Senato. Comunicazioni del presidente del Consiglio dei ministri in vista del Consiglio europeo del 28 e 29 giugnoDunque l’ha fatto. Matteo Renzi ha lasciato il Partito Democratico, di cui è stato segretario. Lo ha fatto perché, dice lui, si è sentito un “intruso nella storia della Ditta che nei prossimi mesi si riprenderà D’Alema, Bersani e Speranza”. Ecco che, allora, sono già arrivate le grandi analisi. Si parla di un soggetto di riferimento dei moderati, dei liberali. Dei centristi insomma.
Centristi che, sia tra gli eletti che tra gli elettori, sono in libera uscita sia da Forza Italia che dallo stesso Partito Democratico, che, dopo la scissione renziana, sarà, come correttamente prevede l’ex premier, sempre più orientato a sinistra.

Ma, visti i pregressi del soggetto, c’è invece da scommettere che l’operazione del “giglio magico” abbia caratteristiche diverse dal voler essere un’operazione di così ampio respiro e pretese, dall’aspirare cioè realmente a creare una sorta di Republique En Marche (il partito del presidente francese Macron) all’italiana. Renzi stesso continua, infatti, a parlare di “centro-sinistra”. La verità è che, dopo aver infiltrato, alle ultime elezioni politiche, le liste del PD di suoi uomini e dopo aver di fatto obbligato, in ragione di questo, il partito di via del Nazareno all’accordo con il Movimento Cinque Stelle e Giuseppe Conte, ora Renzi ha capito che, per tornare a contare, deve applicare una delle leggi che, in una democrazia parlamentare e a maggior ragione in virtù dell’attuale sistema proporzionale, rimangono sempre valide: quella dei piccoli numeri, ma che pesano.

Ecco perché Renzi continuerà a sostenere il Governo Conte bis. Ed ecco perché non lascerà il centrosinistra. Perché, con i suoi parlamentari e la sua nuova formazione, potrà tenere, metaforicamente parlando, “per le palle” in un colpo solo il premier Conte, i grillini e i “dem”. Oggi in Parlamento, domani, chissà, con le alleanze per le elezioni locali, dove la sua formazione potrà essere determinante per contrastare il consenso dei sovranisti Salvini e Meloni. Oltre a offrire così una maggiore differenziazione dell’offerta politica per gli elettori pendenti a sinistra: un po’ la stessa cosa che, sul versante opposto, avvenne alle elezioni politiche del 2013 con la scissione tra Popolo della Libertà e Fratelli d’Italia. Il Matteo da Rignano sull’Arno ha ricreato in questo modo il vecchio formato dell’Ulivo, che univa centristi e post-comunisti in funzione anti-berlusconiana e che oggi si ripropone, con grillini e LeU, in funzione anti-salviniana. Dando vita a questa sorta di nuovo bipolarismo (purtroppo per gli italiani) l’obiettivo di tenere le destre fuori da Governo e amministrazioni territoriali potrebbe, in questo modo, anche avere successo.

Comunque andrà, a solo un anno e qualche mese dalla drammatica sconfitta delle elezioni politiche e a due anni e mezzo dalla disastrosa debacle del referendum costituzionale, Matteo Renzi è riuscito a tornare protagonista della scena politica. E, pur non condividendone minimamente le idee, non si può negare che l’operazione strategica sia davvero stata magistrale. Ora sta al fronte sovranista replicare con un progetto credibile. Senza sbagliare.

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