1506078034-dimaio-lapresseDa anni si discute di riduzione del numero, degli stipendi e dei privilegi della “casta” dei parlamentari. Se ne discute tanto che la parte meno strutturata dell’opinione pubblica si è in gran parte convinta che siano proprio queste le principali zavorre che gravano sul bilancio statale e che, nel tempo, hanno aggravato il debito pubblico. In realtà, però, quello che la gente non sa è che i costi della politica, considerando i conti dello Stato, costituiscono una parte infinitesimale degli stessi. Ridicola. Sostanzialmente ininfluente.

Con la riduzione di deputati e senatori appena approvata dalla Camera, per capire meglio la misura di questa “epocale” svolta, di quella che il “capo politico” del Movimento Cinque Stelle ha definito una “grandissima vittoria del popolo, i risparmi per lo Stato sarebbero di 81,6 milioni di euro ogni anno. Come spiega l’AGI, “questa stima tuttavia è da considerarsi leggermente imprecisa, perché non tiene conto dei possibili risparmi che avrebbero le due Camere per il semplice fatto di dover ospitare 345 persone in meno”. Ma, prosegue l’agenzia, “anche arrotondando a 100 milioni i risparmi che si avrebbero ogni anno con il taglio dei parlamentari, questa cifra rappresenta lo 0,005 per cento scarso del debito pubblico italiano e un seicentesimo scarso di quanto spende l’Italia ogni anno di soli interessi su tale debito pubblico”.

COME ASCIUGARE UN LAGO CON IL CUCCHIAIO

Poco? Si consideri che, anche eliminando tutti e 945 i parlamentari, il risparmio per la spesa pubblica annuale sarebbe dello 0,21%. Sì, lo 0,21%. Numeri che parlano da soli. Quella contro i costi della politica, iniziata con Tangentopoli e poi riesplosa in maniera virulenta in occasione del revival anti-politico di fine anni 2000, guidato dal grillismo e seguace del fortunato saggio dei giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, intitolato appunto “La casta” e diventato senza volerlo quasi un testo sacro della “grillo-mania” manettara e assetata di sforbiciate a caso, è dunque una battaglia senza senso. Come tentare di asciugare un lago con il cucchiaio.

Sia chiaro, l’indignazione contro le storture è sacrosanta. Ma quando questa viene cavalcata a discapito di problemi strutturali ben più pregnanti, come è avvenuto in Italia, diventa autolesionismo. Stupidità. Analfabetismo politico. Peraltro, con il taglio dei parlamentari, sarà solo uno l’obiettivo raggiunto: quello di una riduzione della rappresentanza. E, quindi, della democrazia. Deputati e senatori passeranno dal rappresentare ciascuno 64mila persone (elettori) a rappresentarne 101mila. Significa, semplificando ai minimi termini, che saranno “meno vicini” al loro elettorato. Cioè meno facilmente contattabili, per consegnare una proposta, chiedere audizione o anche solo per protestare. Per carità, in altri stati d’Europa i numeri sono quelli. Ma non è detto che sia un bene. Anzi.

Lo stesso, guarda caso, è accaduto con la guerra mossa alle province poco meno di un decennio fa. Guerra che, dopo una serie di riforme oscene, ha consegnato all’Italia degli enti monchi, che per garantire il traporto pubblico locale o la manutenzione delle strade di loro competenza (non a caso zeppe di buche) devono elemosinare fondi alle più grandi regioni. Quando queste sono in grado di elargirli, si intende.

Il risultato dell’anti-politica e dei suoi frutti avvelenati è, quindi, sempre e soltanto uno: ridurre il perimetro della partecipazione democratica. E ricondurre, nel contempo, il processo decisionale sempre di più all’interno di un contesto post-politico, apicale, tecnocratico, favorendo così chi avrà meno difficoltà a controllarlo: le lobby.

Peccato che i primi ad aver interesse a che questo non avvenga, i cittadini, non lo capiscano. E peccato che gli unici a poter porre un argine, con il loro voto, all’ennesima, inutile e dannosa cretinata demagogica, cioè i parlamentari stessi, si siano tutti piegati, da destra a sinistra, per il timore della gogna mediatica, dei social, del sacro web”. 

La sindrome di Stoccolma collettiva di un gregge di pecore. Che continua a correre, belando, verso il macello.

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