Il 26, 27 e 28 novembreorazio gnerre un comitato composto da studenti e intellettuali organizzerà un convegno per discutere intorno alle tematiche della transizione verso un differente modello socio-politico internazionale. Il forum – che si svolgerà annualmente – sarà diviso in tre sessioni tematiche. Nella prima si parlerà del dialogo fra le civiltà. Il principio cardine di un mondo multipolare infatti deve essere quello della difesa delle varie culture e dei popoli nei loro rispettivi ambienti di civiltà. Dunque i temi trattati saranno lo sviluppo di nuovi paradigmi per un mondo in trasformazione, l’antropologia e le caratteristiche peculiari dei vari popoli del mondo. La seconda parte tratterà invece il ruolo dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e il loro ruolo nello scacchiere politico internazionale. Nella terza infine si parlerà della crisi dell’attuale capitalismo finanziario e sui percorsi economici alternativi ad esso. A tal proposito porremo alcune domande ad Orazio Maria Gnerre, segretario del Partito Comunitarista Europeo, nonché uno degli organizzatori dell’evento, sulla situazione politica internazionale in particolare circa il ruolo russo nel conflitto siriano e su altre tematiche riguardanti la geopolitica e la situazione economica globale.

 

Signor Gnerre, la ringraziamo anzitutto per il tempo a noi dedicato. Per prima cosa vorremmo chiederle qual è la sua opinione sul recente impegno militare del Cremlino in Siria e quali conseguenze potrebbe avere sullo scenario politico internazionale.

La prima cosa che possiamo appurare è che l’impegno militare del Cremlino non è venuto da solo, ed ai Russi si stanno affiancando progressivamente i Cinesi ed addirittura un contingente cubano. Questo senza dimenticare la presenza stabile dei reparti libanesi del Partito di Dio, Hezbollah, dei volontari iraniani, e da poco anche dei combattenti della Nuova Russia (la nuova entità statale della regione del Donbass) non più impegnati sul fronte ucraino. La battaglia per Damasco è una prova di forza per un fronte ampio che concepisce i rapporti internazionali ed il futuro del mondo in senso radicalmente differente da come invece gli stessi sono proposti dall’Occidente. Russia e Cina oggi pensano il mondo secondo il paradigma multipolare, secondo quel principio per il quale non solo i Popoli hanno pieno diritto alla propria autodeterminazione ed alla loro esistenza, ma che questa stessa esistenza ed autodeterminazione non possa essere difesa se non da grandi alleanze internazionali. Questo per l’appunto è l’autentico internazionalismo. La guerra in Siria ha dimostrato che un Popolo aggredito dall’imperialismo non ha più da temere in questa fase storica, e che molti altri Popoli con lui reggeranno all’impatto e contrattaccheranno. Da questo punto di vista possiamo affermare senza timore di smentita che l’intervento russo, legittimato da ben altri principi rispetto quelli che hanno guidato la politica internazionale americana e le sue ingerenze “democratiche” dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, spalanca le porte della storia ad una nuova forza mondiale, non più accentrata ma distribuita. Questa è la vera democrazia: la coesistenza dei Popoli e la loro difesa. Non la colonizzazione militare, economica e culturale a cui ci è toccato assistere fin troppe volte negli ultimi decenni.

 

 

Nel giugno dell’anno scorso lei si è recato insieme con una delegazione del suo partito nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk dove ha incontrato i leader Denis Pushlin e Pavel Gubarev. Ci può fare un breve resoconto dell’attuale situazione nel Donbass oggi?

