Torino. Dentro parlano. Fuori menano alla Polizia per impedire che quelli dentro parlino. Neanche la democrazia è più certificazione di legittimità.

Dalle Leggi Cossiga e Reale, dai blindati, la pistola da poter sfoderare, carica, se strettamente necessario per sparare ad altezza uomo o in aria, quando lo Stato voleva, poteva, almeno per dare una parvenza di esistenza, ai chiodi conficcati nelle gambe degli agenti del Reparto Mobile, come accaduto a Torino.
E allora fermiamo un attimo il lunapark della tensione e facciamoci una domanda: questa benedetta Repubblica va difesa, oppure no? E soprattutto da chi? Da terroristi. Diamo un nome alle cose.

Quelli impiegati a Torino contro le Forze dell’Ordine possono essere definiti IED (Improvised Explosive Device), ordigni esplosivi improvvisati. Pieni di chiodi e cocci, volutamente preparati per ferire, possibilmente in modo grave, e coprire un raggio d’impatto ampio. Armi fatte in casa, per impedire che una compagine politica, col il proprio simbolo sulla scheda, si confronti con i propri elettori. Nell’epoca in cui stiamo perdendo miseramente la battaglia semantica, ed in cui anche la leziosa fretta giornalistica non distingue un iraqueno da un giapponese e li definisce tutti kamikaze, non fa differenza e chiama tutti fascisti, in assenza di fascismo, e senza giustificazione concettuale, occorre dare un nome alle cose. Che serva a definire i contorni del reale. Uno Ied è prerogativa di un’organizzazione terroristica che, secondo precisa definizione, inquadra le azioni di un gruppo organizzato che pratica terrorismo. Ovvero « azione e metodo di lotta politica (per sovvertire o destabilizzare una struttura di potere) che, per imporsi, fa uso di atti di estrema violenza, come attentati e sabotaggi, anche nei confronti di persone innocenti». Così si esprime la lingua italiana.

E la domanda è sempre quella che ci siamo posti: lo Stato, oltre le dichiarazioni spicciole, dov’è? Se lo chiede anche il Generale dell’Arma dei Carabinieri Gino Briganti, su Facebook: «In uno Stato serio, dopo i fatti di Torino, alle prime luci dell’alba, sarebbero scattate perquisizioni in tutti i centri sociali d’Italia alla ricerca di armi, ex art.41 del T.U.L.P.S.. E ciò anche senza autorizzazione della magistratura, stante la necessità e l’urgenza, evidenziata dalla acclarata disponibilità di questa organizzazione criminale di stampo mafioso-terroristico, di strumenti atti ad offendere,  considerati armi dal suddetto Testo di leggi.  Sono convinto che troverebbero arsenali di ogni tipo che stanno accantonando per il 5 marzo p.v. Sono catastrofico? No, semplicemente realista alla luce del susseguirsi di gravi fatti».

E le cose, a norma di legge, dovrebbero cambiare. Dai “compagni che sbagliano”, a stronzi che ragliano, e che, nel silenzio del piccolo garage di periferia, li vedi ridere mentre caricano di chiodi l’involucro, passandosi una canna d’erba e motteggiandosi di brutto: “Oh zio cazzo zio! Alla Madama la mettiamo in groce a zio! Io con i fasciocazzozio non ci parlo! A quelli di razzifascio cazzo Pound gli facciamo la festa”.

Non credete sia andata così? Non credete abbiano detto cose simili? Pensate che col loro maglione a girocollo e il cappello di lana in testa, la sera in cui fabbricavano i “regalini” per la Polizia, parlassero di Marcuse o del socialismo libertario di Chomsky, integrandolo, magari, con interessantissime tesi sul proletariato 2.0, quello che fra un po’, per non fare un cazzo si beccherà pure il reddito di cittadinanza, magari mentre guarda Netflix mangiando due cavallette alla cannella, parafrasando Simone Di Stefano? Non credete, allora guardate qui.

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Siamo sempre a Torino. Gianni Tonelli, segretario del Sindacato Autonomo di Polizia e candidato per Lega, si “confronta” con due creature del bosco antifascista:.

