Nel linguaggio surreale e ipocrita dei tecnocrati europei si chiama “condivisione della sovranità”. In altre parole è la cessazione del nostro diritto ad autodeterminarci attraverso lo svuotamento di ruolo e competenze dei parlamenti nazionali.
Qualche giorno fa Mario Draghi, governatore della Bce, in un convegno all’Università di Roma, è stato chiaro: “La nostra esperienza mostra che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una fiducia duratura nel disegno del nostro comune viaggio europeo”.
Draghi ha detto, semmai ce ne fosse stato bisogno, che affinché l’Unione Europea sopravviva bisogna diminuire sempre di più il potere decisionale dei parlamenti a vantaggio di forme di governo condivise; con chi? Con lui ovviamente.
Il linguaggio dei tecnocrati e dei banchieri oltre che ipocrita, è anche illogico. Ogni condivisione impone una volontà, per la quale io condivido ciò che è mio solo se lo voglio con-dividere con qualcun altro; ma siccome a nessun cittadino europeo è stato chiesto se vuole condividere con Draghi ciò che è proprio, cioè la sovranità, se ne deduce che quella di cui parla Mr. Bce non è una condivisione ma un’usurpazione della sovranità; in altre parole, un esproprio del nostro stesso principio di cittadinanza.

Qualche giorno dopo, a Draghi ha fatto eco la Presidente della Camera Boldrini che, in un convegno sull’Europa e De Gasperi, ha dichiarato: “osservo con occhio critico (…) le resistenze di alcuni paesi a cedere quote della propria sovranità alle istituzioni comunitarie”, frase che pronunciata dalla seconda carica dello Stato garante della nostra sovranità, non è male.
I fautori della tecnocrazia militante ci spiegheranno che tutto ciò è inevitabile a causa dell’incapacità dei governi di risolvere i problemi strutturali dei singoli paesi. I fautori dell’umanitarismo internazionalista ci spiegheranno che il superamento degli egoismi nazionali è la condizione per un’Europa arcobaleno e solidale; insomma le solite chiacchiere.
La realtà è che quello di Draghi è l’esplicito annuncio della prossima liquidazione di quel principio di rappresentatività che è fondamento di ogni democrazia liberale.
Al “No taxation without representation”, che fonda le moderne democrazie con lo scopo di limitare il potere dello Stato e delle oligarchie, Draghi vorrebbe imporre una “Taxation without representation” trasformando 500 milioni di europei da cittadini in sudditi.
Ai parlamenti espressione di una volontà popolare vorrebbe sostituire forme di governo che nessuno ha scelto e composte da burocrati e banchieri per lo più oscuri e sconosciuti.
La democrazia rappresentativa si trasforma in questo modo, definitivamente, in una democrazia dei badanti (ne parlammo qui ben tre anni fa).
Sorprende come nessun leader politico italiano o europeo abbia alzato una voce verso quella che è un annuncio di pre-pensionamento della politica.

L’Unione Europea conferma la sua natura intrinsecamente anti-democratica e autoritaria, lontana anni luce da quell’Europa dei popoli e dei cittadini sognata dai padri fondatori.
Essa è sempre più un socialismo finanziario basato su una burocrazia centralizzata di stampo sovietico e un’oligarchia del denaro che ha trasformato la libera economia di mercato nella schiavitù di una moneta-debito, esautorando i cittadini dal diritto di rappresentatività.
Torna attuale e profetico il discorso che, nel 1990, Margaret Thatcher tenne al Parlamento inglese contro l’adesione britannica all’euro e al progetto di unione europea prefigurato da Delors e benedetto dal sistema finanziario e dall’intera sinistra europea. In quel suo “No, no, no!” c’era la difesa della sovranità nazionale e della democrazia.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

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