Secondo le nostre fonti presenti nelle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk la situazione si è raffreddata ma non si vive in un clima di sicurezza. I bombardamenti sulle città con i pezzi di artiglieria continuano, anche se in maniera meno intensa. La Rada ucraina sembrava avesse accettato la fine del conflitto, ma questa battuta di arresto c’è chi crede corrisponda ad un diversivo in attesa di una smobilitazione militare, per poi procedere ad un’annessione forzata. Posso affermare che, sebbene molti uomini si siano spostati dal fronte ucraino a quello siriano, la Nuova Russia rappresenta oggi una fortezza inespugnabile. Un Popolo che si è guadagnato l’indipendenza con la sola forza di volontà non è così ingenuo da cadere in facili trappole. La Nuova Russia oramai è una realtà, al di là di quello che possono pensare gli alti papaveri della NATO, la cosiddetta “comunità internazionale” (in realtà il nocciolo duro dei paesi filo-americani) ed il governo golpista ucraino.

 

 

Recentemente Washington e Teheran sono riusciti a trovare un accordo sul nucleare iraniano. A suo avviso tale intesa avrà delle ripercussioni a livello internazionale?

La prima ripercussione effettiva è proprio l’intervento russo in Siria, ad esempio. Ad oggi gli Stati Uniti non hanno più giustificazioni per opporsi ad una coalizione anti-terrorismo ampia, anche se chiaramente continueranno a farlo, perdendo sempre più legittimità di fronte all’opinione internazionale. La chiave di volta della politica americana in Medio Oriente è sempre stata quella dell’opposizione al “terrorismo”, dove per terrorismo si intendevano i paesi sovrani, indipendenti e (come nel caso dell’Iraq di Saddam) anche laici. Questo mentre si sostengono, con modalità differenti, il regime del terrore di Tel Aviv o le petromonarchie del Golfo persico, che continuano a foraggiare estremismo e destabilizzazione nella regione e nel mondo. L’Iran, insieme alla Siria, rimane uno degli obiettivi principali del dominio unipolare statunitense in Medio Oriente, ed il nucleare iraniano è sempre stata la scusa per il puntamento fisso del mirino imperialista su Teheran, perno delle politiche americane in Medio Oriente già dall’epoca della Guerra Fredda e del Northern Tier. Non dimentichiamoci che i due paesi devono assolvere, insieme ad ogni altra forza orientata in questo senso nella regione, all’edificazione dell’integrazione mediorientale verso una prospettiva multipolare di collaborazione internazionale. Per questo, insieme ad Hezbollah in Libano, sono definiti l’Asse della Resistenza. Resistenza all’imperialismo statunitense, alla centrifuga mondialista e al fanatismo settario eterodiretto e funzionale ai progetti di dominio globale. Quando la Russia ha proposto la vera coalizione anti-terrorismo, e col vantaggio dell’accordo con l’Iran, l’America ha dovuto calare tutte le sue carte, non solo con una colpevole opposizione all’intervento, ma con la consegna di 50 tonnellate di armi ai ribelli siriani che, per la cronaca, sono indistinguibili dallo Stato Islamico. La consegna pubblica del materiale bellico ad un gruppo terroristico per combattere con una guerra per procura un attore così importante della politica internazionale quale la Russia, peraltro impegnata in quel momento nella vera guerra al terrore, rappresenta a mio avviso uno dei crimini più gravi del XXI secolo. Con questo non voglio dire che l’accordo sia stato una vittoria totale: ricordiamoci sempre che il possesso del nucleare bellico rappresenta ad oggi l’unico fattore di stabilità garantita, come ai tempi della Guerra Fredda. Sia la Libia, che fu convinta a privarsene, che la Siria, i cui impianti furono bombardati e distrutti dai caccia israeliani, sono state vittime della cosiddetta “primavera araba”, di guerre civili atroci e – almeno nel primo caso – dei più strazianti bombardamenti “umanitari” sui civili dall’epoca della distruzione di Belgrado. Comunque le alleanze dell’Iran sono forti, e sono le stesse che hanno difeso la Siria in sede ONU: parliamo chiaramente di Russia e Cina. Dobbiamo distinguere le sconfitte tattiche dalle vittorie strategiche.

