41Ml2STuV0L._SX324_BO1,204,203,200_“Stato di polizia”. Negli ultimi mesi, segnati dall’emergenza Covid e dal lockdown, questa definizione è stata più volte accostata all’approccio adottato dal governo italiano nel gestire il confinamento dei suoi cittadini. Qualcuno ha anche parlato, impropriamente, di “fascismo”. Già, ma com’era la rete del controllo sociale nell’Italia del Ventennio? Un racconto dettagliato è contenuto nell’ultimo libro di Domenico Vecchioni, “Le spie del Duce”, pubblicato dalle Edizioni del Capricorno. Vecchioni, classe 1945, è uomo di profonda cultura e competenza: saggista e divulgatore con all’attivo decine di pubblicazioni, ha alle spalle una lunga carriera nel corpo diplomatico, avendo ricoperto, tra gli altri, i ruoli di consigliere alla NATO a Bruxelles, console generale d’Italia a Nizza, vice rappresentante permanente al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ambasciatore d’Italia a Cuba.

Questo suo ultimo lavoro è un testo che, come ci tiene a precisare, non da del fascismo un giudizio storico o politico. “Mi limito a raccontare – spiega – a fini meramente divulgativi, il funzionamento degli apparati di polizia politica inventati dal regime per verificare la ‘qualità del consenso’ degli italiani, controllare le correnti politiche di opposizione, mantenere il potere e proteggere il Duce. Durante il Ventennio in Italia si verificò il classico fenomeno (comune a tutti i regimi dittatoriali) di identificazione del partito vincitore con le strutture dello Stato conquistato. Il regime fascista insomma si ‘statalizzò’ o meglio lo Stato italiano si ‘fascistizzò’. Gli interessi della collettività dovevano fondersi con i superiori ideali della nuova dottrina tesa a forgiare l’’uomo nuovo’, in una ‘nuova societ’ dove tutti settori istituzionali avrebbero dovuto adeguarsi alle esigenze del regime. Insomma essere un buon cittadino voleva dire essere un buon fascista e viceversa. Io credo che la peggiore colpa delle dittature (che finiscono per somigliarsi nelle loro strategie di sopravvivenza, a qualsiasi ideologia si ispirino) consiste forse proprio in questa drammatica deriva costituzionale che mette il Partito Unico al di sopra dello Stato e delle sue istituzioni, spingendo verso estremismi ideologici che non conoscono più limiti. Deriva peraltro in Italia in qualche modo ‘temperata’, rispetto ad esempio a quanto avvenne in Germania o in Unione Sovietica, dalla presenza di istituzioni storiche come la Chiesa cattolica e la Monarchia”.

Temperata, certo, ma questo comunque non impedì al regime di intercettare il dissenso, attraverso un variegato apparato di spie.

“L’apparato era molto efficiente – spiega ancoora l’autore – Soprattutto l’OVRA, la polizia politica creata da Arturo Bocchini, abilissimo capo della Pubblica sicurezza, grand commis dello Stato fascista, il Fouché di Mussolini, come venne definito, non senza una punta di ammirazione, dai suoi stessi avversari. Intanto sgombriamo il campo dal dibattito sul significato dell’acronimo. Molte furono le interpretazioni date. La più gettonata fu ‘Organismo di Vigilanza e di Repressione dell’Antifascismo’. In realtà il termine OVRA fu scelto a tavolino, probabilmente dallo stesso Mussolini che da grande giornalista aveva il segreto delle formule ad effetto, per la poco rassicurante assonanza con la parola PIOVRA. Si voleva insomma impressionare il paese evocando l’esistenza di una temibile rete informativa che operava al di fuori delle strutture ufficiali. Una piovra invisibile avvolgeva tutto il paese e sarebbe stata l’occhio del regime che tutto vedeva e tutto controllava, costantemente puntato contro chi fosse stato tentato di atteggiamenti poco ortodossi. Insomma una sorta di orwelliano Grande Fratello ante litteram. L’OVRA ebbe sostanzialmente successo nella missione che le era stata affidata: salvaguardare il regime e proteggere il suo Duce. Era un organismo snello (non più di 500/600 elementi) e professionale. Non aveva bisogno di organici elefantiaci. Gli altri organismi di sicurezza avevano in effetti l’ordine di collaborare pienamente con i super ispettori dell’OVRA. D’altra parte le informazioni affluivano in abbondanza per via dei delatori occasionali, ‘free lance’ per così dire. Sotto il fascismo ce ne furono a migliaia, presenti in tutte le classi sociali, animati da motivazioni diverse: ideologia, soldi, vendetta, ma anche auto-protezione. Il sistema operativo dell’OVRA era basato, più che sulla repressione, sull’infiltrazione in tutti i settori di attività. Non si sporcava cioè direttamente le mani. A completare il lavoro ci pensava il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, cui l’OVRA forniva molto ‘materiale’. Agiva in maniera capillare, con freddezza ed obiettività, preferendo in genere minacciare l’uso della forza piuttosto che esercitarla e cercando di reclutare invece di arrestare, prevenire per non reprimere. Il periodo di maggiore successo fu dal 1927 al 1935. Il regime si consolidò, la delazione fece meraviglie, le lance dell’antifascismo si spuntarono e l’opposizione fu inchiodata al muro. Oramai l’OVRA poteva pensare anche ad altro. Ad esempio prendere di mira i corrotti e i profittatori del regime. Con la guerra iniziò lo sfaldamento delle sue strutture”.
Il controllo non si limitava ai confini nazionali, ma si estendeva anche all’estero.

