte è stato anche, inevitabilmente, il giorno della sconfitta di chi, Conte, lo voleva sfiduciare: Matteo Salvini. Inizia così la “traversata del deserto” dell’opposizione per la Lega. È quindi inevitabile chiedersi cosa sia andato storto. E cosa rimanga della breve esperienza dei sovranisti al Governo. Per arrivarci Salvini e il Carroccio avevano lavorato duramente. Un lavorio lento e faticoso, durato anni e iniziato nel dicembre del 2013, quando “il capitano” esordì come segretario federale di quella che era la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”, prendendo in mano un partito quasi annientato, nel consenso, dagli scandali della famiglia Bossi che avevano distrutto il sogno federalista e iniziando a trasformarlo nella macchina macina-consensi che ha sbaragliato la concorrenza alle elezioni europee di maggio 2019.

Eppure la cavalcata vittoriosa di Salvini e della Lega, durata anni, si è trasformata in una disfatta nel giro di una ventina di giorni. Come è stato possibile? Purtroppo, duole dirlo, sono stati commessi degli errori. Diversi errori. A partire dal più grossolano, l’ultimo: tentare di scatenare, in pieno agosto, tra una spiaggia e l’altra, tra un mojito e un selfie, una crisi di Governo basandosi esclusivamente sul momentaneo consenso elettorale e dimenticandosi che l’Italia è una Repubblica parlamentare. E, pertanto, a votare la fiducia ai governi sono deputati e senatori, non gli elettori… Un errore pacchiano, che ha messo fine a un esecutivo che, pur considerando la sua eterogeneità e il costante deficit di sovranità italiano era riuscito a mettere al centro dell’azione politica la persona: lavoratori, disoccupati. I poveri cristi insomma.

Ma il salto nel buio agostano non è stata l’unica pecca di un partito, la Lega, che in questi anni non ha, per dirne un’altra, saputo fornire alla proposta sovranista una solida base ideale e culturale. Se il “capitano” ha sbagliato, forse, è stato anche per il suo essere continuamente sovraesposto sui social e mediaticamente, senza essere però tutelato adeguatamente da consiglieri di spessore. E dire che, nella Lega dell’attuale legislatura e tra i suoi sostenitori, i cervelli non mancano. Si pensi a tutto quel mondo identitario o di destra sociale, ricco di cultura e povero di rappresentanza politica, che vedeva sinceramente in Salvini un’occasione. Un mondo però sostanzialmente ignorato, negli uomini e nelle proposte, per preferire la “meritocrazia delle salamelle”, cioè la crescita di militanti e amministratori locali dalla base, bravissimi a sporcarsi le mani nelle feste di partito e sinceri lavoratori, per carità, ma nella maggior parte dei casi sprovvisti, non per colpa loro, di un’adeguata preparazione per ben figurare ai più alti livelli. Politica e amministrazione locale sono realtà di spessore ben diverso.

Così la Lega non ha saputo realizzare una proposta coerente: sui temi etici si è vista la convivenza del rosario e delle invocazioni misticheggianti con i selfie sul cubo dei locali alla moda, in politica economica il ritorno al sociale ha condiviso le stanze col liberismo più spietato mentre, in politica estera, alla cosmetica filo-russa (qualcuno ha correttamente definito Putin nulla più che “un’icona pop” per i leghisti) ha fatto seguito il solito (a destra) appiattimento assoluto sulle posizioni dei neoconservatori americani, con uno stile da “redneck” dell’Alabama con il fucile e la bandiera confederata, sul modello di Steve Bannon, un modello anti-europeo che ha giocato contro il dialogo con Bruxelles, quando invece il vero obiettivo di un movimento autenticamente sovranista dovrebbe essere quello di emancipare, nei (ristretti) limiti del possibile, l’Europa “dei popoli” dal giogo atlantico e liberale. Un appiattimento che peraltro non è servito a nulla, visto che Trump ha celermente scaricato Salvini e la Lega per l’amico “Giuseppi Conte”… Del resto, come ha lucidamente spiegato Massimo Giannini in prima serata su La7, i potenti dell’Occidente, al di là delle sfumature, pensano a conservare l’”ordine mondiale” (il loro, chiaramente) e l’ultima cosa che gli servono sono dei sovranisti o dei nazionalisti, per quanto pasticcioni. Pasticcioni come quelli che, per fare un esempio, prima si schierano contro la guerra alla Siria e poi chiamano “terroristi” i militanti di Hezbollah che la Siria la difendono…

La Lega, così facendo, è rimasta un fenomeno “liquido” che, si è nutrito della polemica sull’immigrazione clandestina, ma che, proprio per il suo carattere liquido, rischia ora, perduto il Governo e regalata agli italiani l’ipotesi di un ennesimo esecutivo targato Partito Democratico, di vedere celermente svanire il favore degli elettori…

A meno che, in vista di un’opposizione che si preannuncia dura e faticosa, sappia raddrizzare ciò che è andato storto e fare ciò che, in questi anni, non ha saputo o voluto fare: costruire davvero qualcosa di nuovo. Trasformare davvero la Lega (che per il momento, pur essendo divenuto un movimento nazionale, porta ancora sullo statuto il nome di “Lega Nord”…) dal movimento “salvinista” e leaderistico che è in un partito sovranista capace di elaborare una nuova visione del mondo e della società. Quella visione che la Lega originaria, piacesse o meno, comunque aveva. Si tratta di una necessità, più che di un auspicio.  Il rischio, infatti, è quello di venire nuovamente risucchiati in una riproposizione del vecchio centrodestra a trazione moderata che, alla Lega così come a Fratelli d’Italia, non conviene affatto.

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