D7EA0B01-38C2-4458-B294-B5881C677E58Con le dimissioni del ministro grillino all’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, calano sensibilmente e ulteriormente le probabilità di una durata dell’esecutivo Conte-bis fino alla fine “naturale” del mandato. Del resto l’ex “avvocato del popolo”, portato a Palazzo Chigi dal Movimento Cinque Stelle e divenuto, dopo l’auto-defenestrazione della Lega e di Salvini, sempre più l’avvocato del Partito Democratico, pare ormai rassegnato a non vedere il 2023, data di scadenza naturale della legislatura in corso.

Quest’ultima, invece, sembrava destinata ad arrivare alla fine e solo pochi giorni fa si parlava di un esecutivo di “sicurezza” con a capo l’ex numero uno della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Questo perché il collante più potente è sempre il solito: la poltrona. Quella che, data la legge sul taglio di deputati e senatori, in caso di urne anticipate non avrebbero perso solo gli eletti grillini, con il movimento in netto calo di consensi, ma anche quelli leghisti. Ecco perché anche il Carroccio non ha perso tempo strizzando l’occhio all’ex nemico giurato Draghi. Alla faccia del sovranismo antisistema…
A sparigliare le carte ci ha pensato però la raccolta firme per il referendum confermativo per la medesima normativa sulla riduzione dei parlamentari, che ha raggiunto le 64 sigle necessarie entro la scadenza fissata per il 12 gennaio 2020. Il referendum, a questo punto, si terrebbe a tarda primavera, consentendo alla Lega di andare al voto nei primi mesi del 2020 con l’attuale truppa parlamentare più che assicurata, perché il taglio (che con grandi probabilità sarà confermato dal voto referendario) entrerebbe in vigore dalla tornata successiva. Questo non solo scongiurerebbe l’arrivo di Draghi (o di chi per esso) e di un ennesimo governo tecnico ma rassicurerebbe altresì gli onorevoli grillini sempre più tentati di passare dalla parte di Salvini circa le possibilità di una rielezione tra le fila leghiste.
Per “Giuseppi”, insomma, le cose si mettono male. La sua salvezza può essere solo una, la solita: l’attaccamento alla poltrona dei pentastellati che, a differenza dei colleghi leghisti e dei transfughi verso il partito di via Bellerio, anche con un Parlamento a ranghi uguali a quelli attuali rischierebbero pesantemente la seggiola. Tanto che diversi di loro si sono affrettati a partecipare al concorso per “assistente parlamentare” bandito dalla Camera…
Tutto umanamente comprensibile, certo. Desta però una certa impressione il pensare che, mentre sui media ci si inerpica su complessi sentieri dell’analisi politologica, alla fine la strada che conduce, o meno, al voto, è legata a meccanismi molto più semplici e… venali. Ma, del resto, lo si è già detto, in una società che esalta l’essere attaccati al denaro è inutile aspettarsi che i rappresentanti eletti di quella medesima società dimostrino caratteristiche differenti dall’interessarsi precipuamente al proprio tornaconto…
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