“Qui – spiega Vecchioni – bisognerebbe fare una distinzione tra la diplomazia ufficiale e la rete dei falsi diplomatici che infestarono ambasciate e consolati italiani (di cui parlo nel mio libro). La diplomazia ufficiale, come altri corpi dello Stato, contribuì senza dubbio a promuovere il regime e le sue opere sia presso le autorità locali che nell’ambito delle comunità italiane emigrate. All’insegna appunto di quella identificazione Stato/fascismo di cui parlavo prima e nella prospettiva di una politica estera molto più attiva rispetto al passato, con estensione a nuovi teatri operativi (ad esempio i Balcani o il Giappone). L’attività di spionaggio politico fu invece portata avanti dagli agenti della Ceka prima e dell’OVRA poi, distaccati presso i nostri uffici all’estero (soprattutto i Consolati) sotto varie coperture diplomatiche, in genere notificati come Vice Consoli. Compito di queste spie, falsi diplomatici? Infiltrare i raggruppamenti di fuoriusciti, disinformarli, tentare di divederli, di metterli in competizione e procedere magari a qualche ‘esfiltrazione’ o arresto illegale per riportare in patria qualche ricercato. Insomma tenerli d’occhio. Uno dei principali centri di questo tipo era inserito nel Consolato Generale di Nizza (dove peraltro io sono stato Console Generale dal 1999 al 2003), molto attivo in Costa Azzurra, primo approdo per gli esuli antifascisti. Il tutto nel quadro di una strettissima collaborazione tra il Ministero degli Esteri e quello dell’Interno, facilitata dal fatto che il ministro era lo stesso: Benito Mussolini! Il Duce in effetti tenne l’interim dei due strategici ministeri per molti anni. Per l’aneddoto, a Nizza, nella sede del Consolato (un bell’edificio in puro stile littorio) , c’è ancora quella che chiamano la “prigione del Consolato”, una camera vera e propria camera di sicurezza utilizzata per chissà quali iniziative segrete…Anche lo spionaggio militare fu ristrutturato con la creazione del SIM (Servizio Informazioni Militari) per una gestione coordinata dei servizi segreti esistenti presso ciascuna Arma. In tale contesto gli addetti militari presso le nostre ambasciate furono caldamente invitati a collaborare, facendo la loro parte…”.

Nel libro un buono spazio è dedicato anche alle storie personali delle più importanti “spie del Duce”.

“Molto interessante – dice al riguardo Vecchioni – è la figura di Luca Osteria, la ‘Primula nera’ del regime fascista. Abilissimo soprattutto nelle operazioni di infiltrazione negli ambienti antifascisti all’estero, come quella che realizzò a Marsiglia nel 1928. Fu talmente abile nel farsi credere un sincero antifascista, che nel 1929 il partito comunista italiano, in esilio in Francia, lo inviò a Berlino come suo rappresentante alla prima conferenza internazionale antifascista. Così una spia del Duce intervenne in maniera credibile e apprezzata come delegato del PCI! Ma fu anche un temibile agente operativo. Fu protagonista di una rocambolesca “esfiltrazione” dall’Australia di un italiano che minacciava di fare dichiarazioni eclatanti sul caso Matteotti, riaprendo così una ferita politica appena rimarginata. Primula nera tuttavia che fiutando con diabolica abilità il cambiamento del vento della Storia, avviò un sofisticato doppio gioco con i colleghi tedeschi della Gestapo, per salvare la vita a diversi resistenti. Lo stesso Indro Montanelli lo testimonierà, affermando che la sua evasione nel 1944 dal carcere di San Vittore, dove era stato rinchiuso per antifascismo, fu organizzata proprio da Luca Osteria. Il ‘dottor Ugo’ (uno dei tanti nomi in codice di Osteria) finì per collaborare addirittura con Ferruccio Parri, quando il leader azionista divenne capo del governo. Insomma la ‘migliore spia del regime’ nel dopoguerra ricevette lettere di ringraziamento e di gratitudine anche da parte dei resistenti da lui aiutati”.

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