Qualcosa di più di una bravata cantando Bella Ciao sotto la doccia.

Non a caso, come riportato anche dal Giornale, da parte di antagonisti, anarchici et similia, si contano, dal 2017 a oggi, «99 casi di bombe, gazebo assaltati, scontri con la polizia e violenze di altro genere. In pratica un assalto ogni quattro giorni. Con un bilancio di 67 agenti feriti. Ma se si annoverano anche le minacce e le sassaiole dei No Tav, i feriti totali sono oltre cento: un vero e proprio bollettino di guerra». Numeri e dati che fanno parte di un rapporto dei servizi segreti che testimonia, in maniera scritta, ovviamente, ed ufficiale, che il mondo anarchico-antagonista sia, in questo Paese, ben più pericoloso della minaccia terrostica jihadista. Una decina di pagine dedicate alla minaccia anarco-insurrezionalista considerata più tangibile di quella jihadista, con 7 azioni in 11 città italiane. Attività eversive che hanno visto l’utilizzo di pacchi esplosivi, attentanti incendiari e danneggiamenti, come a Genova, Torino, Modena, Firenze, e in altri luoghi.

Nel frattempo la Polizia s’incazza, e non fantozzianamente parlando. La Polizia s’incazza ma non fa rumore, l’ennesimo comunicato che cade nel vuoto. Non c’è eco, per lei, se non quello dell’Ur-fascismo, da citare necessariamente a due anni dalla morte, forse l’unica scusa per ricordare il suo trapasso. A imbestialirsi è il Coisp, Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle Forze di Polizia, che con la voce del suo segretario Domenico Pianese, si esprime in un comunicato: «Ma quale antifascisti, hanno tentato di uccidere gli Agenti. Sei Poliziotti feriti gravemente. Punire questi criminali e dire basta. La strategia del disordine messa in atto da movimenti che si definiscono antifascisti – incalza Pianese – e che con questo cercano invano di mascherare i loro chiari intenti criminali, è sempre più evidente, e si diffonde a macchia d’olio in maniera niente affatto casuale elevando il livello dello scontro ad un punto tale che lo Stato non può più ignorarlo né restare inerme. Questi criminali devono essere assicurati alla giustizia e ricevere pene severissime».

Sempre il Coisp, in un altro comunicato, aveva definito la situazione caldissima di questi giorni e il mondo anarchico-antagonista «plotoni di pacifisti organizzati per fare la guerriglia» e «annoiati simil-rivoluzionari».

Ecco, appunto. Diamo un nome alle cose. E intanto ci domandiamo: che differenza c’è tra lo Stato che porta in gita i bimbi a vedere la prima copia della Costituzione, e il delinquente dei centri (a)sociali che tira blocchetti alla Polizia in decine di città italiane? Nel silenzio e nella permissione, nessuna. E un’altra fugace riflessione.  Nel 2001 il fronte No Global che distrusse Genova, facendoci scappare il morto, Agnoletto & co., erano tutti contro il capitalismo, la globalizzazione. Tutti figli di Chomsky.  17 anni dopo, dovresti trovarli, paradossalmente ma secondo logica post-ideologica e coerenza ideale, per meccanismo visionario e urgenze dei tempi, al fianco simbolico, certamente, di Casa Pound o della Lega, a morte contro questa sinistra che ha dimenticato gli ultimi, le periferie e le fabbriche, per abbracciare il culto estremo della globalizzazione e del capitalismo. Tutti figli di Calamandrei.

E invece no.
Hanno preferito abortire la propria identità, per odiare quella altrui.

Esempio tra tanti. Ecco perché l’antifascismo non è un’identità, ma un tentativo disperato di sembrare di averne una per continuare ad esistere.

50 anni fa, nel ’68, almeno volevano fare la colorata rivoluzione culturale, in un’orgia di peli, schizzi, pugni chiusi e fantasia. Magari da mandare al potere, lei sì. La fantasia…

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(Ph copertina tratta da Il Secolo d’Italia)

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