Schermata-2019-12-08-alle-13.18.58-1280x707Pare sia stato Roger Scruton a inventare, inteso in senso politico e culturale, il termine “oikofobia”. Il filosofo britannico, i cui saggi il sottoscritto non ha colpevolmente mai letto, vuoi per una pregiudiziale avversione a tutto ciò che sia anglofono, si riferirebbe criticamente a coloro che hanno paura (e dunque ripudiano) le proprie tradizioni e la propria identità. Tuttavia bisognerebbe forse analizzare questa paura da un punto di vista clinico. Medico. Psichiatrico. Sì, perché l’oikofobia (letteralmente “paura di casa propria”) è, in realtà e prima di tutto, un disturbo mentale. E, allo stesso modo, non può che essere una forma patologica collettiva quella che porta alla materializzazione di determinati fenomeni sociali, nel mondo anglosassone e nord-europeo assai più presenti rispetto all’Europa centro-orientale e mediterranea.

Non è, per fare un esempio concreto, sana la rabbia manifestata da certe femministe contro il maschio bianco in quanto tale. Non è sana la violenza verbale espressa da gran parte dei “liberal” contro chi non la pensa come loro, gente colpevole soltanto di non ritenere un mero costrutto sociale o culturale caratteristiche degli individui invece legate interamente o in buona parte alla biologia come, per esempio, sesso ed etnia.

C’è qualcosa di malato, delirante, perfino demoniaco nella cieca volontà distruttiva di ogni residuo identitario da parte di certi “attivisti” o “democratici progressisti”. Quelli che si infuriano e invocano la censura immediata ogniqualvolta qualcuno si permette di contestare la liceità anche etica di genitorialità omosessuale, utero in affitto e altre innaturali opere della tecnica contemporanea. Quelli che si eccitano all’idea di poter rimuovere il crocifisso da qualsiasi edificio pubblico o che, per non usare il termine “cristiani”, usano termini come “adoratori della Pasqua”. Quelli che chiedono (è accaduto davvero, a Cambridge) di escludere dall’insegnamento universitario le opere… degli autori bianchi per “decolonizzare” la cultura. Quelli per i quali l’accoglienza del migrante non è guidata da cristiana carità, ma da un sincero auspicio di annientamento dell’identico a sé.
Una censura, quella invocata da costoro e dai loro simili, che assume sempre e comunque (all’apparenza) le vesti eleganti del “rispetto” e della “tolleranza”. Perché, si sa, “il diavolo non viene da noi con la sua faccia rossa e le corna. Lui viene da noi travestito da tutto quello che abbiamo sempre desiderato”. O, per citare l’ultimo Twin Peaks di David Lynch, “Il cavallo è il bianco degli occhi, ma oscuro all’interno”.

E, infatti, quando qualcuno la contraddice, questa pseudo-tolleranza mostra la sua erinnica e distruttiva violenza, che poi è la sua vera e diabolica essenza. Che si manifesta nelle invettive e nei manifesti violenti alle manifestazioni contro i vari Putin, Trump, Salvini, Le Pen. Negli insulti alle forze dell’ordine dei centri sociali. Negli atti vandalici di black bloc e soci. In certa parodia piccata e sarcastica, presente quasi ogni giorno sui principali canali televisivi e sui social network. Una satira a tratti ossessiva. Perché, per i moderni oikofobici, la distruzione della propria identità, delle proprie radici e, a volte, dell’ordine in quanto tale è più di una missione. Si tratta, per l’appunto, di ossessione.

Ma, dunque, si sta forse dicendo che il “liberal” contemporaneo è, in fondo, un malato mentale? No, certo. Ci sono ovviamente persone intellettualmente oneste e pacate, pronte al confronto. Ma, sebbene chi qui scrive non sia uno psicologo, e nemmeno uno psichiatra, pare piuttosto evidente che quelli (e non sono numero esiguo, in quella parte dello spettro politico) che istericamente rifiutano qualsiasi dialogo con un pensiero altro, quelli per i quali ogni tradizionalista o conservatore dovrebbe essere bruciato, se possibile non solo metaforicamente, sulla pubblica piazza, in qualità di nemico delle “magnifiche sorti e progressive”, presentino decisamente dei sintomi di disturbo.

E, lo si conceda, anche un po’ disturbanti. Alcuni esempi? L’ultimo raccapricciante episodio arriva dall’Italia. Qui dei collettivi hanno ideato, per il prossimo 12 dicembre, un evento dal blasfemo titolo di “Immacolata contraccezione”. La locandina della manifestazione lascia poco spazio alla fantasia e ha, come prevedibile, generato polemiche. Senza, però, suscitare l’ondata di indignazione che sarebbe stata giusta e normale, in altri tempi. Già, perché quelli che una volta sarebbero andati incontro a un processo per decenza o ricevuto cure sanitarie obbligatorie oggi, invece, sono considerati esponenti di un’avanguardia. Concezioni malate, senza dubbio. Proprie di un’epoca altrettanto perversa.

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