regional-train-1429842_960_720Viadotti crollati, frane. In Italia, in questi giorni, si susseguono momenti drammatici. Eppure l’attenzione mediatica sembra concentrata prevalentemente sulle “sardine”. Il movimento anti-salviniano, sedicente spontaneo, nato in Emilia Romagna (guarda caso) il cui leader è tal Mattia Santoni, che parrebbe essere collaboratore di una rivista legata a Romano Prodi, si pone l’obiettivo di arginare la crescita delle destre in vista del voto regionale di gennaio.

Fanno tanto rumore, le sardine. Eppure per zittirle basterebbe poco, pochissimo. Per la precisione un treno regionale. Che c’entrano i treni, vi starete chiedendo. C’entrano per il fatto che la banale retorica anti-leghista di questi gruppi, come sempre preponderante sui media, sempre pronti a incensarli come palingenetico antidoto al ritorno di un fascismo immaginario, si infrange magicamente quando viene a contatto con la dura realtà.

Che è, tra le altre situazioni, quella dell’insicurezza diffusa, reale e percepita, a partire proprio dall’Emilia Romagna. Insicurezza che il sottoscritto, di ritorno da un convegno, ha potuto sperimentare sulla propria pelle quando, pochi giorni fa, ha acquistato, per rientrare dalla ridente Forlì verso Milano, un biglietto ferroviario per Bologna, da dove sarebbe partito il treno Frecciarossa per il capoluogo lombardo. L’orario di partenza era fissato alle 21.27.

Ebbene, quel viaggio di appena un’oretta (ma basterebbe un tragitto molto più breve, sul serio) sarebbe probabilmente capace di tramutare uno di quei paciosi esponenti delle stesse “sardine”, tutti brufoli, occhiali e capelli arruffati e fintamente ribelli, in un glaciale militante di Forza Nuova. Quell’esperienza tra “risorse” (e non) ubriache e volti poco rassicuranti e altrettanto poco autoctoni e donne e lavoratrici dall’espressione tirata e preoccupata aiuta subito a comprendere come un tragitto di quel tipo sarebbe precluso a una ragazza sola, magari una studentessa universitaria di ritorno da un banale aperitivo con gli amici.
Peccato che, a garantire quei convogli, siano proprio le tasse pagate dai genitori di quelle ragazze o da quegli operai che, finita una dura e lunga giornata di lavoro su turni, si servono di quegli stessi treni per tornare dalle proprie famiglie.

La foga dell’accoglienza senza prospettive genera disperazione, insicurezza, violenza. Quella violenza di cui, senza andare troppo per il sottile, gli italiani, soprattutto quelli già alle prese con altre preoccupazioni come l’arrivare a fine mese (sì, sono proprio quelli che prendono i treni regionali…), di certo non hanno bisogno. Ecco perché, nonostante le sardine, continueranno a votare Salvini. E la Meloni. Ed ecco perché, quei bravi ragazzi che organizzano cortei di protesta, ma che poi la sera tornano a casa con l’auto comprata dal papi, continueranno a non capire…

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