 

Un fine settimana di violenze in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha sollevato il timore che possa scoppiare una terza intifada palestinese. Qual è la sua opinione in merito?

Ritengo che stiamo assistendo ad un giro di vite della tirannia sionista nei confronti dei Palestinesi, a partire dal criminoso bombardamento dell’anno scorso sulla striscia di Gaza. Dopo aver surriscaldato gli animi con la barbara uccisione di un bambino palestinese da parte dei coloni, la risposta perentoria del governo è stata il bombardamento a tappeto che ben ricordiamo, con le migliaia di vittime civili e uno strascico di distruzione senza precedenti. Oggi succede esattamente questo: si sta cercando una reazione scomposta dei Palestinesi per poter rispondere con un ennesimo atto di violenza terroristica, senza distinzioni di sorta tra civili e miliziani, in un vero e proprio intento genocida. Il problema principale che oggi vive il Popolo palestinese è la mancanza di un’istituzione politica propria che possa rappresentarne gli interessi autentici, laddove Hamas ha da un pezzo intrapreso la strada che porta a Riyad e all’alleanza con le monarchie del Golfo, che dal canto loro sono conniventi sotto diversi aspetti con l’entità sionista. Il punto centrale della questione è che, al di là degli schieramenti tattici e della geometria variabile delle alleanze, è la concezione del mondo che alla fine fa la differenza nei rapporti tra entità politiche. L’imperialismo regionale, che sia turco, della sponda est del Golfo persico o israeliano, sebbene in competizione alla fine trova sempre la quadra. Gli unici rappresentanti degli interessi palestinesi rimangono, ad oggi, i componenti dell’Asse della Resistenza, che difatti sono sotto il fuoco incrociato dei mercenari di Turchia, Arabia Saudita e Israele, sotto la supervisione del livello imperialistico superiore, quello USA. La Siria ha dimostrato in tutta la sua storia nazionale di essere l’alleato migliore della causa palestinese. Anche l’Italia un tempo lo è stata, e voglio ricordare le parole del Presidente del Consiglio Bettino Craxi che, in uno scatto di dignità mai troppo compianta nel nostro Paese, asserì presso la Camera dei Deputati che opporsi al movimento di liberazione palestinese voleva dire “andare contro le leggi della storia”.

 

Molti analisti hanno messo in evidenza come crisi economica che sta attraversando l’Europa stia mettendo seriamente a rischio la tenuta dell’eurozona. Quali sono le proposte di politica economica che il vostro partito propone per cercare di uscire dalla disastrosa situazione che stiamo vivendo?

Una, e semplice: la moneta comune deve essere posta nelle mani dei Popoli europei. Finché questo non sarà fatto, e la Banca Centrale Europea rimarrà una proprietà privata dei finanzieri, con annesso sistema dell’indebitamento monetario infinito, nessun problema potrà essere risolto. Per quanto riguarda i problemi dell’eurozona, dobbiamo ringraziare l’idiozia dell’attuale Europa, del suo progetto poco chiaro e delle misure imbecilli con il quale è stato attuato. Non è Europa quella in cui pochi paesi utilizzano la propria posizione di forza per asservire economicamente gli altri Popoli della regione. Non è Europa quella che non prevede piani di sviluppo unitari, ma solo l’arricchimento di pochi centri di potere. Non è Europa, se vogliamo essere chiari, neanche quell’entità senza una politica estera comune o – peggio – asservita ad un altro potere politico. Stiamo parlando della NATO, stiamo parlando dell’FMI, stiamo parlando del Trattato Transatlantico. La soluzione oggi non è nella forma politica dello stato nazionale, ma nella composizione di grandi spazi politici autocentrati. L’Europa se vuole continuare ad esistere deve prendere la decisione finale ed affermare il proprio destino, depurandosi di quelle strutture finto-europee di chiaro orientamento filo-atlantico o opportunistico e imperialista.

 

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(Gabriele Repaci)